LA PARTICELLA
•NE•

 
 

Grammatica filosofica della lingua
italiana

di Angelo Cerutti ( 1 )

 

 

 

 

 

DEL PRONOME NE    [pagina 175]

[Esempi] 2

1. Io ho gran desiderio d'aver di quelle pere; monta su l'albero, e gittaNE giù alquante. B.
2. Io NE son molto dolente. B.
3. Ultimamente restituita al padre, NE va al re del Garbo. B.
4 Quantunque avesse sostenuta gravissima pena, e molto se NE fosse rammaricato, poichè il dente N'era fuori, gli parve esser guarito. B.
5. Ancor che molte volte il dì davanti la morte chiamata avesse, vedendola presta, N'ebbe paura. B.
6. Tanto si convenivano in questo costume, che amici N'eran divenuti, e spesso N'usavano insieme. B.

Il pronome ne può rappresentare il nome qualificante del luogo, delle persone, e delle cose, e anche d'una proposizione intera che lo preceda; e si usa parimente nel singolare e nel plurale. Nel primo esempio ne sta in luogo di quelle pere; nel secondo equivale a di ciò; nel terzo risponde a di qual luogo; nel quarto il primo comprende di ciò, il che corrisponde alla precedente proposizione, e il secondo, del suo luogo; nel quinto rappresenta della morte.

È un errore il dire che ne significhi anche da questo o da quel luogo; ne è sempre segno del qualificante, e comprende solo la preposizione di; e quando si riferisce a luogo, equivale a quinci e quindi, di questo e di quel luogo. Nel terzo esempio dico che ne significa di quel luogo, perché, [pagina 176] in forza della ellissi, si può usare di, dopo andare, come da, dicendosi andate via di qua. Nel quarto esempio il pronome tronco n' avanti ad era sta per del luogo suo; che, quando si dice partirne, trarne, uscirne, il pronome ne altro non significa che di questo o dì quel luogo, poichè, come vedremo nel capitolo delle preposizioni, si dice partire di, trarre di, uscire di. Dunque ne non può comprendere la preposizione da, perchè comprende di, per la stessa ragione che di non può essere da ad un' ora medesima. I due ne del 6° esempio rappresentano di ciò e vi si sottintende per cagione.

Benchè, rispetto allo stare prima o dopo il verbo, questo pronome siegua le regole date per lo, la, le ecc; si pone alle volte dopo i monosillabi anche di que' modi e tempi che '1 richiederebbero avanti, e se ne forman voci ardite e belle, raddoppiando la n, come funne ed enne, in luogo di ne fu, ne è, de' seguenti esempj: Augusto vi mise Artavasde; FUNNE, non senza nostra sconfitta, cacciato. Dav[anzati]. ENNE incolpato il terzo amante. B. * Quando la forma del verbo ha più di una sillaba [e non porta l'accento - L'Editore], la n non si raddoppia: Allora io stendendo la mano d'intorno presi presi dell'erba che v'era, e mangia'ne. Cavalca. Ove mangia'ne sta in luogo di ne mangiai.*

[Esempi]

1. Di ciò NE è testimone l'Africa. M
2. Di che NE fa fede appieno la repubblica di Firenze. M.
3. Forse N'eran di quelle che per pietà sospiravano. B.
4. Io reputo opportuno di mutarci di qui, e andarNE altrove. B.

In questi esempj il pronome ne potrebbe far ritornare i riempitivi in capo ad alcuno ; e perciò proveremo di [pagina 177] mostrare che non v'è posto per vezzo. A me non piace che chi studia s'ausi a chiamar ripieno quello di che non può render ragione; ogni parola ha il suo significato; altrimenti l'Autore non l'userebbe. La pausa che l'espressione richiede dopo aver pronunciato di ciò e di che, nel primo e secondo esempio, fa che queste parole rimangano come finali della proposizion precedente ; e ne , che pur replica di ciò e di che, cominci la proposizion seguente. Nel terzo esempio ne, veramente, sta per di quelle. ma non è un' espressione duplicata di quella che segue ; 1' ordine intero della frase è: forse nel numero di quelle donne erano alcune di quelle le quali ecc. Il pronome ne sta dunque in luogo del primo di quelle. Nell'ultimo esempio ne che segue andar significa di qui o di questo luogo; ma questo è soggetto al secondo membro della proposizione, e il precedente di qui, appartiene al primo; e quindi sono sotto il governo di due verbi differenti.

[Esempi]

1. Di questo NE seguirà maraviglioso di letto e piacere. B.
2. Sì come colui che mai d'alcuna cosa avvedalo non se N' era. B.
3. Frate, bene sta ; io me Jir' ho di coteste cose. B.

Non dico che il Boccaccio nel primo di questi esempj, come il Macchiavello nei due citati del precedente paragrafo, non avesser potuto far senza quel pronome ne; ma solo avviso che la natura della nostra lingua, dietro l'esempio de' migliori scrittori, permette che si ripeta la stessa idea in questo caso, in virtù della breve pausa che vi si richiede; così a' Francesi, e qualche volta anche a noi, è permesso ripetere l'avverbio di luogo o la parola che esprime il luogo, come nelle espressioni en France il y a; là il y a; [pagina 178] dove quell' y altro non rappresenta che en France e . Nel secondo esempio il pronome ne non ripete d'alcuna cosa; ma bensì queste parole aggiungono valore all'idea compresa in ne, cioè non s' era avveduto ne ( di ciò ) pur nell' atto d' alcuna cosa. Così 1' espressione dì coteste cose nel terzo esempio aggiunge forza, perchè torna a esprimere quello a che il pronome ne si riferisce, acciò che meglio s'intenda di che si tratta. Anche il Celli dice: Tre sorti di uomini sun quelli che sogliono biasimare; delle quali due SE stima egli assai; e della terza non tiene un conto al mondo. Per la stessa ragione dice il Firenzuola: Questo lo dico , perchè stamattina io l' ho provato; ove il primo lo è una ripetizione di questo.

 

DEL NE GALLICISMO    [pagina 178]

Il dire Io NE ammiro la virtù, io NE pregio l'ingegno, NE lodo i costumi, in luogo di Io ammiro la sua virtù' io pregio ii suo ingegno, lodo i suoi costumi, o io ammiro la virtù di lui ,pregio l'ingegno, lodo i costumi, cioè il mettere il pronome ne in luogo del possessivo, o della persona della quale l'oggetto del verbo è parte integrante è un gallicismo di cui non trovo esempio nei buoni scrittori; e benchè raccolga dal Trattato sopra gli autori del Trecento del Perticari questo esempio: Facendo parlare i plebei Ne imitarono la favella, ciò non muta il mio giudizio; perché egli non avrà mai pensato o posto mente a questo modo francese, come a me convenne fare nell'insegnare l'italiano a' Francesi.

Nel rileggere la Proposta del Monti, insieme col predetto trattato del Perticari ho trovato che quell' opera è piena di questi ne alla francese, e di molti altri veramente [pagina 179] errori di grammatica, parte de' quali ho già esposti, e parte sono notati nelle seguenti pagine. E dicasi pur di me quel che si voglia; ma io non posso ingannare la nazione , alla quale è dedicata la mia fatica, per particolari riguardi; come sarebbe lasciando trapassare per questo mio buratto per farina quel che è palpabil crusca. Metterommi io, per non offendere la memoria o la riputazione di alcuni scrittori che sono stimati e avuti cari a criticare gli errori in quegli che non hanno pur I'ombra di stile, e che non sono apprezzati da nessuno ? Non si cerca, scrivendo, di seguire le tracce degli spregiati o negletti, ma di coloro che sono in fama ; onde se questi sono pure trascorsi in falli che l'occhio della moltitudine non può scorgere, ma ben vede chi il nerbo del viso ha nel continuo studio della lingua invigorito e aguzzo, di quelli si vogliono fare accorti gli studianti, sì come più atti a trarli ne' medesimi difetti. E s'io mi volessi per rispetto tacere i loro nomi, o mostrar solo gli errori, per avventura mi potrebbero rinfacciare che il lale e tal altro scrittore l'ha detto, e perciò si possa dire anche per noi, quasi io non li conoscessi; e attribuire a ignoranza quel che fosse inteso a discrezione, lo ho dunque creduto bene, e credo, di dover proseguire come ho fatto fin qui; e se le mie parole non bastano, mi difenderanno le seguenti del medesimo Perlicari:
,, Qual ragione vi può mai essere onde s'abbia a storpiare un vocabolo o una coniugazione ? E se può storpiarsene una ( dovea dire , e se si può storpiarne una ) " perché non dieci? E se dieci, perché non mille?  E se " mille, perché non tutte ? "
Or bene, egli dice delle forme de' verbi, ed io delle [pagina 180] locuzioni; e se a lui s'avesse a concedere l'introdurre nello stile dieci o venti spurie locuzioni, un altro che sia da più di lui ne vorrà far entrare di più; e io do per esempio il Bartoli che ne fece prova, e spesso cade in questo gallicismo; e se l'avesser lasciato farei...! Racconta egli della vecchia ottagenaria Elia Catula, la quale, per presentarsi alla festa di Nerone, si faceva rassettare : Si diede alla discrezion delle sue damigelle, la tormentassero pur che la rabbellissero: APPIANARNE le grinze di tutto il volto, SVELLERNE d* in su legate i peli, PELARNE con rossetti e biacche il livido della pallidezza. A che servono quei tre pronomi? Perché non dire appianar le grinze di tutto il volto, svellere d" in su le gote i peli, velare con rossetti e biacche il livido della pallidezza? Forse che, togliendo que' pronomi, si dubiterà di qual volto, di quali gote, di qual livido, si parli ? Ma vediamo come descrive il gran maestro. Il Boccaccio, dopo aver rappresentato Cimone stante fermo sopra il suo bastone intentissimo a riguardare Efigenia, dice:
E quinci cominciò a distinguere le parti di lei, lodando i capelli, li quali d' oro estimava, la fronte, il naso , la bocca, la gola, e le braccia, e sommamente il petto; e, di lavoratore , di bellezza subitamente giudice divenuto, seco sommamente desiderava di veder gli occhi, li quali essa, ria alto sonno gravati, teneva chiusi.
Disse egli forse distinguerne le parti, lodandone i capelli, di vederne gli occhi ?

Ancora dico esser gallicismo il porre il pronome ne in luogo del qualificante dell'oggetto ( pur che l'oggetto abbia l'articolo ), anche quando detto qualificatore non rappresenti [pagina 181] una persona, ma una cosa appartenente all'oggetto; come ne' seguenti estratti d'una grammatica di Parma, nella quale pure trovai alquanto di buono ragionamento.

1. Lo stesso si dica di egli, che fa sovvenire di un nome antecedente, e NE esprime la identità,
2. Per evitare dunque una si gran moltitudine di pronomi, starà bene di ristringerNE la definizione troppo larga,
3. Imperciocché sono essi sostantivi universali, e non già aggettivi che si riferiscono ad alcun nome, e NE risveglin l'idea,

Si deve dunque dire ed esprime la sua identità, o la identità di quello; starà bene di ristringere la loro definizione, o la definizione di essi; e risveglin l'idea di quello. Ed eccone in pruova di ciò alcuni esempj.
1. Sommamente il commendarono, (il palazzo) e magnifico riputarono il signor DI QUELLO. B.
2. Più attentamente le parti DI QUELLO ( giardino ) cominciarono a riguardare. P.
3. Il quale ( monastero ) non nomerò per non diminuire in parte alcuna la' fama SUA. B.
4- Che abbiam noi a far del nome , poiché noi sappiamo la virtù. B.
Non disse il Boccaccio, e magnifico NE riputarono il signore, pia attentamente le parti NE cominciarono a riguardare , per non diminuirNE in parte alcuna la fama , poiché noi NE sappiamo la virtù.
E di questi esempj ne potrei produrre infiniti, mentre che non ne trovo uno ne' classici, in cui l'oggetto del verbo, con l'articolo, sia preceduto da ne.

Ma parrà forse ad alcuno una sottigliezza, un cavillo, il volere escludere il pronome ne dall'oggetto proprio sol quando porti l'articolo, come nel citato esempio del Bartoli, e non in altro caso. Ora, a che serve l'articolo ? Egli, come abbiamo a suo luogo ampiamente dimostro, serve ad accennare una cosa determinata, o per quello che precede il [pagina 182] nome a cui è apposto, o per quello che lo segue. Il Boccaccio dunque , dopo aver nominata Efigenia, dice: E prima cominciò a distinguere le parti di lei, lodando i capelli, la frante, ecc. Qual bisogno di meltere un pronome che ricordi di lei dopo lodando, come è posto dopo le parti? Non è l'articolo quello che fa intendere chiarissimamente che d'Efigenia sono i capelli e la fronte, poiché 1' ufficio suo è di additare una cosa determinata? Non si dice : Lasciami saziar gli occhi; Apri l'animo alle mie parole, senza i possessivi miei e tuo, per la stessa ragione? e ancora eccotene un altro , eccoti l'altro, tolto a questo il pronome a cagione dell' articolo ?

Tuttavia, mi si potrebbe dire " Perché mostri tu tanta smania di espellere dall' italiano questo ne con 1' oggetto, sin quando potrebbe pure essere necessario, come appare per quel le parti di lei del medesimo esempio che tu alleghi del Boccaccio; ove ben poteva egli dire distinguerne le parti, poiché le parti solo non bastava, modo più conciso che quel suo distinguere le parti di lei; laddove tu li dai tanta briga di difendere e di ammettere per buono 1' altro ne del Macchiavello, Di ciò ne è testimone l'Africa » (1), onde più altri esempj alleghi a carte 176, e che, per difenderlo . che tu facci, a me par del tutto ridondante? "
Certo rispondo, non per altro, se non perché questo appartiene allo stile italiano, e però l'ho caro come cosa nostra, e quello [pagina 183] è straniero; e, adoperato con la profusione che i Francesi lo usano, come mi venne veduto in una vita del Petrarca scritta da un fiorentino, non può far che non contamini tutta la dicitura, e che il discorso non prenda l'andamento francese.

Ora domando io perché il Boccaccio, gran maestro dello stile, non disse distinguerne le parti, in luogo di distinguere le parti di lei; e negli altri esempj di lui addotti, il signor di quello, le parti di quello, la fama sua, senza mai porre un ne, essendo in tu Iti que' casi necessario determinare quei vocaboli troppo generali ? se non perché tutti questi modi leggiadri italiani gli cascavan dalla penna senza pur pensarvi; e l'altro non gli passava manco per la mente, siccome cosa che non si udiva nel parlar famigliare, né per gli scritti si vedeva. E perché son belli quei modi ? proprio per ciò che non essendo ammissibili nelle altre lingue, formano una particolarità della nostra, e una maggior ricchezza come di quattro a uno. E non è da dire che, introducendo anche la francese, fosse uno arricchire la lingua nostra d'una maniera di più di espressione; che si verrebbe anzi a perdere la più bella, che è quella dell'articolo senza l'aiuto né di possessivo né di dimostrativo, né di pronome; avvenga che se tu t'ausi l'orecchio a udire: poiché noi ne sappiamo la virtù, lodandone i capelli, vederne gli occhi, tu venghi a mano a mano facendoti un bisogno di quel pronome; sì che alla fine, lasciando ne, ti sembra che alla frase manchi qualcosa. In cotal modo s'eran quasi, nelle scritture moderne, abbandonale le vere forme italiane di quelle dizioni, e per questa ragione durai fatica in persuadere alcuni, i quali, scrivendo del resto purissimamente, non si potevan risolvere a sgombrare i loro [pagina 184] scritti di questa ridondanza cui avevano assuefatto l'occhio e l'orecchio.

Vuole adesso alcun vedere quale sconcio, quale quantità di voci vane e fastidiose, possano formare tre di queste soverchiamente ripetute nel corso di un' opera ? Tolgansi lutti i del, dei, delle, a carte 1113, di quei tre esempj dell' Antipurismo, che sono sei, e i sette possessivi inutili degli altri tre a carte 1384, e poi i tre ne a carte 178, e già in nove righe s' avranno 16 di queste parole soverchie che altro non stanno a fare che distruggere la leggiadria dello stile, e snervare il discorso.

Ora, per venire alla conclusione di questo paragrafo io dichiaro ancora che, per cercare ch'io abbia fatto nei tre primi classici, non m'è venuto trovato un solo esempio del ne qui eccettuato; e d'alcuni casi che trassi dagli altri, i quali al primo posson parere il caso nostro; non pur uno è tale; onde io lo escludo dalla nostra lingua. E per meglio determinare qual è questo ne ch' io chiamo strano, dico essere quello che sta in luogo del possessivo; però che in tutti quei casi che abbiano citati, ne' quali è detto gallicismo, si troverà potervisi sostituire il possessivo; dove ne' seguenti non ne è uno che il patisca.

1. Dio 'l voglia che d' uno errore ch' io feci iersera, la gola non NE patisca oggi la penitenza. F.
2.Anche nominò molti altri di ciascuna generazione che non erano colpevoli; questo fece acciò che NE crescesse piu l'animo a' detti ambasciatori. Da S.C.
3. Tu dei leggiermente percuotere nel piattello , o con altro argomento SCOPRIRE la cenere. Casa.
4. Usando i senatori, sé scorgevano gualche ben pubblico non proposto, salire in bigoncia, e PRONUNZIARNE [pagina 185] il lor parere. Dav.
5. Quel giudice de' cittadini e de' forestieri che risedesse, NE avesse l'annual cura. Dav.
6. Ogni venerdì in su quesf ora io la giungo qui, e qui NE fo lo strazio che tu vedrai. B.

Adunque nel primo esempio il pronome ne è della medesima natura di quelli accennati e difesi a pag.176 e 177; poiché egli è una ripetizione della precedente espressione d' uno errore; nel secondo il nome animo è agente del verbo, non oggetto; e il concetto compreso nel pronome è di entrare nella congiura di Catilina; nel terzo e nel quarto ne dinota non qualificazione ma luogo, come detto a carte 175, cioè di quel piattello; nel quinto si riferisce alla festa augustale precedentemente nominata, e comprende della festa ecc; e nel sesto finalmente il pronome ne sta per di lei.

Ma ricorditi della restrizione che facemmo fin da principio, che si esclude ne dal rappresentare il qualificante dell'oggetto, sol quando formi parte identica con quello, cioè sia una cosa o una qualità ad esso appartenente, onde né lo strazio, né l'annual cura, degli ultimi esempj, né la penitenza l'animo de' primi due dinotan una tale idea. In questi quattro casi è conceduto il pronome per quella ragione che dicemmo a carte 137 esser posto il possessivo al nome sventura; queste non sono sottigliezze, ma ben delicatezze osservatissime, come si vede, dai classici, e bellezze della lingua.

Io posso sperare oramai che la naia opinione sarà accolta per chiunque ami la verità.

Perché io mi constituisca censore anche de' miei maestri non mi do per tutto ciò a credere che , nello scrivere questa mia opera, non sia potuto incorrere io medesimo in alcun modo di dire straniero o in alcuno errore; e in ciò io [pagina 186] vorrei che altri fosse così severo con me, come io son con altrui, facendomene accorto, sì che men potessi guardare.


NOTE DELL'AUTORE

(1) Un nostro amico ci ha fatto avvertire che questo ne del Macchiavello si potrebbe ben prendere nel senso di ci, a noi; ma, aprasi il volume delle storie Fiorentine, e, nella dedica a papa Clemente VII, si troveranno due esempj che tolgono questo dubbio. Ei dice: Massimamente veggendo come della memoria del padre di S. S. io non ne ho parlato molto. E poi Di che ne fu cagione la sua breve vita