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Poliziano, Stanze

 

 

Le Stanze per la Giostra (il cui titolo completo è Stanze di Messer Angelo Poliziano, Angelo Ambrosini, detto Poliziano cominciate per la Giostra del Magnifico Giuliano di Piero de' Medici) costituiscono un poema che il Poliziano si accinse a scrivere per il trionfo di Giuliano in un torneo tenutosi a Firenze nell'aprile del 1475.Questa data ci permette di stabilire che il Poliziano cominciò a scrivere le Stanze circa il 1475.Giuliano fu assassinato nella Congiura dei Pazzi nel 1478, e questa data ci fa pensare all'interruzione del poema. Pertanto la stesura del poema va dal '75 al '78.Il poema del Polizia consta di due Libri, il secondo dei quali è incompleto.

Libro Primo.

Innanzi tutto c'è da osservare la meravigliosa musica che il Poliziano crea con la sua ottava, a cui deve aggiungersi la grande maestria poetica che egli ha nel creare bei e meravigliosi quadri. Ma in tutto il poema c'è un significato recondito che si svelerà al centro del poema stesso.

Le prime sette stanze costituiscono solamente l'introduzione al poema. La prima è una stanza di proposizione: l'autore annuncia con questa stanza l'argomento della sua narrazione, cioè qui egli si propone di descrivere essenzialmente due temi: quello delle armi e quello dell'amore. Segue poi l'invocazione che mette l'accento sul tema dell'amore, ponendo il tema delle armi in funzione dell'amore. Il dio dell'amore è descritto dal poeta come ciò che infonde nell'animo dell'amante desiderio e timore, gioie e dolori, che accompagnano sempre la passione amorosa. Ma soprattutto il dio dell'amore è invocato come colui che rende gentile il cuore dell'amante. E tutti in amore sono anime nobili e gentili, ed anche il poeta vi appartiene.

Nella seconda stanza traspira condensata tutta quella serie degli effetti d'amore che la tradizione precedente al Poeta aveva descritto e cantato dallo Stil Nuovo e dal Petrarca. Ed il Poeta invoca il dio dell'amore affinché lo aiuti in questa impresa.

Stanza terza. Il dio dell'amore darà al poeta il suo appoggio e gli reggerà la mano che scrive e canta, poiché amore è tutto quello che il poeta canterà. Pertanto l'onore di questa impresa sarà del dio dell'amore che ha ispirato il poeta. Così con l'aiuto del dio d'amore il poeta canterà di quei lacci d'amore con cui fu imprigionata la mente del Barone toscano, Giuliano de' Medici, figlio della Leda Etrusca, e fratello minore di Lorenzo.

Dopo l'invocazione al dio, la dedica del poema. Esso è dedicato a Lorenzo il Magnifico, il quale nella trasposizione poetica diviene "Lauro". E qui il poeta crea l'immagine dell'albero dell'alloro, caro ai poeti; così, nella trasposizione Lorenzo è visto come un bell'albero dalle fronde verdi e dal tronco solido. E come l'alloro dà rifugio ai piccoli uccelli, così Lorenzo dà rifugio ed appoggio alla città ch'egli regge, cioè Firenze. Ed il poeta cerca rifugio nell'alloro, perché l'alloro è il desiderio massimo e la meta ultima che un poeta può raggiungere.

4


E tu, ben nato Laur, sotto il cui velo
Fiorenza lieta in pace si riposa,
né teme i venti o 'l minacciar del celo
o Giove irato in vista più crucciosa,


accogli all'ombra del tuo santo stelo
la voce umil, tremante e paurosa;
o causa, o fin di tutte le mie voglie,
che sol vivon d'odor delle tuo foglie.

L'albero accoglie la voce paurosa del poeta. Il poeta desidererebbe cantare le gesta non di Giuliano, ma del fratello maggiore Lorenzo. Ma non può, perché ancora le sue ali sono troppo leggere. Tuttavia un giorno il poeta spera di poter cantare dell'Alloro di modo che tutto il mondo lo conosca, e così il poeta stesso potrà diventare un bianco cigno.


5


Deh, sarà mai che con più alte note,
se non contasti al mio volar fortuna,
lo spirto della membra, che devote
risuoni te dai Numidi a Boote,


dag'Indi al mar che 'l nostro celo imbruna,
e posto il nido in tuo felice ligno,
di roco augel diventi un bianco cigno?


Il poeta si pone una domanda: potrà egli essere capace di cantare le gesta di Lorenzo? Potrà il poeta cantare i rami dell'alloro come essi furono favorevoli a Lorenzo? Ma il momento per questo non è ancora giunto, perciò egli si limiterà a cantare le gesta del fratello minore Giuliano, vincitore di una giostra.
Così, dalla dedica, si ritorna ai due temi essenziali del poema: quello delle armi e quello dell'amore.


6


Ma fin ch'all'alta impresa tremo e bramo,
e son tarpati i vanni al mio disio,
lo glorioso tuo fratel cantiamo,
che di nuovo trofeo rende giulio


il chiaro sangue e di secondo ramo:
convien ch'i' sudi in questa polver io.
Or muovi prima tu mie' versi Amore,
ch'ad alto volo impenni ogni vil core.


Ma per indicarlo ancora una volta, il tema delle armi sarà visto in termini del tema dell'amore.

L'ultima stanza dell'introduzione è indirizzata ad Achille, la cui tradizione il poeta stava celebrando, poiché stava traducendo l'Iliade dal greco in latino. Egli si scusa di interrompere il canto di Achille; e nell'accomiatarsi dall'eroe antico, il poeta si rivolge a lui come all'eroe che amò, non quindi alla potenza delle sue armi, ma alla passione amorosa che Achille ebbe per la figlia di Leda. Pertanto, la passione d'amore può andare oltre la tomba, oltre la morte. E questo insistere sull'amore è proprio la nota caratteristica del poema che sempre più e più durante il suo svolgimento verrà a galla.


7


E se qua su la fama el ver rimbomba,
che la figlia di Leda, o sacro Achille,
poi che 'l corpo lasciasti intro la tomba,
t'accenda ancor d'amorose faville,


lascia tacer un po' tuo maggior tromba
ch'i' fo squillar per l'italiche ville,
e tempra tu la cetra a novi carmi,
mentr'io canto l'amor di Iulio e l'armi.


Questo inizio ci pone davanti ad una situazione reale, ci pone difronte ad un ambiente storico ben definito e con chiari personaggi storici: queste sette stanze esaltano la città di Firenze, Lorenzo e Giuliano de' Medici.

 

Castiglione, Il Cortegiano


Passando ora all'inizio del Cortegiano del Castiglione, possiamo considerarlo esattamente parallelo all'inizio delle Stanze. L'inizio delle Stanze esalta Firenze, l'inizio del Cortegiano esalta Urbino. Quello celebra il reggitore di Firenze, questo il reggitore di Urbino. Pertanto anche l'inizio del Cortegiano ci pone in un ambiente storico ben definito.


Baldassarre Castiglione Alle pendici dell'Appennino, quasi al mezzo della Italia verso il mare Adriatico, è posta, come ognun sa, la piccola città d'Urbino; la quale, benché tra monti sia, e non così ameni come forse alcun'altri che veggiamo in molti lochi, pur di tanto avuto ha il cielo favorevole, che intorno il paese è fertilissimo e pien di frutti; di modo che, oltre alla salubrità dell'aere, si trova abundantissima d'ogni cosa che fa mestieri per lo vivere umano. Ma tra le maggior felicità che se le possono attribuire, questa credo sia la pricipale, che da gran tempo in qua sempre è stata dominata da ottimi Signori; avvenga che nelle calamità universali delle guerre della Italia essa ancor per un tempo ne sia restata priva. Ma non cercando più lontano, possiamo di questo far bon testimonio con la gloriosa memoria del duca Federico, il quale a dì suoi fu lume della Italia... Questo, tra l'altre cose sue lodevoli, nell'aspero sito d'Urbino edificò un palazzo, secondo le opinioni di molti, il più bello che in tutta Italia si trovi; e d'ogni opportuna cosa sì ben lo fornì, che non un palazzo, ma una città in forma di palazzo esser pareva.... (I, ii)


Castiglione celebra prima Federico II da Montefeltro (1422-1482), padre di Guidubaldo, Urbino e il suo palazzo ducale, progettato dal Laureana, i cui lavori di costruzione iniziarono verso il 1465. Egli celebra poi il suo successore e figlio di Federico, Guidubaldo da Montefeltro, che già giovanissimo, parve di essere arricchito di tutte le virtù ma, purtroppo «la fortuna, invidiosa di tanta virtù, con ogni sua forza s'oppose a così glorioso principio, talmente che, non essendo ancor il Duca giunto alli venti anni, s'infermò di podagre, le quali con atrocissimi dolori procedendo, in poco spazio di tempo talmente tutti i membri gli impedirono, che né stare in piedi né moversi potea». (I, iii)