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I due inizi, quindi, quello delle Stanze e quello del Cortegiano, celebrano due corti, due reggitori, due città. E celebrano anche personaggi storici che si fecero grandi su questa terra con le loro azioni. E se noi spogliamo i due inizi, quello delle Stanze e quello del Cortegiano, delle circostanze storiche che li accompagnano, possiamo dire che essi celebrano l'uomo e le sue azioni nel perseguimento di una felicità fatta di beni terreni.


Dante


Ponendo ora questi due inizi contro lo sfondo della Divina Commedia, scritta più di cento anni avanti, appare subito chiara un'atmosfera completamente diversa. Infatti all'inizio della Commedia non si celebra l'uomo, né si celebrano le sue gesta umane; si descrive invece una disperazione che è propria dell'umanità, poiché la Divina Commedia apre con una situazione esistenziale a più che un unico livello.Infatti, se nel suo significato letterale inizia con il racconto dello smarrirsi del Poeta in una foresta per la perdita della diritta via, nel suo significato allegorico il poema descrive la disperazione dell'anima umana che si ritrova nella selva del peccato dalla quale l'uomo, che ha perduto la diritta via, cerca di liberarsi.

La prima terzina del Poema di Dante pone subito alla mente il significato più vasto ed importante, quello allegorico, e stabilisce un continuo andare e venire dal significato letterale al significato, appunto, allegorico.


Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura
che la diritta via era smarrita.


Ahi quanto a dir qual'era è cosa dura
esta selva selvaggia e aspra e forte
che nel pensier rinnova la paura!


Tant'è amara che poco è più morte;
ma per trattar del ben ch'i' vi trovai,
dirò de l'altre cose ch'i' v'ho scorte.


Io non so ben ridir com'i' v'entrai,
tant'era pien di sonno a quel punto
che la verace via abbandonai.


Ma poi ch'i' fui al piè d'un colle giunto
là dove terminava quella valle
che m'avea di paura il cor compunto,


guardai in alto, e vidi le sue spalle
vestite già de' raggi del pianeta
che mena dritto altrui per ogni calle.


Allor fu la paura un poco queta
che nel lago del cor m'era durata
la notte che passai con tanta pièta.


E come quei che con lena affannata
uscito fuor del pelago a la riva
si volge a l'acqua perigliosa e guata,


così l'animo mio, ch'ancor fuggiva,
si volse a retro a rimirar lo passo
che non lasciò già mai persona viva.


Poi ch'èi posato un poco il corpo lasso,
ripresi via per la piaggia diserta,
sì che 'l piè fermo sempre era 'l più basso.
(Inferno, I, 1-30)

In tutt'e due i significati quello che è importante è lo smarrire la diritta via. Nel significato letterale, Dante ha smarrito la diritta via perché il sonno gliela fatta smarrire; e nel significato allegorico è il peccato che gliela ha fatta smarrire. Essa deve essere riacquistata; e per far ciò l'anima umana deve rivolgersi a quel sole spirituale che è Dio, che risplende dietro al colle, e "che mena dritto altrui per ogni calle" (18). E già nella struttura esteriore si nota l'insistenza sulla verace via, sul colle, sull'idea di un viaggio che può solo essere giusto se si fa secondo l'idea del divino, seguendo la luce del sole sia nel significato letterale che in quello allegorico. E la necessità è quella di guardare in alto, perché la via diretta sale verso il cielo. Nel significato letterale si afferma la necessità di andare verso l'alto; nel significato allegorico si tratta di abbordare la salita spirituale per riacquistare il bene perduto.


Ma nel significato letterale, il Poeta non può salire perché tre animali feroci gli precludono la continuazione dell'ascesa; nel significato allegorico le tre bestie feroci rappresentano le tre principali categorie del peccato. Perciò bisogna che il Poeta scenda prima di poter salire. Così egli va nelle regioni dell'Inferno per vedere e conoscere direttamente tutte le varianti delle tre principali categorie del peccato, fino alla radice stessa del peccato, cioè fino a Satana. E dopo questa discesa diabolica, egli potrà salire la montagna del Purgatorio.


E così anche l'anima dovrà compiere una discesa spirituale, dovrà entrare dentro i recessi della propria coscienza per scoprire che la radice di tutti i peccati è l'orgoglio, per acquistare la virtù dell'umiltà, e solo allora si potrà cominciare a salire.


Ma l'ascesa del Purgatorio non comincerà subito, perché nel Purgatorio il Poeta incontra Casella, e lo prega di stare un pochino con lui e cantare per lui una canzone. Casella quindi inizia a cantare una canzone d'amore. E nella narrazione del Poema un momento memorabile accade, perchè mentre Casella canta Amor che ne la mente mi ragiona arriva una schiera di anime e tutte, dimenticando la ragione e lo scopo della loro presenza in Purgatorio, sono prese dalla dolcezza della canzone d'amore cantata da Casella:


"Amor che ne la mente mi ragiona"
cominciò elli allor sì dolcemente
che la dolcezza ancor dentro mi suona.


Lo mio maestro e io e quella gente
ch'eran con lui parevan sì contenti,
come a nessun toccasse altro la mente.


Qui, perciò, non si va all'insù, ma ci si muove verso una meta che è puramente umana. È un momento d'oblio questo, ma è chiaro che questo momento non può esistere a lungo, perché la via dritta è una sola, e il fermarsi, il mescersi nelle cose prettamente terrene non può sussistere. Infatti arriva subito il guardiano del Purgatorio, Catone, e rimprovera tutti per il loro oblio.


Noi eravam tutti fissi e attanti
a le sue note; ed ecco il veglio onesto
gridando: "Che è ciò, spiriti lenti?


qual negligenza, quale stare è questo?
Correte al monte a spogliarvi lo scoglio
ch'esser non lascia a voi Dio manifesto."
(Purgatorio, II 112-123)


Il momento d'oblio deve essere condannato; è uno spazio umano che va condannato energicamente. Lo spazio umano va rifiutato e condannato perché tutte le cose del mondo non possono essere perseguite in se stesse; le cose del mondo possono solamente essere usate non godute: c'è una grande differenza tra il godere e l'usare le cose create, come già aveva detto S. Agostino e come ripeterà ancora il Petrarca. Perciò il momento d'oblio di Dante ai piedi della montagna del Purgatorio deve essere condannato.


Nella concezione medievale tutte le cose nascondono un pensiero recondito, esse vanno al di là della loro superficie. L'uomo può usare la cosa, ma non goderla per sé. La cosa deve servire all'uomo per uno scopo: quello di poter dirigere attraverso essa la sua mente verso il Creatore. Tutto il creato ha un significato. La noce, le rose bianche e le rose rosse che adornano tanti quadri del medioevo hanno il loro significato intimo. La cosa creata deve indicare all'uomo la via a Dio, quella perenne ascesa della creatura umana verso il suo fine ultimo, cioè Dio.


Così il processo artistico, il processo intellettuale e di pensiero si inizia in ciò che è terreno e termina nell'infinità di Dio. Le cattedrali gotiche, con i loro pinnacoli, sembrano bucare le nuvole ed indicano il movimento ascensionale. E nella pittura del Medioevo, la figura umana è vista contro lo sfondo d'oro. Concettualmente, lo sfondo d'oro indica la luce divina, e la persona umana non è altro che una azione limitata e transitoria a confronto dell'infinito di Dio.

Negli affreschi medievali vi è una rassomiglianza di paesaggi; i cieli sono gialli o rossi ad indicare il simbolismo della Grazia e del sacrificio di Dio. L'uso del paesaggio è molto limitato ed esclusivamente funzionale. E se si guarda alle molte fontane medievali d'Europa, si nota che esse hanno i calendari, o i mesi dell'anno con il lavoro dell'uomo tipico di quel mese o di quella stagione: anche questo rappresenta la condanna dell'uomo al lavoro dopo il peccato originale. E per il lavoro intellettuale si hanno le tre arti del Trivio e le quattro arti del Quadrivio.

[Per un bell'esempio, si vedano i bassorilievi — 24 formelle per i mesi dell'anno (dittici 8-19) e 8 per le sette arti liberali più Filosofia (dittici 21-24) — che formano parte del ciclo del bacino inferiore della Fontana Maggiore di Perugia,
opera di Nicola e Giovanni Pisano. Anno 1278
]

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La Fontana Maggiore

Anche il lavoro intellettuale, come quello manuale, è via alla virtù. E al di sopra di queste vi sono le sette virtù, le quattro cardinali e le tre teologali; ed al di sopra di esse, vi sono i sette sacramenti, indicanti la via che sale, la "dritta via".


Anche i numeri 7, 4, 3, indicano una specie di aritmetica simbolica: il tre è il numero perfetto perché indica la trinità di Dio; mentre quattro è il numero materiale perché quattro sono gli elementi primordiali: acqua, aria, terra, fuoco. E se si prende il quattro e si moltiplica per tre (4 x 3), si ha 12, il numero degli apostoli. E se si sommano quattro più tre (4 + 3), si ha sette, i sette sacramenti ecc. E l'8 indica l'ottava nella frase musicale, ma anche il fonte battesimale è ottagonale. E così via. Il fatto sta che nel Medioevo tutto e poi tutto indica l'anelito della creatura umana verso il cielo.


Una volta quindi condannato l'episodio di Casella, l'ascesa di Dante verso Dio è continua, e lo sforzo cessa solo con la conquista del Bene infinito, che è una conquista prima della ragione e poi della Grazia.


La Divina Commedia, quindi, può anch'essa essere considerata come una cattedrale gotica in versi. Il suo viaggio letterale termina quando il Poeta ha la visione beatifica di Dio, e anche il viaggio dell'anima termina in Dio dopo che essa si è purgata dal peccato.


Pertanto, la Divina Commedia non celebra l'uomo come invece lo celebrano e l'inizio della Giostra e l'inizio del Cortegiano.