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Petrarca

 


Anche l'inizio delle Rime, o Canzoniere, del Petrarca non esalta l'uomo, né l'azione dell'uomo diretta al conseguimento di una perfezione umana fatta di beni terreni. Al contrario, la prima poesia del Canzoniere rivela uno stato di profonda angoscia ed afferma la necessità d'un mutamento. Infatti il primo sonetto delle "Rime" è una poesia di pentimento con vergogna, scorno e, come conseguenza, il mutamento di corso della vita stessa del Poeta:


Voi ch'ascoltate in rime sparse il suono
di quei sospiri ond'io nudriva il core
in sul mio primo giovenile errore,
quand'era in parte altr'uom da quel ch'i' sono;

del vario stile in ch'io piango e ragiono
fra le vane speranze e 'l van dolore,
ove sia chi per prova intenda amore,
spero trovar pietà, non che perdono.

Ma ben vegg'i' or sì come al popol tutto
favola fui gran tempo; onde sovente
di me stesso meco mi vergogno:

e del mio vaneggiar vergogna è il frutto,
e il pentersi, e 'l conoscer chiaramente
che quanto piace al mondo è breve sogno.
(Rime, i)

Nel primo sonetto delle Rime, il Petrarca quindi si rivolge a coloro che leggeranno il suo "Canzoniere" e che ascolteranno il suono di quei sospiri di cui il Poeta nutriva il cuore nella sua giovinezza. Ed appellandosi ai lettori, egli spera di trovare presso coloro che per esperienza sanno che cosa sia la passione amorosa, il loro pianto e il loro perdono. La costatazione di questo suo errore—come egli crede—è divenuto scorno per tutti; e di questo suo pazzo amore il frutto è la vergogna e la necessità del pentimento. Fama, bellezza e gloria (quanto piace al mondo) non sono altro che un sogno che non dura, perciò il Poeta deve appoggiarsi a qualche cosa che duri in eterno.


Questo è un inizio che più che proemio si può chiamare fine o epilogo, perché ovviamente è scritto a Canzoniere terminato; ma il Poeta vuole metterlo all'inizio per far vedere ai lettori che tutto ciò che è cantato nei suoi versi è qualcosa da scartarsi ed appartiene ad un altro periodo della sua vita.


Anche la fine del Canzoniere mostra di nuovo l'intenzione del pentimento:


Vergine, in cui ho tutta mia speranza
che possi e vogli al gran bisogno aitarme,
non mi lasciar in su l'estremo passo:
non guardar me, ma chi degnò crearme;
no 'l mio valor, ma l'alta sua sembianza
ch'è in me ti mova a curar d'uom sì basso.
Medusa e l'error mio m'han fatto un sasso
d'umor vano stillante:
Vergine, tu di sante
lagrime e pie adempi 'l mio cor lasso;
ch'almen l'ultimo pianto sia devoto,
senza terrestre limo,
come fu 'l primo non d'insania vòto.

Vergine umana e nemica d'orgoglio,
del comune principio amor t'induca:
miserere d'un cor contrito, umìle;
ché se poca mortal terra caduca
amar con sì mirabil fede soglio,
che devrò far di te, cosa gentile?
se dal mio stato assai misero e vile
per le tue man resurgo,
Vergine, i' sacro e purgo
al tuo nome e pensieri e 'ngegno e stile,
la lingua e 'l cor, le lagrime e i sospiri.
Scorgimi al miglio guado,
e prendi in grado i cangiati desiri.

Il dì s'appressa, e non pòte esser lunge,
sì corre il tempo e vola;
Vergine unica e sola:
e 'l cor or conscienzia or morte punge
raccomandami al tuo Figliuol, verace
Omo e verace Dio,
ch'accolga 'l mio spirto ultimo in pace.
(Rime, ccclxvi, 105-137)


L'ultima poesia del Canzoniere è una canzone di pentimento e preghiera alla Vergine, preghiera di non lasciarlo solo al momento dell'estremo passo. La Medusa che ha reso il suo cuore di sasso è la donna che egli tanto ha amato, ma come cosa vana essa non dura. Perciò la preghiera è alla Vergine umana, ma anche nemica dell'orgoglio che è la base di tutti i peccati, come si è visto nella Divina Commedia. Perciò se il Poeta ha amato qualcosa di caduco, con qual più amore dovrà egli amare una persona divina? Solo dedicando a Lei tutti i suoi pensieri e sentimenti.


Se la prima poesia è una poesia di pentimento, e se l'ultima è una poesia di pentimento e di preghiera, possiamo dire che il principio e la fine del Canzoniere costituiscono una cornice entro cui prende corpo il primo giovenile errore del Petrarca.
Ma vi è di più perché altre volte, nel corpo del Canzoniere stesso vi sono delle riflessioni che riconoscono l'errore e vi sono anche altre poesie di pentimento. Il fatto è che nel Petrarca vi è un continuo oscillare tra il divino cui egli aspira e l'umano in cui trova la felicità.


Tutto il corpo del Canzoniere che canta l'amore per Laura (eccetto pochissime altre poesie di carattere politico e vario), il Poeta canta questo amore attraverso due temi: l'amore per l'oggetto amato, e gli effetti di questo amore sul poeta stesso. Ed è su queste due basi che consiste il Canzoniere; ma nel guardare al corpo del poema è necessario tenere sempre in mente la cornice.


Penetrando questo corpo è necessario vedere come il Poeta descrive Laura. Laura è descritta in una maniera unica; scarsi sono gli elementi di contenuto realistico, e Laura ci si presenta come figura evanescente. Il Poeta la descrive sempre con i medesimi attributi, in maniera fissa, pur creando sempre la figura della donna come un miracolo di bellezza, fissato con determinati e non mutevoli colori ed immagini. Per di più il Petrarca descrive Laura in un ambiente di eugual bellezza. Anche il paesaggio su cui la donna è posta ha gli stessi elementi che non mutano. Perciò Laura è una figura di insuperabile bellezza posta al centro di una natura ench'essa d'incomparabile bellezza. E il Poeta, immmergendosi in questa sua contemplazione, trova la felicità, trova una felicità che non ha limiti. In contrasto con questo vi è l'incertezza che il Poeta sente quando deve allontanarsi da questa visione.
Tutto ciò può essere visto nella famosa canzone Chiare, fresche e dolci acque, la cxxvi poesia del Canzoniere.


Chiare, fresche e dolci acque,
ove le bella membra
pose colei che sola a me par donna;
gentil ramo, ove piacque
(con sospir mi rimembra)
a lei di far al bel fianco colonna;
erba e fior che la gonna
leggiadra ricoverse
co l'angelico seno,
ove Amor co' begli occh i 'l cor m'aperse;
date udienza insieme
a le dolenti mie parole estreme.

S'egli è pur mio destino,
e 'l cielo in ciò s'adopra,
ch'Amor quest'occhi lagrimando chiuda;
qualche grazia il meschino
corpo fra voi ricopra,
e torni l'alma al proprio albergo ignuda.
La morte fia men cruda,
se questa spene porto
a quel dubbioso passo;
ché lo spirito lasso
non poria mai 'n più riposato porto
né in più tranquilla fossa
fuggir la carne travagliata e l'ossa.

Tempo verrà ancor forse
ch'a l'usato soggiorno
torni la fera bella e mansueta,
e là, 'v' ella mi scórse
nel benedetto giorno;
valga la vista disiosa e lieta,
cercandomi; et, o pièta!
già terra in fra le pietre
vedendo, Amor l'ispiri
in guisa, che sospiri
sì dolcemente che mercè m'impetre
e faccia forza al cielo
asciugandosi gli occhi co 'l bel velo.

Da' be' rami scendea,
(dolce ne la memoria)
una pioggia di fior sovra 'l suo grembo;
et ella si sedea
umile il tanta gloria,
coverta già de l'amoroso nembo.
Qual fior cadea su 'l lembo,
qual su le treccie bionde,
ch'oro forbito e perle
eran quel dì a vederle;
qual si posava in terra, e qual su l'onde;
qual con un vago errore
girando parea dir, "Qui regna Amore".

Quante volte diss'io
allor pien di spavento
"Costei per fermo nacque in paradiso":
così carco d'oblio,
il divin portamento
e 'l volto e le parole e 'l dolce riso
m'aveano, e sì diviso
de l'imagine vera,
ch'io dicea sospirando
"Qui come venn'io, e quando?",
credendo esser in ciel, non là dov'era.
Da indi in qua mi piace
quest'erba sì, ch'altrove non ho pace.
Se tu avessi ornamenti quant'hai voglia
potresti arditamente
uscir del bosco e gir in fra la gente.
(Rime, cxxvi)



Nella prima e nella quarta stanza Laura è al centro di questo incomparabile paesaggio, seduta sotto un albero mentre una pioggia di fiori che non cessa le si posa sopra. Queste due stanze sono tipiche nella rappresentazione poetica della sua donna. E nella canzone queste due stanze sono così diverse dalla seconda e dalla terza che sembrano quasi appartenere a due poesie diverse. Ma e la prima e la quarta stanza hanno ognuna una frase parentetica, ma importantissima, che le lega alla seconda e alla terza stanza: (con sospir mi rimembra) / (dolce ne la memoria). Questi due versi parentetici legano il presente ideale della prima e della quarta stanza con il presente reale della seconda e della terza. Qui è il dolore e il pianto che strazia il Poeta. Qui, tra la stanchezza e la tristezza del Petrarca c'è un anelito di speranza che il suo corpo possa un giorno essere sepolto in quel luogo dove egli nella sua giovinezza vide Laura come spettacolo bello in mezzo alla bella natura. Il presente reale è un presente di dolore e di angoscia, e proprio per superare questo dolore egli rievoca un passato fatto solo di pace e di gioia: (con sospir mi rimembra). È per questo che il presente reale della seconda stanza guarda alla prima.


E così la terza guarda alla quarta, perché il Poeta si proietta nel futuro sperando che il futuro sia migliore per lui. Proiettandosi nel futuro, egli si crede morto e vede in visione la bella donna che possa venire a cercarlo, ma invano perché non vedrà altro che la pietra dove il poeta è sepolto. Questa terza stanza prelude alla seguente, ma sembra preludere non ad una descrizione di pace in grembo a Dio, poiché la quarta stanza ricrea nella memoria una cosa passata; ciò significa che il Poeta, nel proiettarsi ad una vita futura, vede questa vita futura solo come era nel passato, e perciò ricrea un presente ideale ponendo il suo desiderio di felicità in qualche cosa che è strettamente terreno: una pace e una felicità, sì, ma fatte di cose terrene.


E sintetizzando tutto ciò nella quinta ed ultima stanza il poeta finalmente si rivela: egli non sa vedere la vita futura diversamente da ciò che fu la sua gioia provata un giorno sulla terra; e solo qui egli trova la pace e la felicità ma che non sono diverse dalla pace e dalla felicità del cielo. L'unica differenza è che la felicità celeste è eterna, e quella del poeta dura solamente mentre egli può dimenticare la realtà del presente dove c'è l'angoscia e il pensiero della morte.
Quando questa canzone del Petrarca è messa a confronto con la Divina Commedia, si nota che nella canzone la pace e la felicità non sono poste in Dio, ma in una persona umana; pertanto nel Petrarca il movimento non è verticale come quello della Commedia, ma è orizzontale.


È così che si può dire che quando il Petrarca crea queste visioni, si viene a creare uno spazio umano, poiché la meditazione del poeta non si muove all'insù. Questo accade nel Canzoniere ogni qualvolta egli contempla la sua celebre amata. E infatti in tutto il Canzoniere il Poeta oscilla continuamente tra presente reale e presente ideale. il Poeta vuole tutto: il mondo e Dio. La sua è un'aspirazione assoluta: vuole il mondo, ma questo non è eterno; vuole Dio, ma Dio non può rappresentare il mondano. Questo è il conflitto del Petrarca; nell'umano egli rimpiange il divino, e nel divino rimpiange l'umano. Laura rappresenta per il Poeta tutte le aspirazioni umane: gloria e bellezza, onore e fama, pace e felicità. Ma questi non possono esistere che come momento d'oblio. Perciò tutto il Canzoniere, al di fuori della sua cornice che è pentimento, non è altro che un momento d'oblio: oblio del divino, e riposo in uno spazio umano.