05


Boccaccio

Se si passa al Decameron di Boccaccio e si osserva l'inizio in confronto all Giostra del Poliziano e al Cortegiano del Castiglione, si nota che esso non esalta le azioni dell'uomo in conseguimento delle cose terrene; al contrario, esso esprime una desolazione completa. L'introduzione del Boccaccio al suo Decameron descrive infatti in termini realistici la brutta calamità di quella peste che nel 1348 si estese in Italia dall'Oriente.



<8> Dico adunque che già erano gli anni della fruttifera incarnazione del Figliuolo di Dio al numero pervenuti di mille trecento quanrant'otto, quando nella egregia città di Firenze, oltre ad ogni altra italica bellissima, pervenne la mortifera pestilenza; la quale o per operazione de' corpi superiori o per le nostre inique opere da giusta ira di Dio a nostra correzione mandata sopra i mortali, alquanti anni davanti nelle parti orientali incominciata, quelle d'innumerabile quantità di viventi avendo private, senza ristare, d'un luogo in un altro continuandosi, verso l'Occidente miserabilmente s'era ampliata. <9>E in quella non valendo alcun senno né umano provvedimento, per lo quale fu da molte immondizie purgata la città da oficiali sopra ciò ordinati e vietato l'entrarvi dentro a ciascuno infermo e molti consigli dati a osservazion della sanità, né ancora umili supplicazioni non una volta ma molte e in processione ordinate e in altre guise a Dio fatte dalle divote persone, quasi nel principio della primavera dell'anno predetto orribilmente cominciò i suoi dolorosi effetti, e in miracolosa maniera, a dimostrare..


. <14>E fu questa pestilenza di maggior forza per ciò che essa dagl'infermi di quella, per lo comunicare insieme, s'avventava a' sani, non altrimenti che faccia il fuoco alle cose secche o unte quando molto vi sono avvicinate. <15>E più avanti ancora ebbe di male: ché non solamente il parlare e l'usare con gl'infermi dava a' sani infermità o cagione di comune morte, ma ancora il toccare i panni o qualunque altra cosa da quegli infermi stata toccata o adoperata pareva seco quella cotale infermità nel toccar trasportar. <16>Maravigliosa cosa è a udire quello che io debbo dire: il che, se dagli occhi di molti e da me non fosse stato veduto, appena che io ardissi di crederlo, non che di scriverlo, quantunque da fededegna persona udito l'avessi. <17>Dico che di tanta efficacia fu la qualità della pestilenza narrata nello appiccarsi da uno ad altro, che non solamente l'uomo all'uomo, ma questo, che è molto più, assai volte visibilmente fece: cioè che la cosa dell'uomo infermo stato, o morto di tale infermità, tocca da un altro animale fuori della spezie dell'uomo, non solamente della infermità il contaminasse, ma quello infra brevissimo spazio uccidesse. <18>Di che gli occhi miei, sì come poco davanti è detto, presero tra l'altre volte, un dì, così fatta esperienza, che, essendo gli stracci d'un povero uomo di tale infermità morto gittati nella via pubblica, e abbattendosi ad essi due porci, e quegli, secondo il lor costume, prima molto col grifi e poi co' denti presigli e scossiglisi alle guance, in piccola ora appresso, dopo alcuno
avvolgimento, come se veleno avesser preso, amendui sopra gli mal tirati stracci morti caddero in terra...

<23>E in tanta afflizione e miseria della nostra città era la reverenda autorità delle leggi, così divine come umane, quasi caduta e dissoluta tutta per li ministri ed esecutori di quelle, li quali, sì come li altri uomini, erano tutti o morti o infermi o sì di famigli rimasti stremi, che uficio alcuno non potean fare: per la qual cosa era a ciascuno licito quanto a grado gli era d'adoperare. <24>Molti altri servavano, tra questi due di sopra detti, una mezzana via, non strignendoli nelle vivande quanto i primi, né nel bere e nelle altre dissoluzioni allargandosi quanto i secondi, ma a sofficienza secondo gli appetiti le cose usavano, e senza rinchiudersi andavano attorno portando nelle mani chi fiori, chi erbe odorifere e chi diverse maniere di spezierie, quelle al naso ponendosi spesso, estimando essere ottima cosa il cerebro con cotai odori confortare, con ciò fosse cosa che l'aere tutto paresse dal puzzo de' morti corpi e delle infermità e delle medicine compreso e puzzolente. <25>Alcuni erano di più crudel ssentimento, come che per avventura più fosse sicuro, dicendo niun'altra medicina essere contro alle pestilenze migliore né così buona, come il fuggir loro davanti: e da questo argomento mossi, non curando d'alcuna cosa se non di sé, assai e uomini e donne abbandonarono la propria città, le proprie case, i lor luoghi e i lor parenti e le lor cose, e cercarono l'altrui o almeno il lor contado, quasi l'ira di Dio a punire le iniquità degli uomini con quella pestilenza, non dove fossero procedesse, ma solamente a coloro opprimere, li quali dentro alle mura della lor città si trovassero, commossa intendesse, o quasi avvisando niuna persona in quella dover rimanere, e la sua ultima ora esser venuta.


<26>E come che questi così variamente oppinanti non morissero tutti, non per ciò tutti campavano: anzi, infermandone di ciascuna molti e in ogni luogo, avendo essi stessi, quando sani erano, essemplo dato a coloro che sani rimanevano, quasi abbandonati per tutto languieno. <27>E lasciamo stare che l'uno cittadino l'altro schifasse, e quasi che niuno vicino avesse dell'altro cura, e i parenti insieme rade volte o non mai si visitassero e di lontano; era con sì fatto spavento questa tribulazione entrata ne' petti degli uomini e delle donne, che l'un fratello l'altro abbandonava, e il zio il nipote, e la sorella il fratello, e spesse volte la donna il suo marito; e, che maggior cosa è e quasi non credibile, li padri e le madri i figliuoli, quasi loro non fossero, di visitare e di servire schifavano..


. <43>E acciò che dietro ad ogni particularità le nostre passate miserie per la città avvenute più ricercando non vada, dico che così inimico tempo correndo per quella, non per ciò meno di alcuna cosa risparmiò il circustante contado; nel qual, lasciando star le castella, che simili erano nella loro piccolezza alla città, per le sparte ville e per gli campi i lavoratori miseri e poveri e le loro famiglie, senza alcuna fatica di medico o aiuto di servitore, per le vie e per li loro còlti e per le case, di dì e di notte indifferentemente, non come uomini ma quasi come bestie morirono. <44>Per la qual cosa essi così nelli loro costumi come i cittadini divenuti lascivi, di niuna lor cosa o faccenda curavano; anzi tutti, quasi quel giorno nel quale si vedevano essere venuti la morte aspettassero, non d'aiutare i futuri frutti delle bestie e delle terre e delle loro passate fatiche, ma di consumare quegli che si trovavano presenti si sforzavano con ogni ingegno. <45>Per che addivenne i boui, gli asini, le pecore, le capre, i porci, i polli, e i cani medesimi fedelissimi agli uomini, fuori delle proprie case cacciati, per gli campi, dove ancora le biade abbondante erano, senza essere, non che raccolte, ma pur segate, come meglio piaceva loro se ne andavano. <46>E molti, quasi come razionali, poi che pasciuti erano bene il giorno, la notte alle lor case, senza alcun correggimento di pastore, si tornavano satolli. <47>Che più si puó dire, lasciando stare il contado e alla città ritornando, se non che tanta e tale fu la crudeltà del Cielo, e forse in parte quella degli uomini, che infra 'l marzo e il prossimo luglio vegnente, tra per la forza della pestifera infermità e per essere molti infermi mal serviti o abbandonati ne' loro bisogni per la paura che avevano i savi, oltre a cento mila creature umane si crede per certo dentro alle mura della città di Firenze essere stati di vita tolti? che forse, anzi l'accidente mortifero, non si saria estimato tanti avervene dentro avuti. <48>O quanti gran palagi, quante belle case, quanti nobili abituri, per addietro di famiglie pieni, di signori e di donne, infino al menomo fante, rimaser vòti! O quante memorabili schiatte, quante amplissime eredità, quante famose ricchezze si videro senza successor debito rimanere! Quanti valorosi uomini, quante belle donne, quanti leggiadri giovani, li quali non che altri, ma Galieno, Ippocrate o Esculapio avrieno giudicati sanissimi, la mattina desinarono co' loro parenti, compagni ed amici, che poi la sera vegnente appresso nell'altro mondo cenarono con li loro passati!


<49>A me nedesimo incresce andarmi tanto tra tante miserie ravvolgendo: per che, volendo omai lasciare star quella parte di quelle che io acconciamente posso schifare, dico che, stando in questi termini la nostra città, d'abitatori quasi vòta, addivenne, sì come io poi da persona degna di fede sentii, che nella venerabile chiesa di Santa Maria Novella, Santa Maria Novella un martedì mattina, non essendovi quasi alcuna altra persona, uditi gli divini uffici in abito lugubre, quale a sì fatta stagion si richiedea, si ritrovarono sette giovani donne, tra l'una e l'altra o per amistà o per vicinanza o per parentado congiunte, delle quali niuna il ventiottesimo anno passato avea né era minor di diciotto, savia ciascuna e di sangue nobile e bella di forma e ornata di costumi e di leggiadra onestà. <50>Li nomi delle quali io in propria forma racconterei, se giusta cagione di dirlo non mi togliesse, la quale è questa: che io non voglio che per le raccontate cose da loro, che seguono, e per l'ascoltate, nel tempo avvenire alcuna di loro possa prender vergogna, essendo oggi alquanto ristrette le leggi al piacere, che allora, per le cagioni di sopra mostrate, erano, non che alla loro età, ma a troppo più matura, larghissime; né ancora dar materia agl'invidiosi, presti a mordere ogni laudevole vita, di diminuire in niuno atto l'onestà delle valorose donne con inconsci parlari.

<51>E per ciò, acciò che quello che ciascuna dicesse senza confusione si possa comprendere appresso, per nomi alle qualità di ciscuna convenienti o in tutto o in parte intendo di nominarle: delle quali la prima, e quella che di più età era, Pampinea chiameremo, e la seconda Fiammetta, Filomena la terza, e la quarta Emilia, e appresso Lauretta diremo alla quinta e alla sesta Neifile, e l'ultima Elissa non senza cagione nomeremo. <52>Le quali, non già da alcun proponimento tirate, ma per caso in una delle parti della chiesa adunatesi, quasi in cerchio a seder postesi, dopo più sospiri, lasciato stare il dir de' paternostri, seco della qualità del tempo molte e varie cose cominciarono a ragionare; e dopo alcuno spazio, tacendo l'altre, così Pampinea cominciò a parlare: ....

<65>«.....io giudicherei ottimamente fatto che noi, sì come noi siamo, sì come molti innanzi a noi hanno fatto e fanno, di questa terra uscissimo, e fuggendo come la morte i disonesti essempli degli altri, onestamente ai nostri luoghi in contado, de' quali a ciascun di noi è gran copia, ce ne andassimo a stare, e quivi quella festa, quella allegrezza, quello piacere che noi potessimo, senza trapassare in alcun atto il segno della ragione prendessimo. <66>Quivi s'odono gli uccelletti cantare, veggionsi verdeggiare i colli e le pianure, e i campi pieni di biade non altramente ondeggiare che il mare, e d'alberi ben mille maniere, e il cielo più apertamente, il quale, ancora che crucciato ne sia, non perciò le sue bellezze etterne ne nega, le quali molto più belle sono a riguardare che le mura vòte della nostra città. <67>Ed evvi, oltre a questo, l'aere assai più fresco, e di quelle cose che alla vita bisognano in questi tempi v'è la copia maggiore, e minore il numero delle noie. <68>Per ciò che, quantunque quivi così muoiano i lavoratori come qui fanno i cittadini, v'è tanto minore il dispiacere quanto vi sono, più che nella città, rade le case e gli abitanti. <69>E qui d'altra parte, se io ben veggio, noi non abbandoniam persona, anzi ne possiamo con verità dire molto di più tosto abbandonate; per ciò che i nostri, o morendo o da morte fuggendo, quasi non fossimo loro, sole in tanta afflizione n'hanno lasciate. <70>Niuna riprensione adunque può cadere in cotal consiglio seguire: dolore e noia e forse morte, non seguendolo, potrebbe avvenire. <71>E per ciò, quando vi paia, prendendo le nostre fanti, e con le cose opportune faccendoci seguitare, oggi in questo luogo e domane in quello quella allegrezza e festa prendendo che questo tempo può porgere, credo che sia bene fatto a dover fare; e tanto dimorare in tal guisa, che noi veggiamo, se prima da morte non siamo sopraggiunte, che fine il cielo riserbi a queste cose. <72>E ricordovi che egli non si disdice più a noi l'onestamente andare, che faccia a gran parte dell'altre lo star disonestamente».

<73>L'altre donne, udita Pampinea, non solamente il suo consiglio lodarono, ma desiderose di seguirlo avien già più particularmente tra sé cominciato a trattar del modo, quasi, quindi levandosi da sedere, a mano a mano dovessono entrare in cammino....


<78>Mentre tra le donne erano così fatti ragionamenti, ed ecco entrare nella chiesa tre giovani, non per ciò tanto che meno di venticinque anni fosse l'eta di colui che più giovane era di loro; ne' quali né perversità di tempo né perdita d'amici o di parenti né paura di se medesimi avea potuto amor, non che spegnere, ma raffreddare. <79>De' quali l'uno era chiamato Panfilo, e Filostrato il secondo, e l'ultimo Dioneo, assai piacevole e costumato ciascuno; e andavano cercando per loro somma consolazione, in tanta turbazione di cose, di vedere le loro donne, le quali per ventura tutte e tre erano tra le predette sette, come che dell'altre alcune ne fossero congiunte parenti d'alcuni di loro.


<80>Né prima esse agli occhi corsero di costoro, che costoro furono da esse veduti; per che Pampinea allora cominciò sorridendo: «Ecco che la fortuna a' nostri cominciamenti è favorevole, e hacci davanti posti discreti giovani e valorosi, li quali volentieri e guida e servidor ne saranno, se di perdergli a questo officio non schiferemo».


<81>Neifile allora tutta nel viso divenuta per vergogna vermiglia, per ciò che l'una era di quelle che dall'un dei giovani era amata, disse: <82>«Pampinea, per Dio, guarda ciò che tu dichi. Io conosco assai apertamente niun'altra cosa che tutta buona dir potersi di qualunque s'è l'uno di costoro, e credogli a troppo maggior cosa che questa non è sofficienti, e similmente avviso loro buona compagnia e onesta dover tenere non che a noi ma a molto più belle e più care che noi non siamo. <83>Ma, per ciò che assai manifesta cosa è che loro essere d'alcune che qui ne sono innamorati, temo che infamia e riprensione, senza nostra colpa o di loro, non ce ne segua se gli meniamo».


<84>Disse allora Filomena: «Questo non monta niente; là dove io onestamente viva, né mi rimorda d'alcuna cosa la coscienza, parli chi vuole in contrario: Iddio e la verità l'arme per me prenderanno. <85>Ora, fossero essi pur già disposti a venire! ché veramente, come Pampinea disse, potremmo dire la fortuna essere alla nostra andata favoreggiante».


<86>L'altre, udendo costei così fattamente parlare, non solamente si tacquero, ma con consentimento concorde tutte dissero che essi fossero chiamati e lor si dicesse la loro intenzione e pregassersi che dovesse lor piacere in così fatta andata lor tener compagnia. <87>Per che senza più parole Pampinea, levatasi in piè, la quale ad alcuno di loro per sanguinità era congiunta, verso loro che fermi stavano a riguardarle, si fece, e con lieto viso salutatigli, loro la loro disposizione fe' manifesta, e pregògli per parte di tutte che con puro e fratellevole animo a tener loro compagnia si dovessero disporre. <88>I giovani si credettero primieramente esser beffati; ma poi che videro che da davero parlava la donna, rispuosero lietamente sé essere apparecchiati; e senza dare alcuno indugio all'opera, anzi che quindi si partissono, diedono ordine a ciò che a fare avessono in sul partire. <89>E ordinatamente fatta ogni cosa opportuna apparecchiare, e prima mandato là dove intendevan d'andare, la seguente mattina, cioè il mercoledì, in su lo schiarir del giorno, le donne con alquante delle loro fanti e i tre giovani con tre lor famigliari, usciti della città, si misero in via; né oltre a due piccole miglia si dilungarono da essa, che essi pervennero al luogo da loro primieramente ordinato.


<90>Era il detto luogo sopra una piccola montagnetta, da ogni parte lontana alquanto alle nostre contrade, di vari arbuscelli e piante tutte di verdi frondi ripieno, piacevoli a ragionare; in sul colmo della qual era un palagio con bello e gran cortile nel mezzo, e con loggie e con sale e con camere, tutte ciascuna verso di sé bellissima e di liete dipinture ragguardevole e ornata, con pratelli dattorno e con giardini maravigliosi e con pozzi d'acque freschissime e con volte pieni di freschissimi vini: cose più atte a curiosi bevitori che a sobrie e oneste donne. <91>Il quale tutto spazato, e nelle camere i letti fatti, e ogni cosa di fiori, quali nella stagione si potevano avere, piena e di giunchi giuncata, la vegnente brigata trovò con suo non poco piacere. [...........]
(Decameron, Introduzione)


Nella calamità della peste quindi tutto sembra essere sconvolto. Tutto diventa un caos, una specie di "selva oscura". L'ordine sociale è turbato e l'individuo è abbandonato a se stesso. L'insistenza del Boccaccio è sull'iniquità umana che ha attirato giustamente l'ira di Dio. Dopo aver descritto la situazione in dettaglio, l'autore riflette ed innalza un triste ed appassionato lamento.


Visione di estrema desolazione è l'inizio del Decameron. E quando l'azione comincia, essa comincia nella chiesa di Santa Maria Novella, dove alcune persone, ma certamente poche, assistono alla messa, vestite in abito penitenziale.
Dopo la descrizione della pestilenza è appropriato che l'azione inizi in una chiesa, perché la peste è stata causata dall'iniquità umana e l'unica via di uscita è la penitenza, perché è doveroso ascendere.


Questo è l'inizio del Decameron: in chiesa tra la poca gente vi sono sette donne che decidono di abbandonare la città e di andare in un luogo dove c'è piacere e gioia. Perciò si comincia ad assistere ad un cambiamento di situazione: abbandonare il dolore e la morte, ma non facendo penitenza nella chiesa, ma andando in un'altra direzione, fuori della città, accompagnate da tre uomini. E così i dieci partono, e vanno non lontano dalla città, solo a due miglia, ma in un altro mondo. Infatti nella descrizione della pestilenza si nota che la situazione nel contado è la stessa di quella della città. Invece in quella villa dove le sette donne e i tre uomini vanno non ci sono pericoli di peste, e tutto è come un paradiso terrestre.


Perciò nell'allontanarsi dalla chiesa si apre un ampio momento d'oblio; un oblio che dura per tutto il tempo che i dieci impiegano per raccontare le loro cento novelle; novelle in cui si ha un grande quadro della vita umana, dove si vede l'uomo in azione per il raggiungimento di fini umani e terreni solamente. Tutta la vita umana appare nelle cento novelle: amore buono e amore licenzioso, atti di valore e di codardia, giochi della fortuna contro l'uomo e dell'uomo contro l'uomo, ecc. L'autore narra tutta una storia umana, e la varietà molteplice delle azioni umane sono viste dall'autore con occhio sereno. L'autore giudica, ma non in termini del bene e del male, ma in termini dello schema delle novelle. È la storia dell'uomo diretto al raggiungimento di un successo tutto terreno. Il Decameron è l'inno dell'intelligenza umana per il raggiungimento di un fine, non importa che, ma un fine umano. "L'onesta brigata", cioè i dieci narratori, non è un gruppo di virtuosi, moralmente parlando, ma virtuosi di quella virtù che dà successo.


Eppure, quando tutte le cento novelle sono state dette, quando tutte le azioni sono state raccontate, le dieci persone abbandonano il luogo bello e ritornano nella chiesa di Santa Maria Novella, da cui erano partite. Pertanto la conclusione del libro, dopo la decima ed ultima giornata, ci riporta al luogo d'origine:



<15>....Appresso questa se ne cantarono più altre; e già essendo la notte presso che mezza, come al re piacque, tutti s'andarono a riposare. <16>E come il nuovo giorno apparve, levati, avendo già il siniscalco via ogni lor cosa mandata, dietro alla guida del discreto re verso Firenze si ritornarono. E i tre giovani, lasciate le sette donne in Santa Maria Novella, donde con loro partiti s'erano, da esse accomiatatisi, a' loro altri piaceri attesero; et esse, quando tempo lor parve, se ne tornarono alle loro case.
(Decameron, Decima giornata, Conclusione)



Perciò la fine è come il principio, e con il ritorno dei dieci al luogo della pestilenza si ritorna dove c'è il dolore e la morte.
Quindi l'inizio e la fine del Decameron sono gli stessi come erano stati quelli del Petrarca nel Canzoniere. Essi costituiscono una cornice, o—se si preferisce—un muro, che separa due diversi mondi: da una parte la "via diritta" che sale, e dall'altra uno spazio di piacere esclusivamente umano.


Il mondo delle cento novelle è protetto dalla cornice esterna. E bisogna dire che questo mondo delle cento novelle, in cui si vede l'uomo nella sua azione per il raggiungimento dei suoi fini esclusivamente umani, non è che un lungo momento d'oblio.
L'autore sapeva benissimo che la cornice era una cosa necessaria perché il suo mondo potesse sussistere; sapeva che si trattava solo di un momento d'oblio che doveva essere interrotto, perché quello che le novelle dicono non insegna la via alla virtù, come l'insegna la Divina Commedia. E ciò appare ben chiaro se si guarda all'inizio della IV giornata. Qui l'autore fa una pausa e parla direttamente al lettore delle accuse che gli erano state fatte: in particolare l'accusa d'essere stato frivolo. L'autore si lamenta di queste accuse e cerca di difendersi:



<5>Sono adunque, discrete donne, stati alcuni che, queste novellette leggendo, hanno detto che voi mi piacete troppo e che onesta cosa non è che io tanto diletto prenda di piacervi e di consolarvi, e alcuni hanno detto peggio, di commendarvi, come io fo. <6>Altri, più maturamente mostrando di voler dire, hanno detto che alla mia età non sta bene l'andare omai dietro a queste cose, cioè a ragionar di donne o a compiacer loro. E molti, molto teneri della mia fama mostrandosi, dicono che io farei più saviamente a starmi con le Muse in Parnaso che con queste ciance mescolarmi tra voi. <7>E son di quegli ancora che, più dispettosamente che saviamente parlando, hanno detto che io farei più discretamente a pensare dond'io dovessi aver del pane che dietro a queste frasche andarmi pascendo di vento. E certi altri, in altra guisa essere state le cose da me raccontatevi che come io le vi porgo, s'ingegnano, in detrimento della mia fatica, di dimostrare.
<8>Adunque da cotanto e da così fatti soffiamenti, da così atroci denti, da così aguti, valorose donne, mentre io nei vostri servigi milito, sono sospinto, molestato e infino nel vivo trafitto. <9>Le quali cose io con piacevole animo, sallo Iddio, ascolto e intendo; e quantunque a voi in ciò tutta appartenga la mia difesa, nondimeno io non intendo di risparmiare le mie forze; anzi senza rispondere quanto si converrebbe, con alcuna leggiera risposta tormegli dagli orecchi, e questo far senza indugio. <10>Per ciò che, se già, non essendo io ancora al terzo della mia fatica venuto, essi sono molti e molto presummono, io avviso che avanti che io pervenissi alla fine essi potrebbono in guisa esser moltiplicati, non avendo prima avuta alcuna repulsa, che con ogni piccola lor fatica mi metterebono in fondo; né a ciò, quantunque elle sien grandi, resistere varrebbero le forze vostre. <11>Ma avanti ch'io venga a far la risposta ad alcuno, mi piace in favor di me raccontare, non una novella intera, acciò che non paia che io voglia le mie novelle con quelle di così laudevole compagnia, qual fu quella che dimostrata v'ho, mescolare, ma parte d'una, acciò che difetto stesso sé mostri non esser di quelle; e a' miei ascoltatori favellando dico che:
<12>Nella nostra città, già è buon tempo passato, fu un cittadino il qual fu nominato Filippo Balducci, uomo di condizione assai leggiere, ma ricco e ben inviato ed esperto nelle cose quanto lo stato suo richiedeva; e aveva una sua donna moglie, la quale egli sommamente amava, ed ella lui, e insieme in riposata vita si stavano, a niun'altra cosa tanto studio ponendo quanto in piacere interamente l'uno all'altro. <13>Ora avvenne, sì come di tutti avviene, che la buona donna passò di questa vita, né altro di sé a Filippo lasciò che un solo figliuolo di lui conceputo, il quale forse d'età di due anni era. <14>Costui per la morte della sua donna tanto sconsolato rimase, quanto mai alcun altro, amata cosa perdendo, rimanesse; e eveggendosi di quella compagnia, la quale egli più amava rimaso solo, del tutto si dispose di non volere più essere al mondo, ma di darsi al servigio di Dio, e il simigliante fare del suo piccol figliuolo. <15>Per che, data ogni sua cosa per Dio, senza indugio se n'andò sopra monte Asinaio, e quivi in una piccola celletta si mise col suo figliuolo, col quale di limosine in digiuni e in orazioni vivendo, sommamente si guardava di non ragionare, là dove egli fosse, d'alcuna temporal cosa né di lasciarnegli alcuna vedere, acciò che esse da così fatto servigio nol traessero, ma sempre della gloria di vita etterna e di Dio e de' Santi gli ragionava, nulla altro che sante orazioni insegnandogli; e in questa vita molti anni il tenne, mai della cella non lasciandolo uscire, né alcuna altra cosa che sé dimostrandogli.
<16>Era usato il valente uomo di venire alcuna volta a Firenze, e quivi secondo le sue opportunità dagli amici di Dio sovvenuto, alla sua cella tornava.
<17>Ora avvene che, essendo già il garzone d'età di diciotto anni e Filippo Vecchio, un dì il domandò dov'egli andava; Filippo gliele disse; al quale il garzon disse: «Padre mio, voi siete oggimai vecchio e potete male durare fatica; perché non mi menate voi una volta a Firenze, acciò che, faccendomi cognoscere gli amici e divoti di Dio e vostri, io, che son giovane e posso meglio faticar di voi, possa poscia pe' nostri bisogni a Firenze andare quandi vi piacerà, e voi rimanervi qui?»
<18>Il valente uomo, pensando che già questo suo figliuolo era grande, ed era sì abituato al servigio di Dio che malagevolmente le cose del mondo a sé il dovrebbono omai poter trarre, seco stesso disse: «Costui dice bene»; per che avendovi ad andare seco il menò.
<19>Quivi il giovane veggiendo i palagi, le case, le chiese e tutte le altre cose delle quali tutta la città piena si vede, sì come colui che mai più per ricordanza vedute non n'avea, si cominciò forte a maravigliare, e di molte domandava il padre che fossero e come si chiamassero. <20>Il padre gliele diceva; ed egli, avendo udito, rimaneva contento e domandava d'una altra. E così domandando il figliuolo e il padre rispondendo, per avventura si scontrarono in una brigata di belle giovani donne e ornate, che da un paio di nozze venieno; le quali come il giovane vide, così domando il padre che cosa quelle fossero.
<21>A cui il padre disse: «Figliuol mio, bassa gli occhi in terra, non le guatar, ch'elle sono mal cosa»
. <22>Disse allora il figlio: «O come si chiamano?»
<23>Il padre, per non destare nel concupiscibile appetito del giovane alcun inchinevole disiderio men che utile, non le volle nominare per lo proprio nome, cioè femine, ma disse: «Elle si chiamano papere».
<24>Maravigliosa cosa a udire! Colui che mai più alcuna veduta non avea, non curatosi de' palagi, non del bue, non del cavallo, non dell'asino, non de' danari né d'altra cosa che veduta avesse, subitamente disse: «Padre mio, io vi priego che voi facciate che io abbia una di quelle papere».
<25>«Oimè, figliuol mio—disse il padre—taci: elle son mala cosa».
<26>A cui il giovane domandando disse: «O son così fatte le male cose?»
<27>«Sì», disse il padre.
<28>Ed egli allora disse: «Io non so che voi vi dite, né perché queste sien mala cosa: quanto è a me, non m'è ancora paruta vedere alcuna così bella né così piacevole, come queste sono. Elle son più belle che gli agnoli dipinti che voi m'avete più volte mostrati. Deh! se vi cal di me, fate che noi ce ne meniamo una colà su di queste papere, e io le darò beccare».
<29>Disse il padre: «Io non voglio; tu non sai donde elle s'imbeccano!», e sentì incontanente più aver di forza la natura che il suo ingegno; e pentessi d'averlo menato a Firenze.
(Decameron, Quarta Giornata, Introduzione)

 


Quindi il Boccaccio stesso racconta una novella per difendersi, diventando così l'undicesimo protagonista della sua opera per un breve periodo. Perciò si può dire che il Boccaccio entra in quel mondo, a se stante, che egli ha creato. E solo dopo essersi inserito nel mondo della sua finzione egli potrà riferirsi a coloro che lo criticavano, ed infatti vi si riferirà nella novella stessa da lui raccontata. La novella che il Boccaccio racconta è di carattere paradossale: un cittadino di Firenze, Filippo Balducci, vive in pace e felicità assieme a sua moglie. Ma la moglie muore e lo lascia solo con un bambino di due anni. Il dolore di Filippo è così grande che decide di rinunciare al mondo e di ritirarsi in cima a una montagna, non lontana da Firenze, allo scopo di far la vita dell'asceta ma anche, e soprattutto, per educare il figlio in una certa maniera.


Ed è esattamente qui che la situazione paradossale comincia a svilupparsi, perché il padre vuole che il figlio viva completamente distaccato dal mondo, e che si educhi esclusivamente nella lettura dei libri religiosi.
Ogni tanto il padre va a Firenze per fare le provvigioni necessarie al loro vivere. Quando il padre comincia ad invecchiarsi, il figlio gli chiede di poterlo accompagnare a Firenze, di modo che un giorno, quando il babbo sarà diventato vecchissimo, egli potrà rimpiazzarlo. Il figlio è ora diciottenne, e il padre acconsente al suo desiderio, ed entrambi partono per Firenze. E alla vista della città e di tante cose e persone magnifiche, il diciottenne si trova rivelato tutto un mondo nuovo, e questo mondo entra nella sua mente e chiede al padre il nome che gli oggetti e le persone di questo nuovo mondo portano.
Quindi, mentre padre e figlio procedono, ecco che si avvicinano un gruppo di donzelle vestite a festa che ritornano appunto da una festa matrimoniale. Allora, alla loro vista, il giovane dimentica i bei palazzi che ha visto e vuole sapere dal padre chi sono quelle persone e qual'è il loro nome. Ma il vecchio dice al figlio di non guardare e di bassare gli occhi a terra, dicendogli che si chiamano papere. Ma nel tono ilare e scherzoso, la risposta del figlio («...Elle son più belle che gli agnoli dipinti che voi m'avete più volte mostrati» -[par. <28>]) è molto significante: di nuovo cogliamo i due mondi, quello umano e quello divino, e pertanto assistiamo al cambiamento di direzione del figlio.

Ora, nella "Conclusione dell'Autore" al Decameron, cioè dopo che tutte le 100 novelle sono state raccontate, nel prendere congedo dai suoi lettori (o, meglio, lettrici), il Boccaccio viene a giustificare la sua fatica. viene a parlare, cioè, di qualche possibile obiezione che queste sue lettrici potrebbero sollevare.



<1>Nobilissime giovani, a consolazion delle quali io a così lunga fatica messo mi sono, io mi credo, aiutantemi la divina grazia, sì come io avviso, per li vostri pietosi prieghi, non già per li miei meriti, quello compiutamente aver fornito che io nel principio della presente opera promisi di dover fare; per la qual cosa Iddio primieramente, e appresso voi ringraziando, è da dare alla penna e alla fatica riposo. <2>Il quale prima che io le conceda, brievemente ad alcune cosette, le quali forse alcuna di voi o altro potrebbe dire (con ciò sia cosa che a me paia esser certissimo queste non dover avere spezial privilegio più che l'altre cose, anzi non averlo mi ricorda nel principio della quarta giornata aver mostrato), quasi a tacite questioni mosse, di rispondere intendo.
<3>Saranno per avventura alcune di voi che diranno che io abbia nello scriver queste novelle troppa licenzia usata, sì come in fare alcuna volta dire alle donne e molto spesso ascoltare cose non assai convenienti né a dire né ad ascoltare ad oneste donne. La qual cosa io nego, per ciò che niuna sì disonesta n'è, che, con onesti vocaboli dicendola, si disdica ad alcuni: il che qui mi pare assai convenevolmente bene aver fatto. <4>Ma presupponiamo che così sia, ché non intendo di piatir con voi, ché mi vincereste; dico: a rispondere perché io abbia così fatto, assai ragioni vengono prontissime. Primieramente se alcuna cosa in alcuna n'è, la qualità delle novelle l'hanno richiesta, le quali se con ragionevole occhio da intendente persona fien riguardate, assai aperto sarà conosciuto, se io quelle della lor forma trar non avessi voluto, altrimenti raccontar non poterle. <5>E se forse pure alcuna particella è in quelle, alcuna paroletta più liberale che forse a spigolistra donna non si conviene, le quali più le parole pesano che' fatti e più d'apparer s'ingegnano che d'esser buone, dico che più non si dee a me esser disdetto d'averle scritte, che generalmente si disdica agli uomini e alle donne di dir tutto dì foro e caviglia e mortaio e pestello e salciccia e mortadello, e tutto pieno di simiglianti cose. <6>Senza che alla mia penna non dee essere meno d'autorità conceduta che sia al pennello del dipintore, il quale senza alcuna riprensione, o almen giusta, lasciamo stare che egli faccia a San Michele ferire il serpente con la spada o con la lancia, e a San Giorgio il dragone dove gli piace, ma egli fa Cristo maschio e Eva femina, e a Lui medesimo che volle per la salute della umana generazione sopra la croce morire, quando con un chiovo e quando con due i piè gli conficca in quella....
<15>Saranno similmente di quelle che diranno qui essere alcune che, non essendoci, sarebbe stato assai meglio. Concedasi: ma io non poteva né doveva scrivere se non le raccontate, e per ciò esse che le dissero le dovevan dir belle, e io l'avrei scritte belle. <17>Ma se pur presuppore si volesse che io fossi stato di quelle e lo 'nventore e lo scrittore, che non fui, dico che io non mi vergognerei che tutte belle non fossereo, per ciò che maestro alcun non si truova, da Dio in fuori, che ogni cosa faccia bene e compiutamente.... <18>Conviene nella moltitudine delle cose, diverse qualità di cose trovarsi. Niun campo fu mai sì ben cultivato, che in esso o ortica o triboli o alcun pruno non si trovasse mescolato tra l'erbe migliori. Senza che, ad avere a favellare a semplici giovinette, come voi il più siete, sciocchezza sarebbe stata l'andar cercando e faticandosi in trovar cose molto esquisite, e gran cura porre di molto misuratamente parlare. <19>Tuttavia chi va tra queste leggendo, lasci star quelle che pungono, e quelle che dilettano legga: esse, per non ingannare alcuna persona, tutte nella fronte portan segnato quello che esse dentro dal lor seno nascoso tengono.
<20>E ancora, credo, sarà tal che dirà che ce ne son di troppo lunghe; alle quali ancora dico che chi ha altra cosa a fare, follia fa a queste leggere, eziandio se brievi fossero. E come che molto tempo passato sia da poi che io a scriver cominciai infino a questa ora che io al fine vengo della mia fatica, non m'è per ciò uscito di mente me avere questo mio affanno offerto alle oziose e non alle altre: e a chi per tempo passar legge, niuna cosa pote essere lunga, se ella quel fa per che egli l'adopera. <21>Le cose brievi si convengon molto meglio agli studianti, li quali non per passare ma per utilmente adoperare il tempo faticano, che a voi donne, alle quali tanto del tempo avanza quanto negli amorosi piaceri non ispendete. E oltre a questo, per ciò che né ad Atene né a Bologna o a Parigi alcuna di voi non va a studiare, più distesamente parlar vi si conviene che a quegli che hanno negli studi gl'ingegni assottigliati.
<22>Né dubito punto che non sien di quelle ancor che diranno le cose dette esser troppo piene e di motti e di ciance e mal convenirsi ad uno uom pesato e grave aver così fattamente scritto. A queste son io tenuto di render grazie e rendo, per ciò che, da buon zelo movendosi, tenere son della mia fama. <23>Ma così alla loro opposizione vo' rispondere: io confesso d'esser pesato, e molte volte de' miei dì essere stato; e per ciò, parlando a quelle che pesato non m'hanno, affermo che io non son grave, anzi son io sì lieve che io sto a galla nell'acqua; e considerato che le prediche fatte da' frati per rimorder delle lor colpe gli uomini, il più oggi piene di motti e di ciance e di scede sono, estimai che quegli medesimi non stesser male nelle mie novelle, scritte per cacciar la malinconia delle femine. <24>Tuttavia, se troppo per questo ridessero, il lamento di Geremia, la passione del Salvatore e il rammarico della Maddalena ne le potrà agevolmente guerire.
<25>E chi starà in pensiero che di quelle ancor non si truovino che diranno che io abbia mala lingua e velenosa, per ciò che in alcun luogo scrivo il ver de' frati? <26>A queste che così diranno si vuol perdonare, per ciò che non è da credere che altro che giusta cagione le muova, per ciò che i frati son buone persone e fuggono il disagio per l'amor di Dio, e macinano a raccolta e nol ridicono; e se non che di tutti un poco viene del caprino, troppo sarebbe più piacevole il piato loro. <27>Confesso nondimeno le cose di questo mondo non avere stabiltà alcuna, ma sempre essere in mutamento, e così potrebbe della mia lingua esser intervenuto; la quale, non credendo io al mio giudicio, il quale a mio potere io fuggo nelle mie cose, non ha guari mi disse una mia vicina che io l'aveva la migliore e la più dolce del mondo: e in verità, quando questo fu, egli erano poche a scriver delle soprascritte novelle. <28>E per ciò che animosamente ragionan quelle cotali, voglio che quello che è detto basti lor per risposta.
(Decameron, Conclusione dell'Autore)



Tra le varie obiezioni potrebbe esservi quella che sostiene che il Decameron non insegna nulla. E sia. Ma il Boccaccio si difende dicendo che egli ha scritto per le donne oziose e non per le altre. Cioè che il libro è dedicato ad un mondo di lettori in ozio, vale a dire per la gente che non va dietro alla via che sale, ma che va solo dietro alle azioni umane che non trascendono l'umanità stessa. In altre parole il libro è scritto non per insegnare, ma per divertire. Ed è questa la prima voce nella letteratura che l'arte è fatta per intrattenere soltanto. Quindi azione umana con un fine umano, e non riferita ad un fine ultraterreno.


Che cos'è dunque che il Boccaccio crea in relazione all'opera del Poliziano e a quella del Castiglione? Se l'inizio delle Stanze e quello de Il Cortegiano esaltano l'uomo, se tendono cioè al raggiungimento dell'esaltazione delle azioni umane, così fa anche il Decameron. Ma il Decameron lo fa in un momento circoscritto, lo fa in un mondo racchiuso da una cornice; una cornice che lo racchiude e lo compenetra. In questo senso cioè il capolavoro del Boccaccio rimane un episodio a se stante, un episodio staccato dal mondo stesso in cui esso sorge ed ha vita. Ed è lo stesso che accade nel corpo del Canzoniere del Petrarca; perché anch'esso è racchiuso da quella cornice che lo tiene staccato dal suo mondo.

Ciò si può anche vedere nel Canzoniere o Rime del Boccaccio stesso, in cui si assiste ad un processo, che si muove dal terreno e che va verso il soprannaturale, per invocare la pace del divino. Le Rime del Boccaccio, infatti, esprimono un processo spirituale che parte da ciò che è umano ed arriva a Dio. Da principio si ha l'attaccamento ai beni terreni, poi si ha la costatazione di attribuire un bene assoluto a questi beni, e finalmente si arriva alla consapevolezza della fallacia di questi beni:


95

Quand'io riguardo me vie più che 'l vetro
fragile, et gli anni fuggir com'il vento,
sì pietoso di me meco divento,
che dir nol porria lingua, non che metro.

Piangendo il tempo, ch'è lasciato indietro,
mal operato e prendendo spavento
de' casi, i qual talor a cento a cento
posson del viver tormi il cammin tetro.

Né mi può doglia, per ciò, né paura
la vaga donna trarre della mente,
dov'Amor disegnò la sua figura.

Per che, s'io non m'inganno, certamente
la fine a quest'amor la sepoltura
darà, et altro no, ultimamente.

113

Fassi davanti a noi il sommo bene
col grembo aperto e pien do' suoi thesori,
et, acciò che ciascun se n'innamori,
A mostrar quali e' son sovente viene.

Et di signore amico ne diviene,
s'aprir vogliangli i nostri freddi cuori,
et spira quinci o quindi e santi ardori,
a refrenar le colpe et tor le pene.

Et noi, protervi ritrosi et selvaggi,
ci ritraiam indriete, et al fallace
ben temporale obstinati crediamo:

dal qual menati per falsi viaggi,
perdiam, miseri noi, l'eterna pace,
et nel foco perpetuo caggiamo.



L'uomo quindi perde l'eterna pace ed è condannato ad eterne pene; e da questa costatazione il Poeta si allontana dalla fallacia e si dirige verso Dio:



114

Volgiti, spirto affaticato, omai;
volgiti, et vedi dove sei trascorso,
del desio folle seguitando il corso,
et col piè ne la fossa ti vedrai.

Prima che caggi, svegliati, che fai?
torna a Colui, il quale il ver soccorso
a chi vuol presta, et libera dal morso
della morte dolente, alla qual vai.

Ritorna a Llui, et l'ultimo tuo tempo
concedi almeno al suo piacer, piangendo
l'opere mal commesse nel passato.

Né ti spaventi il non andar per tempo,
ch'Ei ti riceverà, ver te facendo
quel che già fece a l'ultimo locato.



Vi è nel sonetto l'incitamento allo spirito stanco di rivolgersi a Dio, guardando indietro alle colpe commesse. Ritornando a Dio, si può superare tutto il dolore dato dalla fallacia delle cose terrene. E dopo il pentimento, abbiamo l'ultima preghiera, simile a quella alla Vergine del Petrarca; ed anche qui l'ultima parola è pace, come nella poesia del Patrarca:



116


O glorioso re, che 'l ciel governi
con eterna ragione, et de' mortali
sol conosci le menti, et quanti e quali
e nostri pensier sien chiare discerni;

deh, volgiti ver me, se tu non sperni
gli humili prieghi, et l'affection carnali
da me rimuovi, et sì m'impenna l'ali,
che io possa volare a' beni eterni.

Lieva dagli occhi mia l'obscuro velo
che veder non mi lascia lo mio errore,
et me sviluppa dal piacer fallace;

caccia dal pecto mio il mortal gielo,
et quell'accendi sì del tuo valore,
che io di quì ne venga alla tua pace.

 



Questo è il processo spirituale che rivela quella direzione verticale, il cui esempio massimo ci viena dato dalla Divina Commedia, e su cui si istrada e in cui si rifugia, benché riluttantemente, anche il Petrarca. Ma accanto a ciò abbiamo il Decameron, uno spazio umano, in cui l'uomo si irradia orizzontalmente. Anche se questo spazio umano che il Petrarca e il Boccaccio creano si può considerare come momento o, meglio, periodo d'oblio.