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Ritornando alle Stanze e al Coretegiano; se gli inizi sono spogliati dei loro contingenti elementi, queste due opere esaltano l'uomo ed il suo mondo e la sua azione diretta ad una felicità fatta di beni terreni. Ma vi è di più: perché celebrano il mondo dell'uomo e le sue azioni terrene non come momento d'oblio o spazio umano racchiuso in una cornice, ma lo celebrano come qualcosa che appartiene a lui. È per questo che i due inizi hanno un tono solenne; e sembrano ricordare le parole di Giannozzo Manetti quando esalta lo splendore di tutto ciò che si trova nel mondo costruito dall'uomo, appunto come prodotto dell'uomo, di quell'uomo che egli porta all'altezza del Creatore.



Giannozzo Manetti (1396-1459).


Fiorentino, attivo partecipante alle dispute accademiche del convento agostiniano di S. Spirito, traduttore dal greco e dall'ebraico, fu mandato spesso dai fiorentini come ambasciatore in diverse importanti città tra cui Roma e, per quattro volte, a Napoli.

Qui a Napoli il re Alfonso lo invitò, nel 1451, a scrivere il trattato De dignitate et eccellentia hominis, che fu condannato dalla Chiesa nel 1548. Nel trattato l'esaltazione dell'uomo e della mente umana è assoluta e senza limiti. La creazione, opera di Dio, è imperfetta e l'uomo la perfeziona. E il mondo non è più da considerarsi transitorio ed appartenente a Dio, esso invece appartiene all'uomo; è il campo dove l'uomo raggiunge la sua perfezione e felicità terrene. L'aggettivo "nostro" all'inizio di ogni periodo afferma questo possesso che la persona umana ha di tutto. La persona umana è al centro del mondo e padrona di esso. Con Manetti l'uomo cessa di identificarsi con la creazione e si identifica con il creatore perché il suo ingegno è extrapotente.


E parleremo in primo luogo molto brevemente dell'intelligenza stessa dell'uomo, la forza e l'eccellenza della quale mostrano i molti e grandissimi atti e le opere mirabilmente ritrovate e comprese. E, per cominciare dalle meno notevoli, quanto grande e quanto ammirevole dovette essere l'animo di Giasone, il capo degli argonauti, quando costruì quella sua prima nave sulla quale i suoi compagni osarono affrontare il mare dal tremendo muggito e traversare sicuri ed intrepidi i terribili flutti del crudele oceano... E con quanta abilità noi dobbiamo pensare che fossero quelle grandi e famosissime piramidi egizie, e pensare che quell'altissima torre dalla forma piramidale che vediamo costruita a Roma?... E per non qui dir altro degli antichi mirabili edifizi, che sono quasi innumerevili, veniamo un momento a quelli moderni e contemporanei. Con quale potenza d'ingegno Filippo detto il Brunellesco, senza dubbio il più grande architetto del tempo nostro, ha edificato quella grande anzi grandissima cupola del Duomo fiorentino, senza alcun aiuto di sostegni di legno o di ferro. Né minore anzi piuttosto maggiore è l'abilità con cui vediamo che i più egregi pittori, i più valenti scultori hanno effigiato cose sacre. Leggiamo, infatti, che Zeusi, Apelle, Eufranore fecero i loro quadri con sì grande e sì sottile artificio, che il primo viene celebrato per aver dipinto Elena con tali lineamente, che sembrava l'avesse data alla luce Leda sua madre con parto celeste... Ma per salire a più alti e più liberali monumenti delle arti belle, che cosa dobbiamo dire dei poeti? Essi infatti creano i loro poemi e le loro immagini con tanta potenza d'ingegno da sembrare che non possano portarli a compimento senza una qualche divina ispirazione. E lasciamo i grandi storici, gli oratori, i giuristi..., lasciamo anche i filosofi..., passiamo ugualmente sotto silenzio la medicina e i medici... Gli astrologhi osservando con grande cura i moti e le rivoluzioni degli astri, il sorgere e tramontare delle costellazioni e dei pianeti, ne hanno raggiunto una tal conoscenza da predire molto prima le varie fasi del sole e della luna e le ecclissi, da conoscere anticipatamente l'abbondanza e la carestia del grano, dell'olio e del vino....
Ma per non soffermarci ancora sull'intelligenza umana, che diremo della memoria, la seconda delle doti naturali? di cui sarebbe difficile, per non dire impossibile, non solo spiegare, ma anche brevemente accennare quanto sia grande e quanto mirabile la potenza...


Alle precedenti due doti singolari ed egregie, con l'una delle quali possiamo comprendere le varie realtà, con l'altra ricordare le cose apprese, vediamo che Dio e la natura hanno opportunamente aggiunto il libero imperio della volontà in cui potessimo evitare e fuggire il male, bramare e scegliere il bene: potere che i teologi hanno chiamato libero arbitrio.


Ma che dire dell'ingegno sottile ed acuto di quest'uomo così bello e ben fatto? Esso è così grande e tale che tutto ciò che è apparso nel mondo dopo quell prima e ancora informe creazione appare trovato prodotto e compiuto da noi mediante quel singolare ed eminente acume della mente umana.

Nostre infatti, e cioè umane perché fatte dagli uomini, sono tutte le cose che si vedono, tutte le case, i villaggi, le città, infine tutte le costruzioni della terra, che sono tante e tali, che per la loro grande eccellenza dovrebbero a buon diritto essere ritenute opere piuttosto di angeli che di uomini. Sono nostre le pitture, nostre le sculture, le arti, le scienze; nostra la sapienza, lo vogliano o non lo vogliano gli accademici, che pensavano che nulla affatto può essere conosciuto da noi fuorché, per dir così, l'ignoranza. Nostre sono infine, per non numerarle troppo lungamente ad una ad una, poiché sono quasi infinite, tutte le invenzioni, nostra opera tutti i generi delle varie lingue e delle varie lettere, i cui usi necessari quanto più profondamente andiamo ripensando, da tanta maggiore ammirazione e stupore noi siamo trascinati. Infatti quei primi uomini e quei loro discendenti, essendosi accorti che non potevano vivere da soli, senza un reciproco e scambievole aiuto, ritrovarono il sottile ed acuto artifizio del parlare, così da rendere noti a tutti gli ascoltatori, mediante la lingua, per il tramite delle parole, i riposti sensi dell'intimo dell'anima. Ed essendosi quindi, come avviene, nel volger del tempo mirabilmente moltiplicato il genere degli uomini, abitando in diverse regioni e provincie del mondo, fu necessario ritrovare i caratteri degli elementi, con cui potessimo informare gli amici assenti dei nostri pensieri. Di qui nacquero e si diffusero i vari linguaggi e le diverse scritture.


Nostri sono infine tutti i ritrovati, che ammirabili e quasi incredibili la potenza e l'acume dell'ingegno umano o piuttosto divino volle costruire ed edificare con una solerzia singolare ed eminente. Queste cose ed altre simili si vedono da ogni parte sì numerose e sì belle che il mondo e i suoi ornamenti, trovati e stabiliti prima da Dio onnipotente per l'utilità degli uomini e accolti quindi dagli uomini con animo grato, appaion resi molto più belli, molto più adorni, e di gran lunga molto più perfetti. E avvenne per questo che i primi inventori delle varie arti fossero dagli antichi popoli venerati come divinità, dei quali è più credibile, come dice Agostino nel vii libro della Città di Dio, che fossero uomini, a ognuno dei quali venivano decretati sacrifici e riti per l'ingegno, i costumi, le azioni, le vicende, da quanti adulandoli vollero che fossero dèi.
(De dignitate et excellentia hominis, II 37...47 III 20-21)

 

Questa solenne affermazione che esalta la persona umana fa sì che il Rinascimento italiano è primieramente un vasto gioioso inno che esprime la grandezza dell'uomo e della mente umana, che afferma cioè il valore assoluto della mente umana. La mente umana è il vicolo tramite cui l'uomo può raggiungere la sua perfezione e felicità umane.

 

Lorenzo Valla (c1407-1457).

 

Il trattato De voluptate di Lorenzo Valla ci dimostra chiaramente questo aspetto del Rinascimento. Qui tutto è indirizzato al raggiungimento dell'utilità. Valla, nato a Roma, nel 1431 è a Pavia e poi torna a Roma al servizio del Papa, per il quale, tra l'altro, traduce le opere di Erodoto e Tucidite dal greco in latino. È uno storico e un filologo. Egli dimostra che la famosa donazione di Costantino alla Chiesa è solo una leggenda, un falso della Chiesa. Il Valla è noto anche per un importante trattato di filologia intitolato Elegantiarum linguae latinae. Nel De voluptate, scritto quando aveva solo 26 anni, egli afferma che tutte le attività sono dirette verso il conseguimento d'una felicità terrena fatta di cose terrene e non celesti. E l'analisi è un'analisi dettagliata di tutte le cose naturali. Da qui il principio utilitario:



Ma è tempo di intonare, alla fine e a mo' di epilogo, le lodi del piacere. È bello, in vista d'un porto dopo un lungo viaggio, innalzare il canto dei rematori. Se qualcuno vuol sapere ancora qualcosa qui avrà risposta. Infatti non solo le leggi, di cui ho sopra parlato, sono state ritrovate per l'utilità che genera piacere, ma anche le città e gli stati, nelle cui magistrature mai nessuno fu scelto principe, signore, re, se non per l'aspettazione di una somma utilità. A che ricordare le innumerevoli arti, oltre le cosidette liberali, che mirano a soddisfare le esigenze necessarie, o tendono all'eleganza e all'ornamento della vita, quali l'agricoltura che, a testimonianza di Varrone è un'arte, l'architettura, il tessere, il dipingere, il dar la porpora, lo scolpire, il noleggiar navi? Forse che alcuna di esse produsse qualcosa per amor dell'onesto? e le stesse arti liberali? forse che i numeri, la misura, il canto, formano le virtù morali? forse la medicina, i cui cultori null'altro cercano se non l'altrui salute e il proprio guadagno, ancorché siano medici di se stessi? Aggiungi la giurisprudenza che le è simile. Ed anche i poeti, come dice Orazio, vogliono giovare e dilettare; e questo nei riguardi degli altri, poiché per sé vogliono la gloria. Non diversa è la condizione degli storici, benché essi talora abbiano qualche guadagno. L'oratoria poi, che è la regina delle arti, comprende tre tipi di orazione, dei quali due che insegnano e che incitano, vedete da voi a che mirino; il terzo poi, che diletta, già col suo nome mostra che sia della scuola di Aristippo o di quella di Crisippo. E dimmi, qual è lo scopo dell'amicizia, per quale motivo essa è nata ed è stata così raccomandata in ogni tempo, fra tutti i popoli, se non per i vantaggi che nascono dallo scambio dei servizi, nel dare e ricevere le cose che l'uso comune richiede, e per il godimento che deriva dal parlare, dall'ascoltare e dall'agire insieme? Ché circa i rapporti fra padroni e servi non v'è dubbio, poiché tra essi unico criterio è l'utile, e tale deve restare a meno che non intervengano vincoli d'amore. E che dire dei maestri e degli scolari? Chi insegna non può amare se non quei discepoli da cui spera compensi o un qualche riflesso di gloria. E chi impara non è solito esser benigno, se scorge nei maestri in luogo di cultura vanità, in luogo di gentilezza inurbanità; dati di cui l'una riesce ad utilità, l'altra a piacere. Arriviamo al termine, del quale nulla è più grande; su che, infine, si basa il legame tra genitori e figli, se non sull'utile e il piacere? Se è vero quello che circa i doveri dei figli per i genitori dice in Virgilio quel pio figlio: "quivi mi accoglie il porto e il triste lido di Drepano. Quivi, dopo tante tempeste, perdo il padre Anchise, sollievo in ogni affanno, in ogni vicenda. Qui mi lasci, o ottimo padre, stanco, dopo che invano ti ho strappato a tanti pericoli". (De voluptate, II xxxii)

 

La vita, quindi, ha un valore assoluto; e se così è, è chiaro che essa deve essere intensamente vissuta in tutti i suoi aspetti, perché è breve e la morte è la più terribile delle limitazioni umane. Ed è questo il messaggio che tante delle poesie del tempo offrono.

Le Canzoni a ballo di Angelo Poliziano e i Canti carnascialeschi di Lorenzo il Magnifico portano al popolo il messaggio che indica la necessità di vivere intensamente questa vita, nonostante il fatto che esse siano poesie occasionali.
Il canto carnascialesco di Lorenzo de' Medici, intitolato Trionfo di Bacco e Arianna, è una di queste poesie più caratteristiche. Essa comincia con un ritornello che indica proprio il messaggio di vivere in pieno questa breve vita:



Quant'è bella giovinezza,
che sì fugge tuttavia:
Chi vuol esser lieto, sia!
di doman non c'è certezza.



Questo è il contrappunto musicale, accompagnato da un senso lontano di melanconica tristezza per la morte che arriva: Chi vuol esser lieto, sia! / di doman non c'è certezza. Questo ritornello è ripetuto ben otto volte in questa canzone. E ai vv. 45-46 l'incitamento è chiaro:



Ciascun apra ben gli orecchi,
di doman nessun si paschi!


E il messaggio a godere la vita è ripetuto in una canzone a ballo di Angelo Poliziano per la festa di Maggio a Firenze, intitolata "Ben venga maggio", in cui si esprime l'incitamento ad amare ed essere riamati. E l'enfasi è sulla parola "maggio" che è ripetuta per ben otto volte alla fine di ogni sestina. Il "maggio" è, ovviamente, la primavera della vita. Tutto risponde alla forza d'amore. Ed anche in questo inno gioioso che sprona a vivere la vita completamente, vi è l'accompagnamento melanconico e lontano per la brevità della vita stessa:



Chi è giovane e bella
deh, non sie punto acerba!
ché non si rinnovella
l'età, come fa l'erba;
nessuna stia superba
all'amatore il maggio.
(vv. 15-20)

 

In questo poema del Poliziano vi è il tema della rosa, tema assai presente nei poeti del primo Rinascimento. La rosa è il simbolo della vita. Nel mondo dei fiori la rosa è la regina, eppure è anche il più fragile dei fiori; e perciò la poesia indica la necessità di godere fin che la giovinezza esiste, prima che sfiorisca:



Ciascuna balli e canti
di questa schiera nostra.
Ecco che i dolci amanti
van per voi, belle, in giostra:
qual dura a lor si mostra
farà sfiorire il maggio
(vv. 21-26)


Anche Lorenzo de' Medici, nel secondo finale dell'Egloga, che va anche sotto il nome di Innamoramento di Lorenzo, pone in rilievo il tema della rosa, nel parallelismo con la vita umana:



L'altra mattina in un mio piccolo orto
andavo, e 'l sol surgente co' sua rai
apparia già, non ch'io 'l vedessi scorto .


Sonvi piantati drento alcun rosai,
ai quai rivolsi le mia vaghe ciglie,
per quel che visto non avevo mai,


Eranvi rose candide e vermiglie:
alcuna a foglia a foglia al sol si spiega;
stretta prima, poi par s'apra e scompiglie:


altra più giovanetta si dislega
apena dalla boccia: eravi ancora
chi le sue chiuse foglie all'aer niega:


altra cadendo, a piè il terreno infiora.
Così le vidi nascere e morire
e passar lor vaghezza in men d'un'ora.


Quando languenti e pallide vidi ire
la foglie a terra, allor mi venne in mente
che vana cosa è il giovenil fiorire.


Ogni arbore ha i sua fior: e imantenente
poi le tenere fronde al sol si piegano,
quando rinnovellar l'aere si sente.


I picciol frutti ancor informi allegano;
che a poco a poco talor tanto ingrossano,
che pel gran peso i forti rami piegano,


né senza gran periglio portar possano
il proprio peso; a pena regger sogliono
crescendo, ad or ad ora se l'addossano


Viene l'autunno, e maturi si cogliono
i dolci pomi: e, passato il bel tempo,
di fior, di frutti e fronde alfin si spogliono.
Cogli la rosa, o ninfa, or che è il bel tempo.
(Innamoramento di Lorenzo, vv. 163-183)

 


Così dalle pregne parole con cui Giannozzo Manetti esalta la vita alle poesie di Lorenzo de' Medici e alle Canzoni a Ballo di Poliziano, possiamo dire che il Rinascimento italiano può essere visto come un grande inno di gioia. Un inno che esprime questo nuovo senso che ha la vita umana: l'uomo al centro del suo mondo, che si fa grande e che in esso si realizza.


Ed è in questo spirito di valore assoluto, di questo senso che l'uomo si realizza nel mondo in cui vive che Pico della Mirandola dà una nuova genesi della creazione dell'uomo nella sua famosa orazione Sulla dignità della persona umana.



Giovanni Pico della Mirandola (1463-1494).

Giovanni Pico della Mirandola
Giovanni Pico
Conte della Mirandola

Pico, nato a Mirandola ed educatosi prima a Bologna e poi a Padova, a contatto con l'aristotelismo, venuto poi nel 1484 a Firenze e divenuto amico di Lorenzo de' Medici, entrò a contatto con la filosofia platonica e neoplatonica. Nel 1485 fu a Parigi e al suo ritorno pubblicò le Conclusiones, dove tratta questioni di ogni genere, filosofiche, letterarie, ecc. Egli fece manifeste queste "Conclusioni" a tutti, e si disse pronto di difenderle di fronte a tutti. Di queste 900 conclusioni, 13 furono condannate dalla Chiesa. Così egli ritornò a Parigi, e quindi tornò a Firenze e fu sotto la protezione di Lorenzo il Magnifico.
L'Oratio di Pico parte da un momento completo della creazione; tutto è creato eccetto l'uomo. L'uomo non è creato perché nel disegno divino, la creazione dell'uomo non aveva avuto posto, cioè Dio non aveva ancora pensato a creare l'uomo:



Già il sommo Padre, Dio creatore, aveva foggiato, secondo la leggi di una arcana sapienza, questa dimora del mondo, quale ci appare, tempio augustissimo della divinità. Aveva abbellito con le intelligenze l'iperuranio, aveva avvivato di anime eterne gli eterei globi, aveva popolato di una turba di animali d'ogni specie le parti vili e turpi del mondo inferiore. Senonché, recata l'opera a compimento, l'artefice desiderava che vi fosse qualcuno capace di afferrare la ragione di un'opera sì grande, di amarne la bellezza, di ammirarne l'immensità. Perciò, compiuto ormai il tutto, come attestano Mosè e Timeo, pensò da ultimo a produrre l'uomo. Ma degli archetipi non ne restava alcuno su cui foggiare la nuova creatura, né dei tesori uno ve n'era da elargire in retaggio al nuovo figlio, né dei posti di tutto il mondo uno ne rimaneva su cui sedesse codesto contemplatore dell'universo. Tutti ormai erano pieni; tutti erano stati distribuiti, nei sommi, nei medi, negli infimi gradi.
Ma non sarebbe stato degno di paterna potestà venir meno, quasi impotente, nell'ultima opera; non della sua sapienza rimaneva incerta nella necessità per mancanza di consiglio; non del suo benefico amore, che colui che era destinato a lodare negli altri la divina liberalità fosse costretto a biasimarla in se stesso.
Stabilì finalmente l'ottimo Artefice che a colui, cui nulla poteva dar di proprio, fosse comune tutto ciò che singolarmente aveva assegnato agli altri. Accolse perciò l'uomo come opera di natura indefinita e postolo nel cuore del mondo così gli parlò: «Non ti ho dato, Adamo, né un posto determinato, né un aspetto tuo proprio, né alcuna prerogativa tua, perché quel posto, quell'aspetto, quelle prerogative che tu desidererai, tutto appunto, secondo il tuo voto e il tuo consiglio, ottenga e conservi. La natura determinata degli altri è contenuta entro leggi da me prescritte. Tu te la determinerai, da nessuna barriera costretto, secondo il tuo arbitrio, alla cui potestà ti consegnai. Ti posi nel mezzo del mondo, perché di là meglio scorgessi tutto ciò che è nel mondo. Non ti ho fatto né celeste né terreno, né mortale né immortale, perché di te stesso quasi libero e sovrano artefice ti plasmassi e ti scolpissi nella forma che tu avessi prescelto. Tu potrai degenerare nelle cose inferiori, che sono i bruti; tu potrai rigenerarti, secondo il tuo volere, nelle cose superiori che sono divine».
O suprema liberalità di Dio padre! o suprema e mirabile felicità dell'uomo! a cui è concesso di ottenere ciò che desidera, di essere ciò che vuole. I bruti nel nascere recano seco dal seno materno, come dice Lucilio, tutto quello che avranno. Gli spiriti superni o dall'inizio o poco dopo furono ciò che saranno nei secoli dei secoli. Nell'uomo nascente il Padre ripose semi d'ogni specie e germi d'ogni vita. E secondo che ciascuno li avrà coltivati, quelli cresceranno e daranno in lui i loro frutti. E se saranno vegetali, sarà pianta; se sensibili, sarà bestia; se razionali, diventerà animale celeste; se intellettuali, sarà angelo e figlio di Dio. Ma se, non contento della sorte di nessuna creatura, si raccoglierà nel centro della sua unità, fatto un solo spirito con Dio, nella solitaria caligine del Padre, colui che fu posto sopra tutte le cose starà sopra tutte le cose.

(Oratio)

L'uomo, identificandosi con il Creatore, diventa una parte di Dio. Questa costatazione del potere creativo dell'uomo spiega come ogni qualvolta si parla dell'uomo, ci sono delle esclamazioni di esultazione. Così, ad esempio, Marsilio Ficino, parlando dell'umanità, la chiama "Venere". In una lettera scritta a Pier Francesco de' Medici egli dice: «Figgi lo sguardo nella stessa Venere umanità... o Forma bella, o spettacolo bello!». E con parole più semplici Leonardo da Vinci dirà: «La vita, veramente chi non la stima, non la merita».


Se la grandezza dell'uomo si rivela e si misura tramite l'opera dell'uomo nel mondo, uno stretto legame deve esistere tra l'uomo, microcosmo, e la natura, macrocosmo, e tra la sua mente e il mondo esteriore. Ci devono essere similarità tra l'uomo, nella sua struttura fisica e il mondo, come terra, nella sua natura fisica. In senso più lato, ci deve essere similarità tra la mente umana, che va fuori di se stessa per imprimere la sua marca nel mondo esteriore, e il mondo esteriore stesso.
Già il Petrarca, in cima al Monte Ventoso, con la sua famosa lettera, ce lo aveva significato. Ma il Petrarca deve abbandonare il suo godere la meravigliosa vista del panorama che si estende ai suoi occhi, mentre legge il passo di Agostino: le montagne sono create perché l'individuo si senta più vicino a Dio, e non per ammirare il panorama che esse con la loro altezza ci offrono.


Leonardo da Vinci, nel guardare all'uomo stabilisce quello stretto legame che esiste fra l'uomo e la natura, come anatomista. Perciò nella struttura egli nota questa similitudine tra il corpo dell'uomo e quello della terra:


L'uomo è detto da li antiqui mondo minore, e certo la dizione di esso nome è ben collocata imperò che, sì come l'uomo è composto di terra, acqua, aria e fuoco, questo corpo della terra è simigliante. Se l'uomo ha in sé ossa, sostenitori e armadura della carne, il mondo ha i sassi sostenitori della terra. Se l'uomo ha in sé il laco del sangue, dove cresce e discresce il polmone nello alitare, il corpo della terra ha il suo oceano mare, il quale, ancora lui, cresce e discresce ogni sei ore per lo alitare del mondo. Se dal detto lago di sangue deriva le vene, che si vanno ramificando per lo corpo umano, similmente il mare oceano empie il corpo de la terra d'infinite vene d'acqua. Mancan al corpo della terra i nervi, i quali non vi sono perché i nervi sono fatti al proposito del movimento; e il mondo, sendo di perpetua stabilità, non v'accade movimento, e, non v'accadendo movimento, i nervi non vi sono necessari. Ma in tutte l'altre cose sono molto simili.
(Codice Atlantico, 55v.)



Leon Battista Alberti (1404-1472), fiorentino, nella sua prefazione al De re aedificatoria, parlando dell'edificio, trova che questo è un corpo simile a tutti gli altri corpi; e come questo consiste di materia e forma, così anche l'edificio: la forma è il disegno, la materia è ciò che si prende dalla natura per dare concretezza al disegno:


Noi invero abbiamo considerato essere lo edificio un certo corpo il quale consta, come tutti gli altri corpi, di forma e di materia. Delle quali due, l'una è prodotta dallo ingegno, l'altra è presa dalla natura. All'una si provvede con la mente e col pensiero, a quest'altra con apparecchiamento e sceglimento.
(De re aedificatoria, Prologo)


Infatti il raffronto tra edificio e corpo, ovvero tra architettura e organismo umano—che l'Alberti deriva da Vitruvio I ii 4—costituisce un rapporto fondamentale e ricorrente nel suo De re aedificatoria (I ix, III xii e xiv, VII v).

Anche i ritratti del Quattrocento mostrano quasi sempre la figura umana in primo piano ed un vasto paesaggio nello sfondo, affermando ancora quello stretto legame tra microcosmo e macrocosmo. Così Piero della Francesca nel dipingere il Duca di Montefeltro, pone un gran paesaggio al di dietro della figura umana centrale. Ed anche nel rappresentare la moglie del Duca d'Urbino, mette un paesaggio ampio e grande.

Figura 17A

Battista Sforza
Figura 17B


Federico da Montefeltro

Questi sono pochi esempi presi dalla stragrande maggioranza delle pitture del Quattrocento, le quali sono tutte più o meno dello stesso tipo.


Eppoi c'è da dire che la figura umana è frequentemente rappresentata inscritta in un cerchio, poiché il cerchio è la figura con cui si rappresenta l'universo. Perciò ancora una volta la relazione stretta tra l'uomo e il mondo.
Francesco Giorgio (1466-1540), in uno dei tanti esempi, fa vedere l'uomo al centro d'un cerchio e così dice:



Come l'uomo imita il mondo nella figura circolare. Siccome dunque Dio è sfera intelligibile e questo mondo tutto si presenta ad essere visto in figura circolare, è necessario che anche l'uomo, il quale occupa la posizione intermedia fra Dio e questo mondo, sia delimitato dalla stessa figura, ed imiti, nell'anima, la sfera intellettuale, e, nel corpo, quella sensibile: come questo disegno piò mostrare. Ove infatti si conduca un compasso dall'ombelico, come dicono molti, ma dal pube (come è più vero), il circolo si chiude perfettamente: si vede perciò che l'intera misura del corpo deriva dalla rotondità e ad essa tende. (De harmonia mundi totius cantica tria)

Ed anche gli elementi fondamentali dell'architettura rinascimentale, come l'arco e la volta, sembra che indichino questa raffinata concezione o stretto legame che unisce uomo e natura.

In mancanza del disegno di Francesco Giorgio, si accennerà alla celebre immagine dell'Uomo vitruviano di Leonardo da Vinci (figura 25), realizzata nel 1490 e oggi conservata nel Gabinetto dei Disegni e Stampe dell'Accademia di Venezia.

Figura 25

Leonardo da Vinci
L'uomo Vitruviano

Il disegno di Leonardo rappresenta la centralità dell'uomo, iscritto com'è, nelle figure geometriche più perfette: il cerchio e il quadrato già antichi simboli del divino e dell'umano. Leonardo conduce il compasso, non dal pube - come vorrebbe Francesco Giorgio - ma dall'ombelico. Il pube sarà invece il centro del quadrato. Questo disegno di Leonardo è stato definito da alcuni come prova della quadratura del cerchio, ed infatti è anche una miniera di proporzioni. Noi ci limiteremo ad osservare che tracciando una linea orizzontale, xy, sull'ombelico perpendicolare ai lati laterali del quadrato e perciò parallela ai suoi lati superiore ed inferiore, come mostra la figura 25a, si vengono a dividere i lati AB e CD del quadrato in sezione aurea, e si viene così a creare il rettangolo aureo AxyD.

Figura 25a

Sezione aurea


Tornando ora all'idea della figura circolare, Leon Battista Alberti, a questo proposito,dice che la natura si diletta sopratutto di cose tonde, e tutto tende al tondo o al poligonale:

Vedesi manifesto che la natura si diletta delle cose tonde, conciosiacosache le cose che si conducono, si generano e si fanno mediante la natura, son tonde. Ma che bisogna che io racconti le stelle, gli alberi, gli animali et i nidi loro; et simili altre cose di questo mondo, da che ella volse che tutte fussino tonde.
(De re aedificatoria, VII iv)



E quindi si hanno forme poligonali inscritte in un circolo. E la tipica forma della chiesa rinascimentale è quella a pianta centrale o poligonale determinata dal cerchio in cui è inscritta: in contrasto con la chiesa gotica, la cui forma va verso l'alto, e la cui linea è estremamente verticale. La forma della chiesa gotica parte dalla terra e va verso l'alto e rappresenta uno dei simboli del pensiero medievale. E se si mette un uomo davanti alla sua colossalità, ovvero nell'entrata di una di queste chiese, l'uomo è come perduto e insignificante, perché egli non è che un piccolo gradino per salire in alto, per salire verso Dio. C'è anche da notare la forma atipica dei suoi archi: la chiesa gotica presenta archi acuti, che finiscono a punta, per manifestare questa ascesa verso l'alto. Ed anche nelle sue volte a vela si ha questo senso di ascesa verso l'alto. L'uomo difronte a questa costruzione architettonica di proporzioni sovrumane è annientato, sparisce.

Nella chiesa rinascimentale si vede subito che le proporzioni sono immediatamente ridotte: l'arco è tondo, sale e poi scende. Se si mette una persona sull'entrata, è in proporzione ad essa; l'uomo diventa di nuovo la misura di tutte le cose. La volta della chiesa rinascimentale è a cupola, o tonda, perché essa è simile alla cupola del firmamento, come ci dice l'Alberti stesso:



Né mi è nascoso che Ennio poeta chiamò il cerchio del Cielo volta grandissima...I modi delle volte sono questi: a mezza botte, a spigoli, e a cupola tonda, e se alcune altre ve ne sono che siano di alcuna determinata parte di queste... Ma se più archi eguali s'intersecheranno scambievolmente nel punto del mezzo della sommità, faranno una volta simile al Cielo, e perciò m'è piaciuto chiamarla cupola perfetta.
(De Re Aedificatoria, III xiv)


Ma l'Alberti va oltre e desidererebbe costruire tutto a "volta perfetta". (E infatti tutto quello che il Brunelleschi crea ex-novo è a cupola perfetta). L'Alberti dice che la volta dovrebbe dar l'idea di essere il cielo. Secondo lui, quindi, sarebbe anche necessario dipingere una stella mobile:



A me piacerebbe grandemente quel che scrive Varrone che nella volta fusse dipinta la forma del cielo, e una stella mobile che con un suo raggio dimostrasse qual'ora fusse del giorno, e che vento ancora tirasse dal lato di fuora. Certo sì fatte cose mi piacciono grandissimamente.
(De Re Aedificatoria, VII xii)