08

 


A questo punto si hanno elementi sufficienti per tornare alle due opere, cioè alle Stanze e al Cortegiano, per vedere se anche in queste si trova quello stretto legame tra macrocosmo e microcosmo.

Nelle Stanze del Poliziano, dopo l'introduzione che pone sulla scena personaggi storici, l'inizio ci mostra una interessante trasmutazione poetica. Il Poliziano trasmuta Iulio, egli non è piú il personaggio storico celebrato nelle sette stanze iniziali. Ora l'ambiente diventa un paesaggio naturale, e perciò il protagonista Iulio diventa una specie di divinità silvana, quasi indistinguibile dallo splendore della sua giovinezza, quando ancora i segni della maturità non sono apparsi nel suo volto, eccetto lo spuntare della prima lanuggine. A questo punto egli è dominatore della natura in cui vive perché ancora egli è assolutamente assente dell'amore, cioè dell'amore come prelusione nel senso che chi ama va al di fuori si sé:



8

Nel vago tempo di sua verde etate,
spargendo ancor pel volto il primo fiore,
né avendo il bel Iulio ancor provate
le dolce acerbe cure che dà Amore,
viveasi lieto in pace e 'n libertate;
talor frenando un gentil corridore,
che gloria fu de' ciciliani armenti,
con esso a correr contendea co' venti:

9

ora a guisa saltar di leopardo,
or destro fea rotarlo in breve giro;
or fea ronzar per l'aere un lento dardo,
dando sovente a fere agro martiro;
né pensando al suo fato acerbo e diro,
né certo ancor dei suoi futuri pianti,
solea gabbarsi delli afflitti amanti.



Ma si ha anche un altro elemento nella descrizione della figura di Iulio. Infatti egli è anche poeta, alla sera, dopo aver vissuto tutto il giorno nei boschi. E pertanto egli si gode e di Diana ed anche delle Muse; cioè egli è e cacciatore e poeta:



10

Ah quante ninfe per lui sospirorno!
Ma fu sì altero sempre il giovinetto,
che mai le ninfe amanti nol piegorno,
mai poté riscaldarsi il freddo petto.
Facea sovente pe' boschi soggiorno,
inculto sempre e rigido in aspetto;
e 'l volto difendea dal solar raggio,
con ghirlanda di pino o verde faggio:

11

poi, quando già nel ciel parean le stelle,
tutto gioioso a sua magion tornava;
e 'n compagnia delle nove sorelle
celesti versi con disio cantava,
e d'antica virtù mille fiammelle
co gli alti carmi ne' petti destava:
così, chiamando amor lascivia umana,
si godea con le Muse e con Diana.



Quindi, compiuto il ritratto di Iulio, il Poliziano ci presenta il protagonista del suo poema non più come personaggio storico, ma come una divinità silvana (ed in questo senso vediamo ancora lo stretto contatto dell'uomo con la natura), una specie di dio campestre che vive e opera come cacciatore in stretta comunione con la natura disdegnando l'amore. E nell'invettiva contro l'amore, l'elemento essenziale è che l'amore deve essere disprezzato perché priva l'uomo della libertà. Pertanto abbiamo un'invettiva ironica. Infatti se Iulio vedeva errare in quel cieco labirinto che è l'amore un amante miserabile con l'emblema della pietà segnato sulla sua faccia, vedendolo seguire le tracce della donna da lui amata, tutto preso nelle catene crudeli d'amore, "l'assaliva" con parole forti contro l'Amore:



12

E se talor nel céco labirinto
errar vedea un miserello amante,
di dolor carco, di pietà dipinto,
seguir della nemica sua le piante,
e dove Amor il cor li avesse avinto,
lì pascer l'alma di dua luci sante
preso nelle amorose crudel gogne,
sì l'assaliva con agre rampogne:

13

«Scuoti, meschin, del petto il céco errore,
ch'a te stessi te fura, ad altrui porge;
non nudrir di lusinghe un van furore,
che di pigra lascivia e d'ozio sorge.
Costui che 'l vulgo chiama Amore
è dolce insania a chi più acuto scorge:
sì bel titol d'Amore ha dato il mondo
a una céca peste, a un mal giocondo.



Veramente meschino è l'uomo che si priva della propria volontà e che si spoglia della propria libertà per la donna, perché questa è sempre più leggiera d'una foglia scossa dal vento, seguendo chi la fugge e nascondendosi a chi di lei desidera:



14

Ah quanto è uom meschin, che cangia voglia
per donna, o mai per lei s'allegra o dole;
e qual per lei di libertà si spoglia
o crede a suoi sembianti, a sue parole!
Ché sempre è più leggier ch'al vento foglia,
e mille volte el dì vuole e disvuole:
segue chi fugge, a chi la vuol s'asconde,
e vanne e vien, come alla riva l'onde.



La giovane donna può essere paragonata a uno scoglio appuntito che è sotto l'acqua, o ad un giovane serpente che si annidia tra i fiori. Tra tutti gli uomini miseri, il più misero è colui che può sopportare le insidie della donna velenosa. E con questi inganni e insidie che si celano nel cuore della donna, il dio d'amore prende gli occhi del giovane amante togliendogli ogni pensiero virile. E colui che cade nell'esca non si cura più della propria libertà, il suo cuore è ripieno del liquido dell'oblio, o Leté, e Amore lo ha spogliato del senso del proprio valore.



15

Giovane donna sembra veramente
quasi sotto un bel mare acuto scoglio,
o ver tra fiori un giovincel serpente
uscito pur mo' fuor del vecchio scoglio.
Ah quanto è fra' più miseri dolente
chi può soffrir di donna il fero orgoglio!
Ché quanto ha il volto più di biltà pieno,
più cela inganni nel fallace seno.

16

Con essi gli occhi giovenili invesca
Amor, ch'ogni pensier maschio vi fura;
e quale un tratto ingoza la dolce esca
mai di sua propria libertà non cura;
ma, come se pur Lete Amor vi mesca,
tosto obliate vostra alta natura;
né poi viril pensiero in voi germoglia,
sì del proprio valor costui vi spoglia.



Pertanto attraverso questa invettiva si delinea la figura del protagonista divinità campestre, la cui ultima aspirazione è quella di contemplare ed agire nella natura fra le bestie selvagge:



17

Quanto è più dolce, quanto più securo
seguir le fere fugitive in caccia
fra boschi antichi fuor di fossa o muro,
e spiar lor covil per lunga traccia!
Veder la valle e 'l colle e l'aer più puro,
l'erbe e' fior, l'acqua viva chiara e ghiaccia!
Udir li augei svernar, rimbombar l'onde,
e dolce al vento mormorar le fronde!



L'invettiva contro Amore continua per altre quattro ottave, e si chiude con il ricordo dell'età dell'oro, quando le antiche genti erano felici tra la fecondità della natura.