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Quando il protagonista delle Stanze contempla la natura in cui vive non v'è un solo colore che non sia visto in corrispondenza con un altro. E v'è una completa contemplazione dell'eroe della natura: elementi staccati in se stessi, differenti colori, linee e suoni; ma il tutto crea bellezza che viene comunicata tramite i verbi vedere e udire; due verbi che, tramite l'azione mentale, concentrano e compongono l'immagine di ciò che nella natura è separato.



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Quanto è più dolce, quanto è più securo
seguir le fere fuggitive in caccia
fra boschi antichi fuor di fossa o muro,
e spiar lor covil per lunga traccia!
Veder la valle e 'l colle e l'aer più puro,
l'erbe e' fior, l'acqua viva chiara e ghiaccia!
Udir li augei svernar, rimbobar l'onde,
e dolce al vento mormoorar le fronde!



E così nella seguente stanza, la cui struttura peculiare a quattro immagini, ciascuna contenuta in due versi, separate solo dalla punteggiatura: viene descritto il mondo naturale, in quattro immagini, perfettamente compiute:



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Quanto giova a mirar pender da un'erta
le capre, e pascer questo e quel virgulto;
e 'l montanaro all'ombra più conserta
destar la sua zampogna e 'l verso inculto;
veder la terra di pomi coperta,
ogni arbor da' suoi frutti quasi occulto;
veder cozzar monton, vacche mughiare
e le biade ondeggiar come fa il mare.



Ma attraverso queste quattro immagini separate, corrono i verbi 'mirare' e 'vedere', con anche il verbo sottinteso 'udire', che uniscono queste immagini separate, rendendole armoniche ed unitarie. E così sarà anche la stanza che a questa segue. Anche qui troveremo quattro immagini staccate e pur unite da quei medesimi verbi che le armonizzano, che operano, cioè, l'unità armonica degli elementi sparsi della natura: unità quindi al di là della molteplicità del mondo naturale. E queste sono appunto le stanze che fanno da preludio alla due stanze sull'età dell'oro, che chiudono l'invettiva contro Amore, ma che anche indicano quell'armonia che "le antiche genti" godevano, per il loro totale contatto con la natura. Sembra che il Poliziano ci voglia dire che oggi, lontani dall'età dell'oro, questo contatto è ancora possibile per le funzioni dell'udito e della vista, tramite le quali le cose sparse ricevono unità ed armonia, in questo contatto dell'uomo con la natura.


Tra parentesi si dirà che anche per Leonardo tutto ciò che è nell'universo passa attraverso l'organo della vista, cioè l'occhio, tramite il quale tutte le cose della natura, nella loro varietà, si riuniscono in armonia perfetta. E, sempre parenteticamente, si dirà anche che per lo stesso Marsilio Ficino (e quindi anche per l'autore del Cortegiano, tramite bocca del Bembo) i due ricompositori delle sparse molteplicità dell'universo sono la vista e l'udito.

Ora, andando di nuovo al di fuori dal poema del Poliziano, è necessario ricordare che in questo contatto dell'uomo con la natura, il movimento è dall'uomo alla natura stessa.


Infatti Leon Battista Alberti asserisce che il compito dell'artista è quello di far sì che le sue opere siano somigliantissime alla natura. Ma siccome la fine del processo artistico è la bellezza, e siccome la bellezza completa non si trova in un singolo oggetto della natura, compito dell'artista è quindi quello di aggiungere bellezza a ciò che la natura ha; e deve essere una esatta bellezza che può essere solo raggiunta tramite un processo di selezione che, in ultima analisi, è nella mente dell'artista.
Ora i princìpi attraverso cui si può raggiungere la perfetta bellezza sono la proporzione e la misura. Sono cioè leggi matematiche e geometriche, e pertanto leggi armoniche.


Nelle parole di Francesco Giorgio (1466-1540) si nota chiaramente che queste dell'armonia riflettono le leggi dell'universo, e perciò Dio:



Tutte le cose sono disposte secondo il numero; ed i numeri sono invero così intimi a tutte le cose che niente ad essi si oppone. Intimi infatti alle cose superiori, salgono propriamente agli enti celesti; e intimamente dimesticando, allo stesso tempo, con le inferiori, congiungono insieme nature e modi diversi....Il numero infatti che (come dice Proclo) è sempre lo stesso, e tuttavia diverso nella voce, diverso nella proporzione delle cose, diverso nell'anima e nella ragione, e diverso nelle cose divine, e che è legato alle cose create, deve essere considerato come insito, nel modo più assoluto, a Dio.
(De Harmonia Mundi Totius Cantica )


Senza queste leggi non vi può essere vera bellezza, perché solo tramite esse si può avere l'armonia.
Bellezza, dice l'Alberti, è armonia di tutte le parti; e Marsilio Ficino ci parla di tre bellezze e tutte formano armonia; questo è, a sua volta, unità che rende le cose belle. E il Ficino ce lo dice anche nel Theologia Platonica:



Siccome in tutte le arti piace l'armonia, ottenuta la quale tutte le cose sono belle, e siccome ancora l'anima desidera l'uguaglianza e l'unità, o per similitudine delle parti pari, o per gradazione delle parti dispare, chi è colui che può trovare somma uguaglianza e similitudine nei corpi?... Certamente, l'uguaglianza e la similitudine e invero la stessa unità non si vede col senso ma si comprende con la mente.
(Theologia Platonica)

 

Ed è per questo che Lorenzo Ghiberti (1378?-1455), scultore fiorentino ed autore delle porte del Battistero accanto alla cattedrale, afferma che solamente la proporzionalità fa bellezza:

Lorenzo Ghiberti


Ma la proportionalità solamente fa pulcritudine. E quando addunque nella forma si congregheranno la bellezza della figura di ciascuna pulcritudine parte d'essa, sarà bellezza della quantità e della compositione d'esse e la proportionalità dei membri secondo le figure e la magnitudine de' siti et secondo questo ancora fossono proportionali a tutta la figura della faccia e la quantità sarebbe in fine di pulcritudine, sarebbe bellissima. Similmente la scrittura non sarebbe bella se non quando le lettere sue proportionali in figura et in quantità et in sito et in ordine et in tutti i modi de' visibili colle quali si congregano con esse tutte le parti diverse. Quando tu arai considerato le forme belle di tutti i modi delli visibili, troverai che la proportionalità fa pulcritudine più che nessun altra intentione congiunta per sé.
(I Commentari, III [17])


La concezione matematica della natura deriva da quella fede assoluta nella legge della proporzione. Per mezzo di questa concezione matematica le cose sono viste come in relazione con lo spazio. La prospettiva matematica determina e regola la rappresentazione della natura.


Infatti le leggi della prospettiva che Piero della Francesca (1420-1492) descrive stabiliscono una relazione fra gli oggetti e la rappresentazione: «La pictura non è se non dimostrationi de superficie et de corpi degradati o accresciuti nel termine», egli dice.


Guardando La Flagellazione di Cristo (figura 14), ora ad Urbino, si nota che persone ed oggetti formano tante altre figure geometriche, come se la sua pittura fosse un sogno matematico, fatto di linee ed angoli che vengono fuori dalla sua mente per diventare una storia dipinta. Anche le vesti cadono in pieghe rigide e parallele, come scanalature di colonna che si confondono con le scanalature delle vere colonne. La figura di Pilato fa infatti di se stesso un triangolo perfetto. Anche le tre figure all'estrema destra sembrano essere prodotte da regole geometriche: i piedi, le pieghe dei vestiti, ed il cappello che è geometrico sono incorporati geometricamente nel tutto. Quindi la pittura di Piero della Francesca è un sogno matematico, fatto essenzialmente di linee.

Figura 14

Piero della Francesca - La Flagellazione di Cristo


La chiesa di San Francesco ad Arezzo è il luogo dove si hanno i maggiori affreschi di Piero della Francesca. Nell'affresco Visita e ricevimento della regina Saba nella reggia di Salomone (figure 15, 15a, 15b)) le figure sono raccolte con un intento che è di nuovo assolutamente geometrico contro lo sfondo naturale.

Figura 15

Visita e ricevimento della Regina Saba
nella reggia di Salomone
Figura 15a

La Regina Saba in
adorazione del sacro
legno
(particolare)
Figura 15b

La Regina Saba ricevuta
da Salomone nella sua
reggia
(particolare)

Così nell'altro affresco, sempre ad Arezzo, Invenzione e prove della vera croce(figure 16, 16a, 16b, 16c) le figure sembrano muoversi in linee geometriche

Figura 16

Invenzione e prova della vera Croce
Figura 16a

Invenzione e prova
della vera croce

(particolare di sinistra)
Figura 16b

Invenzione e prova
della vera croce

(particolare di destra)
Figura 16c

Invenzione e prova
della vera croce

(particolare di destra)


E nel Trasporto del sacro ponte (figura 16d) il sacro legno è una perfetta linea geometrica contro il blu del cielo. Come anche in Giuda tratto dal pozzo (figura 16e) i tre legni che sosttengono la carrucola formano una piramide vacua contro il muro di cinta e il blu del cielo.

Figura 16d

Trasporto del sacro ponte
Figura 16e

Giuda tratto dal pozzo


Di nuovo, ne L'Annunciazione (figura 17) l'angelo e Maria formano una perfetta unione geometrica contro la colonna.

Figura 17

L'Annunciazione


In Paolo Uccello (1397-1475), nella sua Caccia , al Museo Ashmolean di Oxford(figura 18), non si ha movimento, e l'occhio deve seguire i cervi che "corrono" matematicamente verso il centro. Anche i quattro alberi dividono la scena in quattro parti matematicamente perfette.

Figura 18

Caccia


Il fatto è che quando si guarda all'opera di Piero della Francesca e di Paolo Uccello ciò che è instabile ai nostri sensi, diviene stabile e permanente nella concezione matematica. I "movimenti" sono racchiusi entro forme geometriche perfette e perciò cristallizzate.


La Battaglia di San Romano , quadro Disarcionamento di Bernardino della Ciarda (Firenze, Uffizi - figura 19) ce lo mostra esattamente. Infatti il movimento che è proprio della battaglia, è cristallizzato in linee rigide e perfette. Quindi nella sua opera tutto è sottoposto alla perfetta armonia di rigide leggi geometriche.

Figura 19

Battaglia di San Romano -- Disarcionamento di
Bernardino della Ciarda
. -- Firenze, Uffizi


In un tale mondo matematico non vi può essere tempo e divenire; cioè, è un mondo che sembra aver acquistato i caratteri dell'eterno. Perciò la natura non ha vicissitudini, non ha un'esistenza propria. Dentro questo mondo non vi sono perturbamenti nelle figure dell'uomo; esse sono di una perfezione al di là del tempo e del divenire. La serena perfezione dà un senso di tranquillità statica che segna il trionfo dell'uomo, perché l'uomo ha cambiato la sua qualità che è mutevole in permanenza e staticità.


A questa concezione si potrebbero applicare le parole di Pico della Mirandola: «Niente vi è di grande sulla terra al di sopra dell'uomo; niente vi è di grande nell'uomo al di sopra della mente e dell'anima. Se tu qui ascendi sei al di là dei cieli». (Disputationes adversus Astrologiam).