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Baldassarre Castiglione (1478-1529)


Dopo le pagine introduttive del Cortegiano, il libro si muove verso ciò che sarà la sua azione che, in parte, si presenta come un gioco fatto nelle sale della corte, la sera, dopo cena, per passare il tempo. Ed è proprio da queste conversazioni serotine, brillante tradizione della corte d'Urbino, che si stabilisce il gioco, in un costante e lungo dialogo.
L'autore quindi ci presenta gli interlocutori, tutti personaggi storici del tempo.

Prima fra tutti la Duchessa Elisabetta Gonzaga (1471-1526), figlia del Marchese Federico Gonzaga di Mantova, e moglie del Duca Guidubaldo. Vi è poi tutta una lista che Castiglione ci dà proprio all'inizio della sua opera (Libro I, cap. v).

Tra gli altri vi sono Ottaviano Fregoso (+ 1524), Federico Fregoso (1480-1541), Giuliano de' Medici (1479-1516), Pietro Bembo (1470-1547), Cesare Gonzaga (1475-1512), Luduvico di Canossa (1476-1532), Gaspare Pallavicino (1486-1511), Bernardo Bibbiena (1470-1520), L'Unico Aretino (Bernardo Accolti, 1458-1535), Giancristoforo Romano (1465-1535) e altri ancora


Ed è questa selezionata compagnia che decide di costruire la figura del perfetto cortegiano—figura tipica del periodo rinascimentale—attraverso un "gioco" fatto di parole:


Attendeva ognun la risposta della signora Emilia; la qual non facendo altrimenti motti al Bembo, si volse e fece segno a messer Federico Fregoso che il suo gioco disse; ed esso sùbito così cominciò: «Signora, vorrei che mi fusse lecito, come qualche volta si sole, rimettermi alla sentenzia d'un altro; ch'io per me volentieri approverei alcun dei giochi proposti da questi signori, perchè parmi che tutti sarebben piacevoli: pur ...dico che chi volesse laudar la corte nostra...ben poria senza suspetto d'adulazion dir che in tutta la Italia forse con fatica si ritrovariano altrettanti cavalieri così singulari...; però se in loco alcuno son omini che meritino esser chiamati bon cortigiani e che sappiano giudicar quello che alla perfezion della cortegiania s'appartiene, ragionevolmente si ha da creder che qui siano. Per reprimere adunque molti sciocchi, i quali per esser prosuntuosi ed inetti si credon acquistar nome buon cortegiano, vorrei che 'l gioco di questa sera fusse tale che si elegesse uno della compagnia ed a questo si desse carico di formar con parole un perfetto cortegiano...(I, xii)


Questa figura perfetta del cortegiano deve essere costruita a parole. Perciò il gioco è uno serio e profondo, perché si vuole costruire un tipo sociale, il cortegiano, che sia la quintessenza, il non plus ultra di una società. Pertanto il cortegiano verrà costruito piano, attraverso un procedimento che viene dall'interno all'esterno. Il dialogo è il mezzo per arrivare a ciò; e le idee presentate da un interlocutore verranno sottoposte a continua analisi.


Il metodo che gli interlocutori usano è quello di mettersi a contatto con la realtà, o rapporto dell'uomo con la natura, o realtà storica presente e passata. Ma questa realtà non è accettata come essa è, perché altrimenti sarebbe imitazione della natura, e perciò si accetterebbe il movimento dall'esterno all'interno. Invece la realtà del presente e del passato è sottoposta a continua analisi. E delle qualità che sono appartenute a cortegiani storici, alcune sono prese, altra scartate ed altre ancora cambiate. Si fa perciò una misura di scelta, prendendo elementi o qualità che appartengono sì alla realtà, ma che poi vengono messe insieme, analizzate, scelte e date al "perfetto cortegiano".

Pertanto la figura del cortegiano viene ad essere una realtà composita. Quindi, nell'accingersi a costruire la perfetta figura del cortegiano, gli interlocutori del Cortegiano fanno precisamente quello che fa Leon Battista Alberti quando costruisce la perfetta bellezza. Pertanto si può dire che lo scopo ultimo è quello di raggiungere l'esatta bellezza che si trova sparsa in diversi individui ed episodi storici. E parole come mediocrità, grazia, armonia, sono parole che praticamente ricorrono in ciascuna pagina del Cortegiano.


La costruzione, secondo lo scopo e il metodo scelti dagli interlocutori, è lenta e graduale, perché la realtà storica non è accettata così com'è, ma sottoposta a lunga analisi e selezione, e non solo selezione di qualità generali, ma anche selezione di qualità particolari. Perciò la figura del cortegiano diventa una figura colossale nelle sue qualità fisiche, nelle sue qualità intellettuali e nelle sue qualità spirituali. Questo perché il Cortegiano è prima visto nelle sue qualità personali, poi come consigliere del Principe e poi, come tale, reggitore della Corte.


La prima qualità che gli interlocutori del Cortegiano attribuiscono al perfetto cortegiano è la nobiltà di natali. Il cortegiano deve essere nobile di origine, cioè di sangue; ma ciò deve essere accompagnato da una perfetta nobiltà di carattere, in modo che possa dimostrarsi degno della nobiltà dei suoi antenati.


La questione della nobiltà fu discussa da Aristotele nell'Etica e nella Politica, e da Dante nel De monarchia e nel Convivio. Nel Rinascimento la questione della nobiltà fu discussa da quasi tutti gli umanisti (si veda, ad esempio, il De nobilitate di Poggio Bracciolini).


La nobiltà di natali è l'elemento essenziale dell'uomo di corte, e questa era un'opinione comune nel rinascimento. Pertanto il Castiglione non fa che seguire una tradizione ben radicata.
Ma se questa nobiltà è l'elemento basilare del perfetto cortegiano, ad essa si aggiunge quella di carattere. E nell'attribuire questa nobiltà, il Castiglione dà al Cortegiano due qualità che nella realtà non sempre stanno assieme. Perciò si comincia qui a vedere che questa realtà che forma il Cortegiano è una realtà selezionata e composita:


Voglio adunque che questo nostro cortegiano sia nato nobile e di generosa famiglia; perché molto men si disdice ad un ignobile mancar di far operazioni virtuose, che ad un nobile, il quale se desvia dal camino dei suoi antecessori, macula il nome della famiglia e non solamente non acquista, ma perde il già acquistato; perchè la nobiltà è quasi una chiara lampa, che manifesta e fa veder l'opere bone e le male ed accende e sprona alla virtù così col timore d'infamia come ancor con la speranza di laude...Vero è che, o sia per favore delle stelle, o di natura, nascono alcuni accompagnati da tante grazie, che par che non siano nati, ma che da un qualche dio dalle proprie mani formati gli abbia ed ornati di tutti i beni dell'animo e del corpo; sì come ancor molti si veggiono tanto inetti e sgarbati, che non si po credere se non che la natura per dispetto o per ludibrio, prodotti gli abbia al mondo. (I, xiv)


E questa nobiltà di natali, a cui si aggiunge quella di carattere, deve manifestarsi nella sembianza esteriore. Cioè nella sua manifestazione esteriore questa nobiltà si deve manifestare in una grazia e armonia:


Il cortegiano adunque, oltre alla nobiltà, voglio che sia in questa parte fortunato, ed abbia da natura non solamente lo ingegno e bella forma di persona e di volto, ma una certa grazia e, come si dice, un sangue, che lo faccia al primo aspetto a chiunque lo vede grato ed amabile; e sia questo un ornamento che componga e compagni tutte le operazioni sue e prometta nella fronte quel tale esser degno del commerzio e grazia d'ogni gran signore. (I, xiv)


Dove si nota la parola "grazia" e il verbo "comporre" che chiaramente esprime questa armonia, come elemento 'composito'.


E se così è, è chiaro che grande importanza deve essere data anche all'aspetto fisico del cortegiano: un uomo troppo grosso non può essere perfetto cortegiano, e nemmeno un uomo troppo piccolo. Un corpo ben proporzionato è essenziale al cortegiano. Perciò abbiamo il concetto di misura che viene ancora una volta alla ribalta. Quindi bellezza ed armonia:


Venendo adunque alla qualità della persona, dico bastar ch'ella non sia estrema in piccolezza né in grandezza; perché e l'una e l'altra di queste condicioni porta seco una certa dispettosa maraviglia e sono gli uomini di tal sorte mirati quasi di quel modo che si mirano le cose monstruose; benché avendo da peccare nell'una delle due estremità, men male è l'esser un poco diminuito che ecceder la ragionevol misura in grandezza. (I, xx)


Il cortegiano perfetto deve essere uomo eccellente nella guerra:


Ma per venire a qualche particularità, estimo che la principale e vera profession del cortegiano debba essere quella dell'arme, la quale sopra tutto voglio ch'egli faccia vivamente e sia conosciuto tra gli altri per ardito e sforzato e fidele a chi serve. (I, xvii)


Ma se eccellente deve egli essere come uomo d'armi, eccellente deve essere egli anche negli esercizi incruenti che sono tipici di un esperto gentiluomo. Soprattutto egli dovrà essere perfetto a cavallo; e, per di più, egli deve saper cavalcare non solo come cavalcano gli italiani, ma deve sapere anche andare a cavallo come i francesi e gli spagnoli. E di uovo vediamo che siamo di fronte a qualità diverse che vengono date al perfetto cortegiano. È uno sforzo di porre insieme elementi perfetti appartenenti a diverse persone ed infatti anche a diversi popoli per formare questo tipo perfetto. Di nuovo è come il raggiungimento della perfetta bellezza postulata da Leon Battista Alberti:


Però voglio che il nostro cortegiano sia perfetto cavalier d'ogni sella, ed oltre allo aver cognizion di cavalli e di ciò che al cavalcare s'appartiene, ponga ogni studio e diligenzia di passar in ogni cosa un poco più avanti che gli altri, di modo che sempre tra tutti sia per eccellente conosciuto. E come si legge d'Alcibiade che superò tutte le nazioni presso alle quali egli visse, e ciascuna in quello che più era suo proprio, così questo nostro avanzi gli altri, e ciascuno in quello di che più fa professione. E perché degli Italiani è peculiar laude il cavalcare bene alla brida, il maneggiar con ragione massimamente cavalli asperi, il correr lance e il giostrare, sia in questo dei migliori Italiani; nel torneare, tener un passo, combattere una sbarra, sia buono tra i migliori Franzesi; nel giocare a canne, correr tori, lanzar aste e dardi, sia tra i Spagnoli eccellente. Ma sopra tutto accompagni ogni suo movimento con un certo bon giudicio e grazia, se vuol meritar quell'universal favore che tanto s'apprezza. (I, xxi)


Ma il cortegiano deve eccellere anche in tanti altri sport, come la caccia, il saper nuotare, saltare, correre, gittar pietre, il saper giocare a palla, "il volteggiar a cavallo, il quale sebbene sia faticoso e difficile, fa l'uomo leggerissimo e destro più che alcun altra cosa" (I, xxii).


Le qualità fisiche che il perfetto cortegiano deve avere terminano qui. Come si è visto, sono state presentate varie qualità fisiche appartenute e appartenenti a diversi uomini, tutte amalgamate e conferite al perfetto cortegiano. Quindi gli interlocutori sentono la necessita di fare una paura meditativa per riflettere sulle conclusioni sintetizzandole, e soprattutto discutendo su quel concetto di grazia e armonia di cui hanno tanto parlato.


...E quando già si sente aver fatto profitto, giova molto veder diversi omini di tal professione e, governandosi con quel bon giudicio che sempre gli ha da esser guida, andar scegliendo or da un or da un altro varie cose. E come la pecchia ne' verdi prati sempre tra l'erbe va carpendo i fiori, così il nostro cortegiano averà da rubare questa grazia da que' che a lui parerà che la tenghino e da ciascun quella parte che più sarà laudevole (I, xxvi)


Il cortegiano perfetto deve essere come l'ape che prende il succo da diversi fiori per poi amalgamarlo e ridurlo in miele. Quindi, di nuovo, opera di selezione, di scelta di comparazione. Ma in questa grazia, è necessario che il cortegiano si tenga lontano dall'affettazione. E qui gli interlocutori presentano il concetto della "sprezzatura", cioè il cortegiano deve fare ogni cosa senza mostrare di averla imparata, la deve fare in modo che essa appaia come naturale ed innata. Questo è un concetto fondamentale e gli interlocutori discutono a lungo su questa idea della "sprezzatura".


Ma avendo io già più volte pensato meco onde nasca questa grazia, lasciando quelli che dalle stelle l'hanno, trovo una regula universalissima, la quale mi par valer circa questo in tutte le cose umane che si facciano o dicano più che alcuna altra, e ciò è fuggir quanto più si po, e come un asperissimo e pericoloso scoglio, la affettazione; e, per dir forse una nuova parola, usar in ogni cosa una certa sprezzatura, che nasconda l'arte e dimostri ció che si fa e dice venir fatto senza fatica e quasi senza pensarvi. Da questo credo io che derivi assai la grazia; perchè delle cose rare e ben fatte ognun sa la difficultà, onde in esse la facilità genera grandissima maraviglia; e per lo contrario il sforzare e, come si dice, tirar per i capegli dà somma disgrazia e fa estimar poco ogni cosa, per grande ch'ella si sia. (I, xxvi)


Perciò, attraverso il concetto della sprezzatura si vuol significare che il cortegiano deve lavorare indefessamente per raggiungere questa grazia o armonia; pertanto egli deve creare se stesso amalgamando elementi disparati che egli prende dalla realtà esteriore.


A questo punto si apre una lunga discussione sulla lingua (parlata e scritta) che il perfetto cortegiano deve conoscere e usare. Si tratta di una specie di pausa nella costruzione del cortegiano che spazia dal cap. xxix al cap. xl.


Dopo questa pausa meditativa si riprende la "costruzione" del cortegiano attribuendogli le qualità morali.
La bontà è la qualità essenziale del cortegiano; ma essa pure è una sintesi di tutte le qualità morali che rendono l'uomo buono, e compongono la bellezza dell'anima.


...[dell'animo] per ancora poco avemo parlato, né bisogna però lasciarlo; ché sì come l'animo più degno è assai che il corpo, così ancor merita esser più culto e più ornato. E ciò come far si debba nel nostro cortegiano, lasciando i precetti di tanti savi filosofi, che di questa materia scrivono e deffiniscono le virtù dell'animo e così sottilmente disputano della dignità di quelle, diremo in poche parole, attendendo al nostro proposito, bastar ch'egli sia, come si dice, omo da bene ed intiero, ché in questo si comprende la prudenzia, bontà, fortezza e temperanzia d'animo e tutte le altre condizioni che a così onorato nome si convengono. Ed io estimo quel solo vero esser filosofo morale, che vol esser bono; ed a ciò gli bisognano pochi altri precetti, che tal voluntà. E però ben dicea Socrate parergli che gli ammaestramenti suoi già avessino fatto bon frutto, quando per quelli chi si fosse si incitava a voler conoscer ed imparar la virtù; perché quelli che son giunti a termine che non desiderano cosa alcuna più che l'esser boni, facilmente seguono la scienzia di tutto quello che a ciò bisogna, però di questo non ragioneremo più avanti. (I, xli).


Alle qualità fisiche e morali segue, o—per dir meglio—si inserisce nel corso della discussione, la lunga attribuzione della qualità intellettuali che daranno una ben definita figura del cortegiano, vedendolo di nuovo in questa sua individualità.


Nell'affrontare la discussione, si parte da ciò che è l'essenza delle qualità intellettuali, cioè il sapere. Questo sapere che è possesso interno del cortegiano deve manifestarsi all'esterno e deve manifestarsi in maniere eccellenti attraverso i due veicoli (a) della parole e (b) della scrittura. Ed anche nel parlare e nello scrivere il cortegiano deve esercitare una scelta, una selezione; attraverso il suo giudicio il cortegiano dovrà scegliere le parole e porle in ordine, comporre insieme il discorso e quindi armonizzarlo. Così anche nello scrivere bisogna che egli usi armonia e grazia. Anche la voce è necessaria; pertanto anch'essa deve essere studiata, composta e scelta. Si ha cioè l'imposizione d'una razionalità interiore, vale a dire che la mente si impone sulla realtà esteriore:


Quello adunque che principalmente importa ed è necessario al cortegiano per parlare e scriver bene, estimo io che sia il sapere; perché chi non sa e nell'animo non ha cosa che meriti esser intesa, , non po né dirla né scriverla. Appresso bisogna dispor con bell'ordine quello che si a dire o a scrivere; poi esprimerlo con le parole, le quali, s'io non m'inganno, debbono esser proprie, elette, splendide e ben composte, ma sopratutto usate ancor dal populo; perché quelle medesime fanno la grandezza e pompa dell'orazione, se colui che parla ha bon giudicio e diligenzia e se pigliar le più significative di ciò che vol dire, ed inalzarle, e come cera formandole ad arbitrio suo collocarle in tal parte e con tal ordine, che al primo aspetto mostrino e faccian conoscer la dignità e splendor suo, come tavole di pittura poste al suo bono e natural lume. E questo così dico dello scrivere, come del parlare; al qual però si richiedono alcune cose che non sono necessarie nello scrivere; come la voce bona, non troppo sottile e molle come di femina, né ancor tanto austera ed orrida che abbia del rustico, ma sonora, chiara, soave e ben composta, con la pronunzia espedita e coi modi e gesti convenienti...(I, xxxiii)


Oltre a queste qualità il perfetto cortegiano deve essere espertissimo nelle lingue antiche e moderne, in modo da poter essere capace di leggere e comprendere le grandi opere. Ma egli non sarà capace di comprendere le grandi opere dell'antichità classica, se non sarà egli stesso scrittore. Ed anche in questo usi il suo giudicio, mostri i suoi scritti agli altri, ovvero li tenga per se, a seconda dei casi; ma sempre si eserciti nello scrivere, perché solo così potrà comprendere:


Il qual voglio che nelle lettere sia più che mediocramente erudito, almeno in questi studi che chiamano d'umanità; e non solamente della lingua latina, ma anche della greca abbia cognizione, per le molte e varie cose che in quella divinamente scritte sono. Sia versato nei poeti e non meno negli oratori ed istorici ed ancor esercitato nel scriver versi e prosa, massimamente in questa nostra lingua volgare (I, xliv)


Nel creare il perfetto cortegiano vi è sempre un programma massimo (in questo caso, quello di essere perfetto scrittore), e un programma minimo: cioè lo sforzo continuo di elevare se stesso.
Ma il cortegiano deve essere anche amante della musica, non solo, ma musico se stesso, capace di cantare e suonare. Ed anche qui si riflette uno dei trattenimenti più comuni della vita del tempo. Eppure si vede anche qui, come altrove, come l'autore magnifichi questa realtà presente per arrivare a quella perfezione che si è prefisso:


Quivi rise ognuno; e ricominciando il Conte, «Signori», disse, «avete a sapere ch'io non mi contento del cortegiano s'egli non è ancor musico e se, oltre allo intendere ed essere sicuro a libro, non sa di vari strumenti... (I, xlvii)


Il cortegiano deve anche essere un grande intenditore delle arti, specie del disegno e della pittura, e deve essere egli stesso disegnatore e pittore, poiché fra tutte le arti la pittura è quella che si avvicina di più al processo della creazione, e quindi al Creatore; ed è per questo che i grandi pittori dell'antichità sono stati chiamati divini.


Allora il Conte, «Prima che a questo proposito entriamo, voglio», disse, «ragionar d'un'altra cosa, la quale io, perciò che di molta importanza la estimo, penso che dal nostro cortegiano per alcun modo non debba esser lasciata addietro: e questo è il saper disegnare ed aver cognizion dell'arte propria del dipingere...Gli antichi e l'arte e gli artìfici avevano in grandissimo pregio, onde pervenne in colmo di summa eccellenzia; e di ciò certo argomento pigliar si po dalle statue antiche di marmo e di bronzo, che ancor si veggono. E benché diversa sia la pittura dalla statuaria, pur l'una e l'altra da un medesimo fonte, che è il bon disegno, nasce. Però, come le statue sono divine, così anche creder si po che le pitture fossero; e tanto più, quanto che di maggior artificio capaci sono». (I, xlix)


E qui s'inserisce la discussione sulla superiorità delle due arti, la pittura e la scultura. Quello della superiorità delle arti è un problema molto importante nel Rinascimento ed è trattato estensamente anche da artisti quali Leonardo e Michelangelo. Con questa discussione, che si protrae per ben quattro capitoli (I, l-liii), praticamente si chiude il primo libro.


All'inizio del secondo libro ancora una volta gli interlocutori sentono il bisogno di avere una pausa meditativa, dove ancora si stabiliscono regole universali che il cortegiano deve usare; e di nuovo si nota che è compito del suo giudicio di amalgamare la realtà e rendere il molteplice unitario, mostrando quindi di essere capace di sintesi. Il cortegiano deve essere padrone di se stesso, deve essere dominatore dell'esterno tramite la razionalità. Egli potrà fuggire l'affettazione e seguire la sprezzatura che è il risultato di questa opera di amalgamazione perfetta: ridurre il molteplice ad unitario:


....Voglio adunque che il nostro cortegiano in ciò ch'egli faccia o dica usi alcune regole universali, le quali io estimo che brevemente contengano tutto quello che a me s'appartien di dire; e che per la prima e più importante fugga, come ben ricordò il Conte iersera, sopra tutto l'affettazione. Appresso consideri ben che cosa è quella che egli fa o dice e 'l loco dove la fa, in presenza di chi, a che tempo, la causa perché la fa, la età sua, la professione, il fine dove tende e i mezzi che a quello condur lo possono; e così con queste avvertenzie s'accomodi discretamente a tutto quello che fare o dir vole.(II, vii)


Eccellente dunque deve essere il cortegiano nell'arte del conversare; e siccome questa arte è di grandissima varietà, il cortegiano perfetto deve adattarsi alle varie situazioni che gli si presentano:


Ma in somma non bastaranno ancor tutte queste condizioni del nostro cortegiano per acquistar quella universal grazia de' signori, cavalieri e donne, se non arà insieme una gentil ed amabile manera nel conversare cottidiano; e di questo credo veramente che sia difficile dar regola alcuna per le infinite e varie cose che occorrono nel conversare, essendo che tra tutti gli omini del mondo non si trovano dui, che siano d'animo totalmente simili. Però chi ha da accommodarsi nel conversare con tanti, bisogna che si guidi col suo giudicio proprio e, conoscendo le differenze dell'uno e dell'altro, ogni dì muti stile e modo, secondo la natura di quelli con chi a conversar si mette. (II, xvii)


E ancora una volta è il giudicio che il cortegiano deve avere in ogni situazione. Ma questa arte del suo conversare deve essere soprattutto indirizzata dal cortegiano nelle sue relazioni con il Principe, guardandosi bene di eccellere sempre:


Io estimo che la conversazione alla quale dee principalmente attendere il cortegiano con ogni suo studio per farla grata, sia quella che averà col suo principe; e benché questo nome di conversare importi una certa parità, che pare che non possa cader tra 'l signore e 'l servitore, pur noi per ora la chiameremo così. Voglio dunque che il cortegiano oltre lo aver fatto ed ogni dì far conoscere ad ognuno sé esser di quel valore che già avemo detto, si volti con tutti i pensieri e forze dell'animo suo ad amare e quasi adorare il principe a chi serve sopra ogni altra cosa; e le voglie sue e costumi e modi tutti indrizzi a compiacerlo.... E voglio che il cortegiano si accomodi, se ben da natura sua vi fosse alieno, di modo che, sempre che il signore lo vegga, pensi che a parlar gli abbia di cosa che gli sia grata; il che interverrà se in costui sarà il bon giudicio per conoscere ciò che piace al principe, e lo ingegno e la prudenza per sapersegli accommodare, e la deliberata voluntà per farsi piacer quello che forse da natura gli dispiacesse ... (II, xviii)


Quanto controllo o perfezione e adattabilità ci deve essere nel conversare del cortegiano con il suo signore! E da notare è ancora questo controllo della sua ragione.


Ma il cortegiano dovrà pur avere una determinata maniera di vestire, ora che egli sta diventando sempre più perfetto, poiché la sua apparenza esteriore deve pur mostrare quella sua raggiunta armonia interiore.
Egli dovrà vestire spesso di nero o scuro, a meno che non si tratti di tornei o giostre; ma soprattutto cerchi di evitare tutte quelle cose che non si addicono, e di schivare ogni estremità; cioè deve di nuovo armonizzare ed anche qui usare il suo giudizio:


Ma non voglio che noi entriamo in ragionamenti di fastidio; però ben sarà dir degli abiti del nostro cortegiano; i quali io estimo che, pur che non siano fuor della consuetudine, né contrari alla professione, possano per lo resto tutti star bene, pur che satisfacciano a chi gli porta. Vero è ch'io per me amerei che non fossero estremi in alcuna parte, come talor suol essere il franzese in troppo grandezza e 'l tedesco in troppo piccolezza, ma come sono in l'uno e l'altro corretti e ridutti in miglior forma dagli Italiani. Piacemi ancor sempre che tendano un poco più al grave e riposato, che al vano; pero parmi che maggior grazia abbia nei vestimenti il color nero, che alcun altro; e se pur non è nero che almeno tenda al scuro; e questo intendo del vestir ordinario... (II, xxvii)


Alle qualità che vengono attribuite al cortegiano, vi è anche l'altro aspetto della vita interiore, cioè l'amicizia. Egli deve avere e coltivare le amicizie, osservare il rispetto e l'onore per questi suoi amici.


Questo è un problema assai caro agli scrittori dell'antichità classica. Il De amicitia di Cicerone è il modello che segue il Castiglione, e tanti altri autori del Rinascimento come, per esempio, fa anche Leon Battista Alberti nel Della famiglia.


Ma un'altra cosa parmi che dia e lievi molto la reputazione, e questa è la elezion degli amici coi quali si ha da tenere intrinseca pratica; perché indubbiamente la ragion vol che di quelli che son con stretta amicitia ed indissolubil compagnia congiunti, siano ancor le voluntà, gli animi, i giudìci e gli ingegni conformi. Così, chi conversa con ignoranti o mali è tenuto per ignorante o malo; e per contrario chi conversa con boni e savi e discreti è tenuto per tale; ché da natura par che ogni cosa volentieri si congiunga col suo simile. Però gran riguardo credo che si convenga aver nel cominciar queste amicizie, perché di dui stretti amici chi conosce l'uno sùbito imagina l'altro esser della medesima condizione. (II, xxix [ma vedi tutto e anche il cap. xxx])


Anche qui il cortegiano deve avere grande cautela nel scegliere gli amici e pertanto, di nuovo, il suo giudicio deve operare.


La costruzione del perfetto cortegiano si avvicina ora alla fine. Tante qualità gli sono state attribuite, ma non si vuol lasciar indietro nulla, come il mangiare, il camminare, il comportarsi in generale. E tutto deve essere sotto il giudicio della sua ragione:


Or io non voglio seguitar più minutamente in dir cose troppo note, come che il nostro cortegian non debba far profession d'esser gran mangiatore, né bevitore, né dissoluto in alcun mal costume, né laido e mal assettato nel vivere, con certi modi da contadino, che chiamano la zappa e l'aratro mille miglia da lontano; perché chi è di tal sorte, non solamente non s'ha da sperar che divenga bon cortegiano, ma non se gli po dar esercizio conveniente, altro che di pascer le pecore. (II, xxxviii)


Ed a questo punto, o subito dopo, si interrompe la costruzione del perfetto cortegiano, per dare adito alla costruzione della perfetta cortegiana. E quando il cortegiano è ripreso nel Libro IV, egli è ormai un dio terreno che raggruppa tutte le buone attitudini.


E questo individuo è ora visto nella società e nella sua funzione come istruttore e servitore del Principe, di modo che anche questi deve diventare perfetto. Perciò il cortegiano plasma e crea il Principe perfetto:


Il fine adunque del perfetto cortegiano, del quale insino a qui non s'è parlato, estimo io che sia il guadagnarsi per mezzo delle condicioni attribuitegli da questi signori talmente la benevolenzia e l'animo di quel principe a cui serve, che possa dirgli e sempre gli dica la vertà d'ogni cosa che ad esso convenga sapere, senza timore o periculo di dispiacergli; e conoscendo la mente di quello inclinata a far cosa non conveniente, ardisca di contradirgli, e con gentil modo valersi della grazia acquistata con le sue bone qualità per rimoverlo da ogni intenzion viciosa ed indurlo al camin della virtù; e così avendo il cortegiano in sé la bontà, come gli hanno attribuita questi signori, accompagnata con la prontezza d'ingegno e piacevolezza e con la prudenzia e notizia di lettere e di tante altre cose, saprà in ogni proposito destramente far vedere al suo principe quanto onore ed utile nasca a lui ed alli suoi dalla giustizia, dalla liberalità, dalla magnanimità, dalla mansuetudine e dall'altre virtù che si convengono a bon principe; e,per contrario, quanta infamia e danno proceda dai vicii opposte a queste. (IV, v)


Sarà compito del perfetto cortegiano di infondere nell'animo del principe tutte le sue virtù di modo che questi diventi buono e perfetto come lui. E nell'infondere nel principe questi elementi di virtù, il cortegiano ha il compito massimo di infondere nell'animo del suo principe soprattutto la temperanza, perché da questa virtù nascono e fioriscono tutte le altre virtù che si addicono al principe. E di nuovo qui l'enfasi è sull'armonia e giudicio che farà la bellezza dell'anima del principe:


....Non vi maravigliate adunque, messer Cesare, s'io ho detto che dalla temperanzia nascono molte altre virtù; ché quando un animo è concorde di questa armonia, per mezzo della ragione poi facilmente riceve la vera fortezza, la quale lo fa intrepido e sicuro da ogni pericolo e quasi sopra le passioni umane; non meno la giustizia, vergine incorrotta, amica della modestia e del bene, regina di tutte l'altre virtù, perché insegna a far quello che si dee fare e fuggir quello che si dee fuggire; e però è perfettissima, perché per essa si fan l'opere dell'altre virtù, ed è giovevole a chi la possiede e per se stesso e per gli altri; senza la quale, come si dice, Iove istesso non poria ben governare il regno suo. La magnanimità ancora succede a queste e tutte le fa maggiori; ma essa sola star non po; perché chi non ha altra virtù non po esser magnanimo. Di queste poi è guida la prudenzia, la quale consiste in un certo giudicio d'elegger bene. Ed in tale felice catena ancora sono colligate la liberalità, la magnificenzia, la cupidità d'onore, la mansuetudine, la piacevolezza, la affabilità e molte altre che or non è tempo di dire. Ma se il nostro cortegiano fa quello che avemo detto, tutte le ritroverà nell'animo del suo principe...e tra se stesso sentirà grandissimo contento, ricordandosi avergli donato non quello che donano i sciocchi,...ma quella virtù che forse fra tutte le cose umane è la maggiore e la più rara, cioè la manera e 'l modo di governare e di regnare come si dee; il che solo basteria per far gli omini felici e ridur un'altra volta al mondo quella età d'oro, che si scrive esser stata quando già Saturno regnava. (IV, xviii)


E questo è il fine dell'opera del cortegiano, poiché egli ha la responsabilità di educare il principe per una perfetta società su cui il principe stesso governa. E attraverso questo passaggio, che ha per base la perfezione, anche lo stato può essere perfetto. Così l'azione dell'individuo si irradia sul mondo esteriore, costruita da principio nell'animo del cortegiano.


Si passa ora all'analisi della società in cui esistono tre forme di governo. E qui si riprendono le forme di governo degli antichi (Aristotele, Politica) e si esaminano e si contrastano con le loro deteriorazioni; quindi monarchia vs tirannide, aristocrazia vs oligarchia, democrazia vs anarchia:


Allora il signor Ottaviano...disse: «voglio solamente addurre una ragione; la quale è che dei modi di governar bene i populi tre sorti solamente si ritrovano: l'una è il regno; l'altra il goverso dei boni, che chiamavano gli antichi ottimati; l'altra l'amministrazione populare; e la transgressione e vicio contrario, per dir così, dove ciascuno di questi governi incorre guastandosi e corrumpendosi, è quando il regno diventa tirannide, e quando il governo dei boni si muta di pochi potenti e non boni, e quando l'amministrazione populare è occupata dalla plebe, che, confondendo gli ordini, permette il governo del tutto ad arbitrio della moltitudine. Di questi tre governi mali certo è che la tirannide è il pessimo di tutti, come per molte ragioni si poria provare; resta adunque che dei tre boni il regno sia l'ottimo, perché contrario al pessimo; ché, come sapete, gli effetti delle cause contrarie sono essi ancor tra se contrari... (IV, xxi)


La preferenza va per la forma monarchica di governo, per i principato, per il governo di uno solo: ma si tratta di un tipo di monarchia corretta che include, cioè, anche le altre due forme di governo:


Rispose il signor Ottaviano: «Molte altre cose, Signora, gli insegnerei, pur ch'io le sapessi; e tra l'altre, che dei suoi sudditi eleggesse un numero di gentilomini e dei più nobili e savi, con i quali consultasse ogni cosa e lore desse autorità e libera licenzia, che del tutto senza risguardo dir gli potessero il parer loro, e con essi tenesse tal manera, che tutti s'accorgessero che d'ogni cosa saper volesse la verità ed avesse in odio ogni bugia. Ed oltre a questo consiglio de' nobili, ricorderei che fossero eletti tra 'l populo altri di minor grado, dei quali si facessse un consiglio populare, che communicasse col consiglio de' nobili le occorrenzie della città appartinenti al pubblico ed al privato; ed in tal modo si facesse del principe, come di capo, e dei nobili e dei populari, come de' membri, un corpo solo unito insieme, il governo del quale nascesse principalmente dal principe, nientedimeno partecipasse ancora degli altri; e così aria questo stato forma dei tre governi boni, che è il regno, gli ottimati e 'l populo. (IV, xxxi)


Ma il principe è il responsabile. Un principe nella sua azione sulla sua società otterrà un governo eccellente e perfetto, e in pace e in guerra. Ma il principe si sforzerà a mantenere la pace perché pace e ozio sono le caratteristiche d'una vita bella ed armonica; e deve egli governare attraverso la legge della ragione che è possesso della sua anima.
E di nuovo si ha l'azione dell'individuo che impone la sua razionalità al di fuori, sul mondo che egli domina, in uno stato perfetto, in cui supremo è il senso della ragione e perciò della giustizia che darà pace e tranquillità ad una società attiva:


Però è ancor officio del bon principe instituire talmente i populi suoi, e con tai leggi ed ordini, che possano vivere nell'ocio e nella pace senza periculo e con dignità e godere laudevolmente questo fine delle sue azioni che deve esser la quiete; perché sonosi trovate spesso molte republiche e prìncipi, li quali nella guerra sono stati sempre florentissimi e grandi, e sùbito che hanno aùta la pace son iti in ruina e hanno perduto la grandezza e 'l splendore, come il ferro non esercitato. E questo non per altro è intervenuto, che per non aver bona instituzion di vivere nella pace, né saper fruire il bene dell'ocio; e lo star sempre in guerra, senza cercar di pervenire al fine della pace, non è licito, benché estimano alcuni príncipi il loro intento dover esser principalmente il dominare ai suoi vicini, e però nutriscono i populi in una bellicosa ferità di rapine, d'omicidi e tai cose e lor dànno premi per provocarla e la chiamano virtù...(IV, xxvii)


E una società così governata, secondo un principio di giustizia basato sulla bontà, sarà una società tranquilla e serena, che nulla potrà disturbare. Anche qui abbiamo una bilancia ed armonia di effetti ed intenti che porta ad una società piena di serenità assoluta, cioè quasi ai limiti dell'umanità, anzi una società sovrumana e perfetta.


Questa è l'opera del cortegiano perfetto. E si può dire che la costruzione di questo perfetto cortegiano sia compiuta.


Partendo da una situazione empirica, quella del cortegiano, questo viene innalzato all'altezza di un ideale; e per raggiungere la trasparenza di questo archetipo, l'autore lo ha purgato da tutto ciò che nella vita è personale e mutevole. Per costruire questo perfetto cortigiano si viene a sacrificare, nel corso del libro, tutto ciò che è istintivo nella natura umana. L'uomo che risulta da questa costruzione è un uomo intero che ha sviluppato tutte le qualità, e perciò sarà padrone della propria personalità, e sarà capace di penetrare tutte le cose esterne. Per costruire una siffatta figura, che sembra essere fatta solo di una sostanza trasparente, tutto ciò che è impulsivo nella vita dell'uomo, è stato mortificato, e tutto ciò che è moderato è stato trasferito ad una società superiore.


Perciò il cortegiano ha creato un mito spirituale, l'armonia perfetta e un dio terreno posto ai limiti dell'umanità, là dove le passioni sono trasformate in ciò che ha il carattere dell'eternità, attraverso la razionalità che domina tutta la creazione di questa perfetta creatura, o modello di perfezione umana.


Essere invincibile ed autosufficiente: in un certo senso, mutatis mutandis, di quella perfezione che ne Le Stanze per la Giostra il protagonista raggiunge nella sua imponenza come cacciatore.
Ma una qualità manca in tutto ciò: l'amore non è ancora stato preso in considerazione. Questo è un argomento troppo importante, e gli interlocutori del Cortegiano lo tratteranno alla fine della loro opera, e infatti sarà proprio con il concetto dell'amore che l'opera del Castiglione verrà portata a termine. Pertanto gli ultimi 25 capitoli dell'ultimo libro, saranno tutti dedicati all'argomento dell'amore.


Noi torneremo su questo argomento oltre, poiché a questo punto vorremmo fare una pausa meditativa.