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Dato questo antefatto, un conflitto viene inevitabilmente a sorgere fra la coscienza della potenza e della creatività della mente umana, e l'ugualmente vivida coscienza delle limitazioni dell'uomo.


Se nel Rinascimento italiano è da vedere un profondo senso di gioia che esprime fede nell'uomo e nel valore della vita umana, è anche da vedervi un diffuso lamento. Il dolore sovrasta incessantemente sull'uomo. Due potenti limitazioni—che infondo si riducono solo ad una—larvano la mente di questo uomo che ha fatto di se stesso un semidio: vi è infatti il potere del futuro che annienta e distrugge le ambizioni umane, e la morte che é sentita come la fine totale di tutto.


Coluccio Salutati (1331-1406), cancelliere della Repubblica Fiorentina, autore di vari trattati—tra cui De seculo et religione, De fato et fortuna, De tiranno—in una delle sue lettere, parlando della morte dei suoi giovani figli, dà sfogo alla sua disperazione e prega Dio che gli dia forza e coraggio di non ribellarsi contro la Sua volontà di avergli tolto i figli:


Cominciai dapprima a cercare fra i precetti morali dei Gentili, dei quali mi ero dilettato nell'adolescenza e nella giovinezza, e dissi meco stesso: 'perché, tu che sei mortale, già ti addolori della morte di una creatura mortale? Non sapevi di aver generato un figlio mortale? Piangi dunque stoltamente perché una cosa giunge al suo termine naturale?' Ma poiché siamo molto ingegnosi nelle cose che vogliamo, trovai subito il modo di alimentare il mio dolore; dissi infatti, 'lo generai mortale, ben lo so. Ma vedo tanti vecchi e tante vecchie, inutili al mondo, alla patria, alla famiglia, che vivono e che invocano la morte ogni giorno nella noia della vita. Perché il mio Pietro, che era ancora un ragazzo, mi viene strappato nel fiore degli anni, quando già, fra l'ammirazione di tutti, si comportava come un uomo perfettissimo?' Quello infatti che a Cicerone pare il massimo della consolazione, che secondo gli Stoici sembra la base per lenire ed allontanare la sofferenza, che cioè la morte e le cose che come essa appaiono amare e lacrimevoli, non sono un male per chi muore, né per chi se ne affligge; tale argomento non mi è sembrato mai che riuscisse di conforto. Si tratta di sottigliezze sofistiche che, svanito il rumore della parola, non lasciano nulla di solido e di ragionevole. Chi v'è infatti di mente così tarda e debole, che non si accorga che la morte è un male? Un male, certo, non morale, ma naturale; una pena certo, non una colpa. Per questo tutta quella tumida e pretenziosa argomentazione, quando si vada a fondo, dilegua e lascia che la morte è un male per chi muore ed è un male per i parenti e gli amici, soprattutto quando si perde un uomo di molta virtù ed onestà.... Né vengano a dirmi che la morte, la più terribile delle cose terribili, è solo un piccolo male. Per l'uomo non vi può essere un male maggiore di quello che lo riduce al niente, Rimanga pur l'anima, che è immortale; ritorni la materia, il corpo cioè, alla terra da cui è venuta; l'uomo, tuttavia, non è più, quando la forma si separi, e si rompa l'armonia di tutto il corpo umano. E di questo non so se sia possibile pensare un male maggiore in natura.....
L'ultimo argomento di consolazione che Cicerone addita è, che è segno di molta stoltezza, per usare le sue parole, addolorarsi invano, quando si comprende che non ci si può far nulla. Ma, come ho già detto, il non aver speranza alcuna su ciò che si è perduto, aumenta ed aggrava il dolore. Ed è questo appunto, per tornare a me, ciò che più amaramente mi strazia, che non ho perso il mio Pietro, il mio Andrea, solo per un certo tempo, ma per l'eternità. Infine, per non dilungarmi, di più, nessun argomento trovai nella riflessione dei moralisti, che potesse, non già togliere, ma almeno confortare il mio affanno. Mi rivolsi così alla fonte d'ogni conforto, a Dio... Sia fatta la Tua volontà, o Signore, fammi la grazia ch'io voglia ciò che tu vuoi, o almeno fa' ch'io non mi ribelli.
(Epistole)


Né le sofisticazioni di Cicerone, né il pensiero che l'anima viva in eterno leniscono il dolore, né sollevano affatto la speranza di ciò che si è perduto per sempre. Ed è in questo sentimento di ribellione contro la morte che si sente il gran tormento e la limitazione dell'uomo.


La poesia di Lorenzo de' Medici, il Magnifico, (1448-1492), così ricca di componimenti che cantano la bellezza della gioventù e della vita, è anche ricca di poesie che lamentano la fuga del tempo, la caducità delle cose umane e, soprattutto, la morte sentita come fine.


Nelle Rime di Lorenzo frequenti sono i componimenti che lamentano la fuga del tempo e la morte. Si senta il sonetto 59:


Quanto sia vana ogni speranza nostra,
quanto fallace ciaschedun disegno,
quanto sia il mondo d'ignoranza pregno
la maestra del tutto, Morte, il mostra.
Altri si vive in canti e in balli e in giostra,
altri a cosa gentil muove lo ingegno,
altri il mondo ha e le sue cose a sdegno,
altri quel che drento ha, fuor non dimostra.
Vane cure e pensier, diverse sorte
per la diversità che dà Natura,
si vede ciascun tempo al mondo errante.
Ogni cosa è fugace e poco dura,
tanto Fortuna al mondo è mal costante;
sola sta ferma e sempre dura, Morte.


Il Poeta descrive la fallacità di ogni cosa, come insegna la Morte, padrona e maestra di tutte le cose; e non importa quali siano le aspirazioni e le attività dell'uomo, pur Morte è la stessa e stabile.


Ed in un altro sonetto, il cui argomento è amoroso, il poeta piange il suo amore infelice, indirizzandosi al dio dell'Amore che non ha adempito le sue promesse di felicità; ma il pianto del poeta si allarga, dando coì luogo ad una disperazione, non più personale, ma della condizione umana.

Sonetto 61:
Io piansi un tempo, come volle Amore
la tardità delle promesse sue,
e quel che interveniva ambo noi due,
a me del danno, a lui del suo onore.
ché il tempo fugge per non tornare piue,
e veggio esser non può quel che già fue;
or questo è quel ch'ancide e strugge il core.
Tant'è il nuovo dolor maggior che 'l primo,
quanto quello avea pur qualche speranza:
questo non ha se non pentersi invano.
Così il mio error fra me misuro e stimo,
e piango, e questo pianto ogni altro avanza,
la condizion del viver nostro umano.


All'inizio del IV Libro del Cortegiano del Castiglione, quando la figura del perfetto cortegiano ha raggiunto una perfezione suprema, portando alla realizzazione del cortegiano come un dio terreno, l'autore si sofferma ed ha una pausa per ricordare a se stesso ed al lettore, che molti di questi gentiluomini che avevano contribuito alla costruzione del cortegiano perfetto, sono morti. Ed il cuore dell'autore, nel ricordare ciò, è pieno d'una immensa tristezza, cui si aggiunge, come nel caso di Coluccio Salutati, un senso terribile di ribellione contro la morte:


Pensando io di scrivere i ragionamenti che la quarta sera dopo le narrate nei precedenti libri s'ebbero, sento tra vari discorsi uno amaro pensiero che nell'animo mi percuote e delle miserie umane e nostre speranze fallaci ricordevole mi fa; e come spesso la fortuna a mezzo il corso, talor presso al fine rompa i nostri fragili e vani disegni, talor li sommerga prima che pur veder da lontano possano il porto. Tornami adunque a memoria che non molto tempo dapoi che questi ragionamenti passarono privò morte importuna la casa nostra di tre rarissimi gentilomini, quando di prospera età e speranza d'onore più fiorivano. E di questi il primo fu il signor Gaspar Pallavicino, il quale essendo stato da una acuta infirmità combattuto e più che una volta ridotto all'estremo, benché l'animo fosse di tanto vigore che per un tempo tenesse i spiriti in quel corpo a dispetto di morte, pur in età molto immatura fornì il suo natural corso: perdita grandissima non solamente alla casa nostra ed agli amici e parenti suoi, ma alla patria ed a tutta la Lombardia. Non molto appresso morì Cesare Gonzaga, il quale a tutti coloro che avevano di lui notizia lasciò acerba e dolorosa memoria della sua morte; perché, producendo la natura così rare volte, come fa, tali omini, pareva pur conveniente che di questo così tosto non ci privasse; ché certo dir si po che messer Cesare ci fosse apunto ritolto quando cominciava a mostrar di sé più che la speranza, ed esser estimato quanto meritavano le sue ottime qualità; perché già con molte virtuose fatiche avea fatto bon testimonio del suo valore, il quale risplendeva oltre alla nobiltà del sangue, dell'ornamento ancora delle lettere ed arme e d'ogni laudabil costume; tal che per la bontà, per l'ingegno, per l'animo e per lo saper suo non era cosa tanto grande, che di lui aspettar non si potesse. Non passò molto che messer Roberto da Bari esso ancor morendo molto dispiacer diede a tutta la casa; perché ragionevole pareva che ognun si dolesse della morte di un giovane di boni costumi, piacevole e di bellezza d'aspetto e disposizion della persona rarissimo, in complession tanto prosperosa e gagliarda quanto desiderar si potesse. (IV, i)


Questa è una pausa ad un punto cruciale del libro, là dove si sente chiaramente il contrasto fra l'uomo portato al sovrumano, e la morte come estrema limitazione.


Ed ancora in un altro passo cruciale, cioè nella `Lettera dedicatoria', scritta dopo aver scritto il libro, il Castiglione ci ripete quello che ci aveva detto all'inizio del Libro IV: cioè che molti di questi cavalieri interlocutori, inclusa la Duchessa stessa, sono morti. E la parola morte è ripetuta varie volte, in un ritorno di prosa lento e pesante, indicante l'acerbità del dolore; e questa parola morte è strategicamente posta proprio all'inizio di molte frasi, cioè in posizione anaforica, per indicare, quasi rintocco di campane funerarie, la fine dolorosa di ogni cosa umana:


...Così, per eseguire questa deliberazione [cioè di pubblicare il libro], cominciai a rileggerlo e sùbito nella prima fronte, ammonito dal titolo, presi non mediocre tristezza, la quale ancora nel passar più avanti molto si accrebbe, ricordandomi la maggior parte di coloro, che sono introdotti nei ragionamenti, esser già morti: ché oltre a quelli de chi si fa menzione nel proemio dell'ultimo [libro], morto è il medesimo messer Alfonso Ariosto, a cui il libro è indrizzato, giovane affabile, discreto, pieno di suavissimi costumi ed atto ad ogni cosa conveniente ed omo di corte. Medesimamente il duca Iuliano de' Medici, la cui bontà e nobil cortesia meritava più lungamente dal mondo esser goduta. Messer Bernardo, Cardinal di Santa Maria in Portico, il quale per una acuta e piacevole prontezza d'ingegno fu gratissimo a qualunque lo conobbe, pur è morto. Morto è il signor Ottaviano.....Morti son ancor molti altri dei nominati nel libro, ai quali parea che la natura promettesse lunghissima vita. Ma quello che senza lacrime raccontar non si devria è che la signora Duchessa essa ancor è morta....(Lettera dedicatoria al reverendo ed illustre signor Michel de Silva)


Questi sono due punti cruciali che stanno in conflitto diametrico con la costruzione perfetta del cortegiano. Ma vi è un terzo punto che indica questo sgomento dell'autore: nel primo capitolo del secondo libro v'è pure questo senso del finito, là dove si parla dell'abitudine dei vecchi di glorificare sempre il tempo passato e biasimare il tempo presente; anche qui l'autore esce ancora una volta nel dolore di esprimere la caducità del tempo:


...Però parmi che i vecchi siano alla condizion di quelli, che partendosi dal porto tengon gli occhi in terra e par loro che la nave stia ferma e la riva si parta, e pur è il contrario; ché il porto, e medesimamente il tempo e i piaceri, restano nel suo stato, e noi con la nave della mortalità fuggendo n'andiamo l'uno dopo l'altro per quel procelloso mare che ogni cosa assorbe e devora, né mai più ripigliar terra ci è concesso, anzi, sempre da contrari venti combattuti, al fine in qualche scoglio la nave rompemo...(II, i)