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Lorenzo de' Medici
Lorenzo de' Medici


Nulla cambia se ci avviciniamo al primo capitolo del poema Altercazione o De Summo Bono di Lorenzo de' Medici, un poema filosofico in sei capitoli, di forte ispirazione ficiniana, scritto nel 1473, proprio l'anno dell'ingresso laurenziano alla filosofia.

Nel poema i due protagonisti iniziali esprimono entrambi la propria estrema individualità. Uno è Lauro (cioè Lorenzo de' Medici), e l'altro è un umile pastore, Alfeo, che è sempre vissuto nella pace e tranquillità dei campi. Due vite, perciò, opposte, messe a contrasto in questo poema filosofico. Ed entrambi sono infelici. Perché sono infelici? Perché la loro vita, grande nell'uno e semplice nell'altro, non risponde alle aspirazioni, perché tutti i beni della terra sono fugaci, tutte le attività sono caduche, non durano, sono sottoposte al capriccioso potere della fortuna, finiscono e non vi è la possibilità di raggiungere la felicità.


Triste è Lauro perché non trova quella pace e quella felicità che non è riuscito a trovare nella città. Triste è Alfeo, il pastore, ed infelice anche lui nella sua umile vita della campagna.
Il poeta si allontana dalle cure pubbliche, egli signore di Firenze, vuol lasciare la città e ritirarsi in campagna, sperando di trovarvi la felicità:


Altercazione


Capitolo I


Da più dolce pensier tirato e scorto,
fuggito avea l'aspra civil tempesta
per ridur l'alma in più tranquillo porto.


Così tradotto il cor da quella a questa
libera vita, placida e sicura,
ch'è quel poco del ben che al mondo resta;


e per levar da mia fragil natura
quel peso che a salir l'aggrava e lassa,
lassai il bel cerchio de le patrie mura.


E, pervenuto in parte ombrosa e bassa,
amena valle che quel monte adombra,
che 'l vecchio nome per età non lassa;


là dove un verde lauro facev'ombra,
alla radice quasi del bel monte
m'assisi, e 'l cor d'ogni pensier si sgombra.


Un fresco, dolce, chiar, nitido fonte
ivi surgea dal mio sinistro fianco
rigando un prato innanzi alla mia fronte

Quivi era d'ogni fior vermiglio e bianco
l'erbetta verde; ed infra sì bei fiori
riposai il corpo fastidito e stanco.

Eranvi tanti vari e dolci odori,
quanti non credo la Fenice aduna
quando sente gli estremi suoi dolori.

Credo che mai né tempestosa o bruna
sia l'aria in loco sì lieto ed adorno,
né ciel vi possa nuocere o fortuna.

Così stando soletto al bel soggiorno
della mia propria compagnia contento
e sol co' dolci miei pensieri intorno,

contemplava quel loco: e in quelli 'i sento
sonare una zampogna dolcemente,
tal che del sonator balla l'armento.

Alla dolce ombra, a quel licor corrente
venie per meriggiare, e, me veggendo,
nuovo stupor gli venne nella mente.

Fermossi alquanto, e poi pur riprendendo
il perso ardir, con pastoral saluto
mi salutò; poi cominciò dicendo:

"Dimmi, per qual cagion sei qui venuto?
perché teatri e gran palagi e templi
lasci, e l'aspro sentier t'è più piaciuto?

Deh dimmi, in questi boschi or che contempli?
le pompe, le ricchezze e le delizie
forse vuoi prezzar più pe' nostri essempli?"

Ed io a lui: "Io non so qual divizie
e quali onor sien più suavi e dulci
che questi, fuor delle civil malizie.

Tra voi lieti pastor, tra voi bubulci
odio non regna alcun e ria perfidia,
né nasce ambizïon per questi sulci.

Il ben qui si possiede senza invidia;
vostra avarizia ha piccola radice,
contenti state nella lieta accidia.

Qui una per un'altra non si dice
né è la lingua al proprio cuor contraria,
ché quel ch'oggi il fa meglio è più felice.

Né credo ch'egli avvenga in sì pur aria
che il cor sospiri e fuor la bocca rida,
che più saggio è chi'l ver più copre e varia.

Chi in semplice bontade oggi s'affida,
stolto s'appella, e quel che ha più malizia
più saggio pare a chi 'n quel cerchio annida.

Con l'util si misura ogni amicizia!
or pensa che dolcezza è in quello amore,
il qual fortuna intepidisce o vizia!

Come esser può quieto omai quel core,
il qual cupiditate affligge e nuove
o a troppa speranza o a timore?

Ma voi vi state in questi monti, dove
pensier non regna perturbato o rio,
né 'l cor pendente sta per cose nuove.

La vostra sete spegne un fresco rio,
la fame i dolci frutti, e misurate
con la natura ogni vostro desio.

Il letto è qualche fronde nella state,
il secco fien sotto le capannelle
il verno, per fuggir acque e brinate.

Le vesti vostre non son come quelle
cerche in paesi stran per le salse onde:
contenti state alla velluta pelle.

O quanto è dolce un suon in queste fronde
non rotto da pensier, ma l'onda alpestre
col mormorio al tuo russar risponde!

Credo che spesso ogni Ninfa silvestre
convenga al fonte tanto chiaro e bello,
con più dolce armonia che la terrestre.

Al dolce canto lor suave e snello,
al suon della zampogna, a' versi vostri
risponde Filomena o altro uccello.

Se avien che un toro con un altro giostri,
credo non manco al cor porga diletto
che i feri ludi dei teatri nostri.

E tu, giudicatore, al più perfetto
doni verde corona; ed in vergogna
si resta l'altro, misero e in dispetto.

Felice è quel che quanto gli bisogna
tanto desia, e non quello a cui manca
ciò che la insaziabil mente agogna.

Nostra infinita voglia mai non manca,
ma cresce, e nel suo crescer più tormenta;
a quel che più desia più sempre manca.

Colui che di quel c'ha, sol si contenta,
ricco mi pare; e non quel che più prezza
ciò che non ha, che quel che suo diventa.

Quieta povertà è gran ricchezza,
pur che col necessario non contenda;
ricco e non ricco è l'uom, come s'avezza.

E non so come alcun biasmi o riprenda
la mente che contenta è di se stessa,
quello esaltando che d'altrui dipenda.

La vostra vita, pastor, mi par essa,
se alcuna se ne trova al mondo errante,
che all'umana quiete più s'appressa".

Non fu il pastor all'udir più costante;
ma volti gli occhi alcun volta in giro
fe' di voler parlar nuovo sembiante.

Poi cominciò con cordial sospiro:
"Non so che error chiamar lieta ti face
tal vita, vita no!, anzi martiro.

Né so per qual cagion tanto ti piace
quel che tu laudi, e poi laudato fuggi,
e come tu non segui tanta pace.

Deh, perché 'l ver con la menzogna aduggi?
e, se ver parli, segui questo vero,
che sì brami in parole, e te ne struggi.

Ma gran fatto è dall'opera al pensiero,
e tal sentier par bello in prima vista,
che al camminare è poi spinoso e fero.

Qual cosa questa vita non fa trista?
Al freddo, al caldo stiam come animali;
e questa è la dolcezza che s'acquista.

Il verno a' tempi rigidi e nivali
talor ad ogni pel di nostra vesta
veder puossi cristalli gliacïali.

Talora un vento sì crudel ne infesta,
che per porsi al povento dopo un masso,
non cessa il vento o la crudel tempesta.

Le piume sono il terren duro o il sasso;
i cibi quei delle silvestre fere
per confortarne, quando altri è più lasso.

Non manco mi vedrestu dolere,
se lupo via ne porti un de' nostri agni,
che quando tu perdessi un grande avere.

Non più del gran danno tu ti lagni,
che io del poco; ché a proporzione
i piccoli a me son come a te i magni.

In minor cose ha in me dominazione
Fortuna certo; e se quel poco ha a sdegno,
più duole a me sanza comparazione.

 

S'io perdo un vaso di terra o di legno,
non manco mi dolgo io del vil lavoro,
che se tu 'l perdi d'or, che par più degno.

La differenza, ch'è tra 'l legno e l'oro,
non fa natura, quanto noi facciamo
per estimar l'un vil, l'altro decoro.

Però se il vaso fittile mio amo
quanto tu l'aureo, egualmente a me nuoce
Fortuna, perché egualmente lo bramo.

Ma credo appellar possa ad una voce
Fortuna il mondo rigida e nemica,
perché pende ciascun nella sua croce".

"Benché, pastor, sentenzia odo ch'è antica,
ciascun mai contentarsi di sua vita,
e par lieta e felice l'altrui dica;

i' mi starò dove il destin m'invita,
tu dove chiama te la stella tua,
ove la sorte sua ciaschedun cita,

mal contento ciascun, non sol noi dua".

Vi è nel primo capitolo dell'Altercazione il lamento, come altrove anche qui, sulla Fortuna che sembra distruggere tutto; lamento che contrasta con le capacità che sono negli uomini.
All'inizio del secondo capitolo un terzo interlocutore viene a introdursi nell'Altercazione, e sarà il personaggio più importante del poema: Marsilio Ficino. Marsilio Ficino viene introdotto dal poeta in maniera tutt'affatto speciale, come se dalla parola di Marsilio debba trovarsi il superamento da quella ineluttabile ed amara constatazione espressa da entrambi, Lauro ed Alfeo, nel primo capitolo.


Capitolo II


Eran gli orecchi a sue parole intenti,
quando una nuova voce a sé gli trasse,
da più dolce armonia legati e presi.

Pensai che Orfeo al mondo ritornasse
o quel che chiuse Tebe col suo legno,
sì dolce lira mi parea sonasse.

"Forse caduta è dal superno regno
la lira ch'era tra le stelle fisse
—diss'io—il ciel sarà senza il suo segno;

o, forse, come quello antico disse,
l'alma d'alcun di questi trasmutata
nel sonator per suo destin si misse".

E mentre che tra fronde e fronde guata,
e segue l'occhio ove l'orecchio tira
per veder tal dolcezza donde è nata;

ecco in un punto sente, intende e mira
l'occhio, la mente nobile e l'orecchio
chi suona sua dottrina e la sua lira.

Marsilio, abitator del monte vecchio,
nel qual il ciel ogni sua grazia infuse,
perch'ei fusse ai mortal sempre uno specchio;

amator sempre delle sante Muse,
né manco della vera sapïenza,
talché l'una giamai dall'altra escluse;

perché degno era d'ogni reverenzia,
come padre comun d'ambo noi fosse,
surgemmo, lieti della sua presenza.

Lui non men lieto al bel fonte fermosse;
e poi che assiso fu sopra d'un sasso,
fermò il bel suono, e le parole mosse.

"Io ero dell'andar già stanco e lasso,
e per venir dove or sí mi ricreo,
guidò qualche felice nume il passo.

Ma prima: Lauro, Salve, e salve, Alfeo,
de' prudenti pastor certo il più saggio,
e per la lunga età buon padre meo.

Maraviglia di te, pastor, non aggio,
ché spesso insieme ci troviamo al fonte,
e talor sotto qualche ombroso faggio.

Ma veder te sopra il silvestre monte
crea, Lauro, in me gran maraviglia,
non ch'io non vegga te con lieta fronte.

Chi di lasciar tua patria ti consiglia?
Tu sai che peso alle tue spalle danno
le pubbliche faccende e la famiglia".

E io a lui: "Tanto è grieve l'affanno,
che sol pensando addoloro ed accidio,
che le cose, che di', drieto a sé hanno.

Leva'mi alquanto dal civil fastidio,
per ricrear, col contemplar, qui l'alma
la vita pastoral, la quale invidio.

La nostra è tropo intollerabil salma,
qual comparando alla pastoral vita,
bench'egli il nieghi, a lei darei la palma.

Questo disputavam, quando sentita
fu la tua lira, ed a quel dolce suono
sùbito la dispùta fu finita.

Or poi che Dio di te n'ha fatto dono,
dicci chi di noi erra il ver cammino,
e se le nostre vite han vero buono;

se pur lo vieta a noi nostro destino,
qual vita quella sia che se n'adorni,
o se 'l mondo la dà, o s'è divino.

Ogni arte, ogni dottrina, e tutti i giorni,
ogni atto, ogni elezione a questi bene,
par, com'ogni acqua, all'alveo marin torni.

Ma qual sia questo a te dir ne conviene,
perché tu 'l sai: or fa tal nodo sciolga,
che 'l cor serrato in molta angustia tiene".

Marsilio a noi: "Convien che 'l mio cor volga
là dove il vostro è tutto inteso e volto,
benché provincia assai difficil tolga.

Più facil è, chi 'l vero ha ben raccolto,
veder dov'ei non è, che aver compreso
qual sia in tanta oscuritate involto.

L'amor farà men grieve asssai tal peso;
nulla disdire al vero amor conviensi,
perch'un son quei, che 'l vero amore ha preso.

E prima ch'io dic'altro, alcun non pensi
di trovar ben che sia perfetto e vero,
mentre l'alma è legata in questi sensi.

Questo ha fatto colui che ha 'l sommo impero,
perché i mortali al tutto erranti e ciechi
non fermin per di qua solo il pensiero.

Se son dal ver cammin distorti e biechi
nell'imagin del ben, or che farieno
credendo questa vita il ben arrechi?

Il ver ben è un, né più né meno,
il quale Iddio appresso a sé par serbi
per palma a quei che ben vivuti fieno.

Onde a' mortal troppo elati e superbi
avvien, se innanzi tempo cercar vogliono,
come a chi coglie i frutti ancor acerbi.

Se pur mangian di quei che acerbi cogliono,
tanto acri son che 'lor denti ostupescono,
onde levar dall'impresa si sogliono.

Né sanno come dolci poi riescono,
ma impauriti nella prima impresa,
da uno in altro error tutto dì crescono.

Ma il prolungar a voi e a me pesa,
né voglio avvenga a me come a coloro,
che hanno il ciel come una pelle estesa.

Dico che questo ben, questo tesoro
cerco e descritto già da tante lingue,
sol serba Iddio nel suo superno coro:

ove ogni ardore e passion s'estingue,
e perché molti ben son apparenti,
in questo modo prima si distingue.

Tre spezie son de' beni uman presenti,
(così comincia chi tal nodo scioglie),
che cader posson nelle nostre menti:

i primi la Fortuna dà e toglie,
gli altri que' ben che al corpo dà Natura,
i terzi l'alma nostra in sé raccoglie.

Quadripartita i primi han lor misura:
diminuzion, ricchezza, onore e grazia;
e questi ultimi due hanno una cura.

La prima quanto più ampia si spazia,
ha più sospetti; ed ha quanti più domini,
con più convien che stia in contumazia.

Cesare il vero ben par questa nomini,
e pur vivendo alfin poté vedere,
che quel che impera più, serve a più omini.

L'altra è molte ricchezze possedere;
e perché tal desir mai fin non trova,
non debbe ancor quïete alcuna avere.

Ed oltre questo mal per ben s'approva,
e stoltamente alcun in quel s'affida,
che spesso nuoce assai più che non giova.

Per sé già l'òr non si disia o grida,
ma ad altro effetto: adunque non è quello
intero ben, come già parve a Mida.

L'onor che par sé spezïoso e bello,
che molti sciocchi il ben fermano in lui,
non è quel vero ben, di ch'io favello.

Ben non è quel ch'è in potestà d'altrui:
riposto è questo tutto in chi t'onora,
che lauda spesso, e non sa che o cui.

Anzi quanto è la turba, che più ignora,
che i sapienti, tanto manco è scorto
colui che laude merta ampla e decora.

Spesso si lauda o biasma alcun a torto,
e spesso avvien che sanza sua saputa
si lauda, e tal laudare a lui è morto.

Questa dunque non è vera e compiuta
dolcezza, come alcun cieco già volse,
che in questo error la mente ebbe involuta.

E chi per primo fior la grazia tolse,
errò; ed in questa il ben usava porre
chi 'l mondo in pace sotto sé raccolse.

Però che quel pericol proprio corre,
questa benivolenzia, che l'onore:
altri la dà, altri la può ancor tôrre.

Onde veggiam che invan si pone il core
dove sanza ragion Fortuna impera,
poi che ognuna di questa e manca e muore.

Questi apparenti ben da mane a sera
ci toglie e dà lei cieca ed importuna,
né saggio alcuno il pensier ferma o spera,
dove ha potenzia la crudel Fortuna".

Capitolo III


"Quel che Fortuna in sua potenzia tiene,
—soggiunse a noi parlando il novel Plato—
dunque chiamar non puossi intero bene.

Il ben del corpo ben proporzionato
solo in tre parti si divide e pone:
l'esser robusto, sano e pulcro nato.

I primi due, da poca lesïone
offesi, quel ben pèrdon, che già piacque
per sommo bene al robusto Milone.

Però felicità giamai non giacque
in questi, né è ancor porto tranquillo
in quel che bello e specïoso nacque.

In questa il sommo ben già pose Erillo;
e benché fusse ogni bellezza in esso,
già contento per questo non puoi dillo.

Se l'esser pulcro ad alcuno è concesso,
ad altri giova più quella figura
sanza comparazion che a se stesso.

Quest'è un bene che toglie e dà Natura,
né puossi in esso la speranza porre,
che, come fior, lo strugge il tempo e fura.

Però passa il pensier più oltra e scorre,

dicendo: «Forse fia in nostra mente,
di cui altri che noi non può disporre».

I ben della nostr'anima vivente
son divisi da' savi in parte bina,
l'un razional, l'altra che sente.

La ragion tiene in sé parte divina,
il senso, comun è con gli animali,
e per due vie in questo si cammina.

La prima è che 'sensi tuoi sien tali
da far perfettamente il loro uffizio;
la seconda è i diletti sensuali.

Qui Aristippo errò con van giudizio,
e qui pose la mira troppo bassa,
pigliando d'esti l'uno e l'altro vizio.

Alcuna spezie d'animal ne passa,
perché han certi sensi più acuti,
che l'alma nostra infastidita e lassa.

Serieno adunque più felici i bruti;
ed altr'a questo per gli acuti sensi
più dispiacer che piacer sonsi avuti.

S'egli è più il mal che il ben certo conviensi
che più cose si guati, odori e cerna
con dispiacer, né so qual ben compensi.

Diletti sensual son guerra eterna:
innanzi hanno un ardor che 'l cor distrugge;
sospizïon gli accompagna e governa;

poi pentimento quando il piacer fugge;

e tanto dura questa voluttate
quanto il cor, per l'ardor, disia e rugge;

ché tanto dura la suavitate
del ber, quanto la sete il gusto invischia:
se quella manca, e tal felicitate.

Nulla col suo contrario star s'arrischia:
ben non è dunque, anzi piuttosto male,
dove talor con voluttà si mischia.

Qui s'assolve la parte sensuale,
e viensi all'altra, chi ben si rimembra,
più bella, che detta è razïonale.

Ha questo capo sotto sé due membra,
la virtù natural e l'acquistata,
e così prima si divide e smembra.

La prima nasce con la nostra vita.
Ciascun n'ha certi semi e certo lume,
come l'alma è dentro al suo corpo sita.

Memoria, audacia e dell'ingegno acume
sono strumenti buoni o rei, secondo
che gli fa l'uno, e il buono o rio costume.

Anzi, se più perfetti, maggior pondo
all'alma dànno, se son mal usati,
come fa le più volte il cieco mondo.

E i ben che son nel viver acquistati,
si dividon ancor in parti due,
(così di grado in grado siam montati):v

speculativa ed attiva virtute;
di queste due la prima è assai più degna;
comincierem dall'altra ch'è vil piue.

Questa viver al mondo sol ne insegna
con le virtù morali in compagnia,
e prepararne all'altra ancor s'ingegna.

Zenone e la sua setta per tal via,
e la cinica turba tutta corse,
dicendo il vero fine in esse stia.

Più lume la Natura non gli porse,
e disson quel che a mettere ad effetto
più difficil a dir sarebbe forse.

Ciacun di questi ben par sia suggetto
a fatica, a sudore ed a durezza;
però non vuol ragion che sia perfetto.

Perché la temperanza e la fortezza
son nelle operazioni laboriose:
in più dolor, più ciascuna si prezza.

Il fin par sia di tutte umane cose
affaticarsi, non già per fatica,
ma perché l'alma poi quïeta pose.

Laonde falsamente par si dica,
che in questo bene il vero fin consiste,
che dal proprio dolor il ben mendica;

ma che bisogna aver più cose viste,
poiché colui che al ver fin ne mena,
ne diò sentenzia, e tu in quella siste.

Ottima parte elesse Maddalena,
poi ch'una delle due è necessaria;
quella di Marta è d'inquïete piena.

Questa è la verità che mai non varia:
nessuno al vero suo giudizio appella,
anzi ogni cosa è falsa a lei contraria.

Come vedete, Marta non è quella
che spegner possa nostra lunga sete,
ma l'acqua chiesta dalla femminella

Samaritana; e di quella bevete!
Seguiam Maria, che presso al santo piede
non sollecita stassi, ma in quiete.

Così la mente che contempla siede,
e quando al contemplato ben s'appressa,
altro che contemplar giamai non chiede.

Allor la sua salute gli è concessa;
Or perché alcun certa ignoranza veste,
anco in tre parti poi divisa è essa.

La prima è contemplar cose terreste
e naturali, la seconda il cielo,
la terza è quel che sia sopraceleste.

Democrito fermossi al primo zelo,
e che Natura a caso producesse
quel ch'è, o fia, o stia sotto tal velo.

E voleva che quel che 'l mondo avesse,
sanza fare eccezion di cosa alcuna,
la moltitudin d'atomi facesse.

Ma il vero ben non è sotto la luna:
dunque non è nel contemplar di quelle
cose, che si disfanno ad una ad una.

Lo specular cose celesti e belle,
sí come il grande Anassagora volse
contento al ciel mirare e alle stelle,

non è ben sommo; e tal palma gli tolse
un altro maggior ben che gli sta sopra,
che in sé l'onor de' più bassi raccolse.

E come il sol par l'altre stelle cuopra,
così questo splendor lucente e chiaro
ombra l'inferior, ch'è più degna opra.

Tanto più degno, quanto egli è più raro,
contemplar quel che sopra il ciel dimora,
come parve al filosofo preclaro

Aristotil, che il mondo tutto onora.
Ma tal contemplazion ha in sé due parti:
una che l'alma fa col corpo ancora;

l'altra che questa vita non può darti.
Par che Aristotile nella prima metta
il sommo ben, sanz'altro separarti.

Dice, chi ben sua sentenzia ha letta,
che la felicità è l'operare
virtù perfetta in vita ancor perfetta.

Ma se in due cose il vero ben dee stare,
l'una la volontà, l'altra l'intendere,
perfetta o l'una o l'altra non può fare.

Perché la mente non può ben comprendere,
sendo legata in questo corpo e inclusa,
ha desio sempre di più alto ascendere.

Resta in ansietà, e circunfusa
da più ardor per quel ben che le manca,
e dentro allo intelletto più confusa.

L'intelletto e il desir così si stanca:
adunque mai non trova la nostr'alma
la pura verità formosa e bianca,
mentre l'aggrava esta terrestre salma".