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Marsilio Ficino
Marsilio Ficino


Marsilio Ficino (1433-1499).

Ficino, fiorentino e longevita, protetto da Cosimo de Medici, il Vecchio, e da Lorenzo il Magnifico, è una figura fondamentale per lo svolgimento della civiltà rinascimentale.


L'opera più importante di Marsilio Ficino è la Teologia Platonica, in cui si comprende ciò che dà impulso a tutto il suo pensiero. Già dalla prima pagina si nota un lungo lamento, ed è lo stesso lamento cui si è accennato sopra: cioè il lamento su tutto ciò che è di contrasto al raggiungimento della perfezione umana: grande è l'uomo, ricca è di possibilità la sua mente; ma purtroppo vi sono le limitazioni: la fortuna, la fuga del tempo, la morte. Pertanto l'uomo è più infelice degli animali e delle piante, poiché l'uomo è razionale e riconosce le sue limitazioni. Da qui lo scontento, la sua infelicità. Perciò tutta la speculazione di Marsilio Ficino parte dalla necessità di superare questo conflitto.


Oltre alla Teologia Platonica il Ficino scrisse altre varie opere, come il Commento al Simposio di Platone (che va anche sotto il nome De Amore), scritto prima in latino e poi tradotto o riscritto in italiano con il titolo Sopra lo Amore; come i Commenti ai dialoghi di Platone (che egli tradusse prima in latino); come pure i commentari all'opera principale di Plotino, le Enneadi. Poi scrisse anche il De Christiana Religione, e due trattatelli dai titoli De Sole e De Lumine. Vi è anche un copioso epistolario, importantissimo per la comprensione del suo pensiero.


Il pensiero di Marsilio Ficino.
La costruzione filosofica ficiniana parte da Dio. Egli vede che, in Dio, l'essenza supereminente è la Bontà e la Verità. Questo è il Dio senza la creazione e senza la natura. Ma senza la creazione Dio non può essere concepito; e la creazione è l'effondersi dell'essenza divina, cioè della Bontà e della Verità. Questo venir fuori dell'essenza divina, il Ficino chiama Bellezza. Quindi la Bellezza non è altro che il manifestarsi dell'essenza divina. Il Ficino parla anche della Luce che è lo splendore della Bellezza divina, perciò luce = bellezza. E come la luce del sole s'irradia per l'universo, così è anche l'irradiarsi dell'essenza divina.


Per spiegare l'effusione di questa luce divina, il Ficino afferma che Dio è come il centro del cerchio, e le creature rappresentano la circonferenza. E come il centro del cerchio è presente in ogni punto della circonferenza, così ogni punto della circonferenza è legato al centro: cioè, l'essenza divina è infusa in tutte le cose. Per cui tutta la creazione partecipa dell'essenza divina, e in ogni essere creato vi è una scintilla della luce divina.

Ma tutti gli essere creati non sono allo stesso grado: secondo il Ficino vi è una gerarchia di esseri, e quindi una gerarchia nella creazione. Da ciò ne segue che non tutti gli esseri creati hanno la scintilla divina allo stesso grado. Pertanto nella concezione ficiniana esistono gradi della creazione.


Il primo grado della creazione, ovvero la prima circonferenza intorno al punto (cioè Dio), è la mente angelica. Gli angeli sono le creature più vicine al Creatore. Essi partecipano dell'essenza divina. Nel creare la mente angelica, Dio ha infuso in Essa la sua intelligenza e la sua bellezza, ma solo parte della sua perfetta intelligenza e bellezza. Vi è quindi nella mente angelica una parte dell'essenza divina. A sua volta però, la mente angelica sente la mancanza di quella parte della bellezza divina che non è giunta a lei. Questa mancanza genera in lei il desiderio e quindi l'amore di possedere la bellezza perfetta.

Ma l'effondersi della luce divina, non si ferma qui, ma procede oltre.


Nel secondo grado, o cerchio della creazione, si ha l'anima; non solo l'anima che è in ogni corpo, ma quell'anima che è anche in ogni sfera celeste.
Anche qui Dio infonde la sua essenza, ma non completamente, e in minor grado che non nella mente angelica. E ancora di nuovo, qui vi è mancanza, mancanza che genera desiderio o amore di aver tutta la bellezza e la luce divina.


Nel terzo grado, o cerchio, della creazione si ha la Natura, cioè il corpo umano, quello dell'animale e quello della pianta. Di nuovo nel creare questo terzo cerchio Dio ha infuso parte della sua essenza, ma molto meno che non nella Mente e nell'Anima. Allontanandosi dal centro, la luce divina diventa sempre più opaca. Anche la natura creata sente la mancanza che, come sopra, genera desiderio o amore di bellezza, cioè di quella bellezza che le manca.


Al quarto grado, cioè all'ultimo grado della creazione si trova la Materia, intesa come rappresentante tutte le cose dell'universo che non hanno vita, e pertanto il regno minerale che è il più lontano dal Creatore. Qui non si ha un ammasso caotico, ma abbiamo la forma, infusa da Dio: quindi, benché opaca, vi è sempre uno spiraglio di luce che raggiunge la materia. Ed anche qui vi è mancanza che, di nuovo, genera desiderio o amore di bellezza per il raggiungimento dell'essenza divina.


Ora, come si manifesta questo amore, o desiderio di bellezza?


Nel primo grado, o Mente angelica, questo si ha tramite l'intelletto o idea, come prototipo di tulle le cose. È un intelletto infuso, e con esso la mente angelica cerca di abbracciare anche quella parte della bellezza divina che a lei non è giunta, e che le manca.


Nel secondo grado, o Anima, si ha la ragione; e tramite ciò l'anima esprime il suo desiderio di mancanza.


Nel terzo grado, o Natura, si ha quell'istinto di generazione o procreazione che è insito in tutti, si ha il seme, o principio di vitalità, ed attraverso questo principio o istinto di generazione gli esseri della Natura esprimono il loro amore o desiderio di bellezza.


Nel quarto grado, o Materia, si ha la forma con cui la Materia è stata creata; e il desiderio di bellezza è espresso materialmente, nel senso che ogni oggetto qui tende a mantenersi nello stato in cui è. E questo è amore, o desiderio di bellezza.


Il pensiero di Marsilio Ficino consiste essenzialmente di due temi: luce e amore.


Il tema della luce indica il processo discensivo della diffusione divina, cioè l'effusione della luce o essenza divina, da Dio agli esseri secondo la loro gerarchia. E l'essenza divina è l'intelletto nella mente angelica, la ragione nell'anima, il seme nella natura, la forma nella materia.
Certo, quando il Ficino parla del tema della luce e del colore, ne parla metaforicamente. Eppure, parlando attraverso immagini, egli crea una specie di parallelismo tra la luce spirituale e la luce fisica; e quindi il sole ne è l'immagine concreata. E come la luce è insita nel sole e da questi si diffonde nell'universo, così Dio che è luce spirituale, diffonde la sua luce nelle gerarchie create da Lui. Ed anche per colore non si deve intendere il colore materiale. Intanto senza luce non c'è colore, eppoi per Marsilio, il colore è luce opaca, perché sempre e sempre più si allontana dalla sorgente, ciò Dio. Pertanto sarà fortissimo il raggio di luce nell'intelligenza angelica, e assai opaco nella materia. Come nel mondo fisico il colore è luce opaca, e nella graduatoria dei colori la luce è sempre più opaca a seconda della distanza dalla fonte, così nel colore preso metaforicamente. Perciò il Ficino vede nel bianco l'approssimazione della luce spirituale alla sua fonte: il bianco infatti è "nullo colore e omni colore".


Il tema dell'amore, invece, indica la via all'insù, perché amore è desiderio di bellezza, e questa non è altro che la manifestazione della bellezza divina. Tutti gli esseri sentono quest'amore. Come esprimono gli esseri questo desiderio di bellezza o amore?
Le cose materiali (aria, acqua, terra) esprimono questo amore rimanendo nella forma in cui sono state create e nel luogo in cui sono state poste. Nella natura (animali, piante), l'amore si manifesta attraverso quel principio di progenie in modo che la specie si perpetui. L'anima non vive a sé, ma è congiunta con il corpo. Pertanto l'uomo, in quanto corpo, manifesta questo desiderio di bellezza attraverso la procreazione; e come anima, lo manifesta nel desiderio della contemplazione divina. Anche nella Mente angelica questo amore viene manifestato nel desiderio della contemplazione divina.


Perciò l'uomo viene a trovarsi in una posizione peculiare, cioè egli appartiene alla natura e alla mente angelica allo stesso tempo:


Il Bene è essa supereminente essenzia di Dio: la Bellezza è un certo atto, o vero raggio di quindi per tutto penetrante: prima nella Angelica Mente; poi nella Anima dello Universo, e nelle altre Anime; terzo nella Natura; quarto nella Materia de' corpi. E questo raggio la Mente di ordine di idee adorna, l'Anima di ordine di ragioni empie; fortifica la Natura di semi; veste la Materia di forme. Et come un medesimo raggio di Sole illustra quattro corpi: Fuoco, Aria, Acqua e Terra, così un raggio di Dio, la Mente, l'Anima, la Natura e la Materia illumina. Et qualunque in questi quattro elementi guarda il lume, vede esso raggio di sole, e per esso si converte a considerare la luce superna del sole; così qualunque considera l'ornamento in questi quattro, Mente, Anima, Natura et Corpo, et esso ama, certamente il fulgore di Dio in questi, et per detto fulgore esso Dio vede e ama.
(Sopra lo Amore, II v)


E lo stesso concetto è espresso dal Ficino anche altrove; per esempio, nel Commento al Filebo in cui egli si esprime in questo modo:


La bellezza non è altro che lo splendore del sommo bene che rifulge principalmente in quelle cose che si percepiscono con gli occhi, con gli orecchi e con la mente, e che——tramite quelle medesime cose——converte vista udito e mente allo stesso sommo bene. Pertanto la bellezza esiste come un circolo della luce divina, che emana dal bene, che risiede nel bene, e che eternamente ritorna attraverso il bene al bene... Che cos'è in sé la bellezza? È un atto vivifico che sorge dal fonte di ogni bene. In primo luogo esso decora la divina intelligenza di ordine di idee; poi empie i noumeni e le menti seguenti di ordini di ragioni; poi adorna, in terzo luogo, le anime di numerosi argomenti; in quarto luogo, la natura di semi; e finalmente, la materia di forme.
(Comm. in Philebum, I v)


In questo passo, come si può vedere, il Ficino parla non di quattro, ma di cinque sostanze che emanano dal Dio. Cioè alle quattro emanazioni stabilite nel passo del De Amore sopra citato, precisamente al centro di quelle, il Ficino aggiunge una quinta emanazione, quella delle anime le quali sono adornate di numerosi argomenti. Ora questo, per il nostro proposito e in questo luogo, è del tutto secondario. Quello che importa è il concetto espresso dai verbi rifulgere e convertire, e quindi il concetto della bellezza come circolo della luce divina che emana dal bene ed al bene eternamente ritorna.


E questa Bellezza il Ficino chiama Venere. Pertanto Venere viene a significare la Bellezza divina verso cui tende l'amore di tutte le cose dell'universo. Venere è anche la luce, come Ficino stesso ci dice nel De Amore (VI vii), e come ne siamo anche edotti attraverso le parole di Francesco Cattani da Diacceto (1466-1522), seguace del Ficino:


Per Venere si deve intendere la bellezza. Si deve ora vedere che cosa sia la bellezza. Che la bellezza sia del numero di quelle cose che hanno misura di qualità, credo che sia a tutti manifesto. Che la qualità della bellezza sia quella che si manifesta alla facoltà visiva, anche questo ritengo che sia chiarissimo. Infatti la bellezza sensibile, immagine della vera bellezza, si apprende solamente per la facoltà del vedere. Ora quella qualità visibile, che è estesa secondo la superficie, può chiamarsi colore. Quella invero che non sopporta nessuna estensione, ma in un punto di tempo si diffonde ovunque, si chiama Luce.
(In Platonio Symposium Enarratio)


Qual è la posizione dell'uomo? Perché vi è nell'uomo l'essenza, cioè l'anima, e il corpo? Così è, ma non sempre è stato così.

Qui, con Ficino, la concezione cristiana s'intreccia con la concezione platonica. Da principio l'anima era separata dal corpo. Il primo ordine delle creature create fu la Mente angelica, che ricevè gran parte della luce divina ma non tutta e, come si è visto, la mancanza genera amore. E Dio creatore premia questo desiderio infondendo nella creatura angelica il secondo raggio che permette alla Mente angelica di abbracciare tutta la luce divina. Egualmente, creando le anime, secondo ordine gerarchico, infuse il Creatore parte della sua luce. E, di nuovo, il desiderio della totalità della luce divina è ricompensato dal Creatore con l'infusione d'una seconda luce:


L'Anima subito da Dio creata per un certo naturale istinto, in Dio suo padre si converte...sì che l'Anima verso dio rivolta da' raggi di Dio è illustrata. Ma questo primo splendore, quando si riceve nella sustanzia della anima, che era per sé sanza forma, diventa oscuro e tirato a la capacità della anima diventa proprio a lei e naturale. Et però per esso, quasi come a lei eguale, vede sé medesima, e le cose che sono sotto lei, cioè i corpi. Ma le cose che sono sopra lei per esso non vede. Ma l'anima per questa prima scintilla, diventata più propinqua a Dio riceve oltre a questo un altro più chiaro lume per il quale le cose di sopra conosca. .... Cadde l'animo nostro nel corpo, quando lasciando il divino lume, solo si rivolse a' lume suo e cominciò a voler essere di sé contento. Solo Dio, al qual nulla manca, sopra il qual è nulla, sta contento in sé medesimo, et è a sé suffiziente. Per la qual cosa, lo animo allora si fece pari a Dio, quando volle di se medesimo essere contento, et quasi non meno che Iddio, bastasse a sé medesimo.
(Sopra lo Amore, IV iv)


Ma l'anima cadde, perché pensò che questo completo possesso fosse cosa sua; e perciò abbiamo il momento del peccato originale quando l'animo umano si credette essere pari a Dio. Perciò questo secondo lume, cioè quello di conoscere le cose superiori, fu ritirato da Dio.


Ma siccome prima non era così, vi è nell'anima un desiderio di quella infinità che una volta le apparteneva, e di qui l'insofferenza di ogni limitazione, e l'inquietezza alle limitazioni in referenza all'infinità, e perciò le sofferenze.


Spetta all'uomo la riconquista graduale di questa seconda luce, di modo che l'anima possa riacquistare un sentore del bene perduto. Ma come può essere riacquistata quella infinità perduta? Si riacquista attraverso una graduale ascesa:


Quella spezie di furore la quale Dio ci inspira, innalza l'uomo sopra l'uomo: e in Dio lo converte. Il furore divino è una certa illustrazione della anima razionale per la quale Dio, l'anima da le cose superiori a le inferiori caduta, senza dubbio da le inferiori a le superiori ritira. La caduta della anima da un principio dell'universo infino a' corpi, passa per quattro gradi, per la Mente, Ragione, Oppenione, e Natura ...
(Sopra lo Amore, VII xiii)

Per la qual cosa, come per quattro gradi discende, così è necessario che per quattro gradi saglia; il furore divino è quello che a le cose superiori ci innalza, come nella diffinizione sua fu manifesto. Quattro adunque sono le spezie del divino furore: i primo è il furore poetico, il secondo misteriale, cioè sacerdotale; il terzo la divinazione, il quarto è lo affetto dello Amore. La poesia da le Muse, il misterio da Bacco, la divinazione da Apolline, lo Amore da Venere. Certamente lo animo non può a essa unità tornare, se egli non diventa uno. Et pure egli è fatto molteplice. Perché egli è caduto nel corpo, in operazioni varie distratto, e inclinato a la infinita moltitudine delle cose corporee. Il perché le sue parti superiori quasi dormono: le inferiori soprastanno alle altre. Le prime di sonno, le seconde di perturbazione son piene. Et insomma tutto lo animo di discordia e dissonanzia è pregno. Adunque principalmente ci bisogna il poetico furore, il quale per tuoni musicali desti le parti che dormono; per la suavità armonica addolcisca quelle che sono turbate; e finalmente per la consonanzia di diverse cose scacci la dissonante discordia, et le varie parti della anima temperi. Non è però ancora abbastanza questo, perché nell'animo resta ancora moltitudine e diversità di cose: aggiugnesi adunque il mysterio, appartenente a Bacco, il quale per sacrifizi e purificazioni e ogni culto divino dirizza la intenzione di tutte le parti alla mente, colla quale Iddio si adora. Onde essendo ciascune parti dell'animo a una mente ridotte, già si può dire l'animo uno certo tutto di più essere fatto. Bisogna oltr'a questo il terzo furore, il quale riduca la mente a quella unità la quale è capo dell'anima: questo Apollo per la divinazione adempie, imperò che quando lanima sopra la mente alla unità della mente surge, le future cose prevede. Finalmente, poi che lanima è fatta uno, dici quello uno il quale è in essa natura e essenzia dell'anima, resta che di subito a quell'uno che sopra l'essenzia abita, cioè a Dio, si riduca. Questo gran dono ci dà quella celeste Venere mediante l'amore, cioè mediante il desiderio della bellezza divina e mediante l'ardore del bene.
Il primo furore adunque, tempera le cose disadatte e dissonanti; il secondo fa che le cose temperate di più parti uno tutto diventano; il terzo fa uno tutto sopra le parti; il quarto ridice a quell'uno il quale è sopra l'essenzia e sopra il tutto.
(Sopra lo Amore, VII xiv)


Questa ascensione comincia dal basso e va verso l'alto. Nel suo ritorno ascensionale, nella prima fase, ad aiutare l'anima vi è una specie di impulso: il furore poetico, presieduti dalle Muse. Inizia così lo svegliarsi dell'anima e il lento riordinare di ciò che è disordinato, discordante e molteplice.

Dopo questo primo passo fatto attraverso i sensi della vista e dell'udito, l'anima fa poi il secondo grado, quello dell'Opinione, spinta com'è da un altro furore, quello misteriale che è presieduto da Bacco. Cioè, come infatti nei riti della Chiesa bisogna andare al di là dell'apparenza, così nel secondo grado di riascesa, l'anima umana comincia ad andare al di là della materia; cerca di penetrare nelle cose per vederci dentro lasciando il contingente e il materiale (così, per esempio, l'uomo che ama una creatura, scoprirà prima la bellezza del corpo con gli occhi, e poi cercherà di penetrare quel corpo con la sua mente per cercare di spiegare l'intima ragione di quella particolare bellezza).

Nel terzo grado di ascesa si ha il grado della Ragione, dove il furore è il furore divinatorio (la divinazione) a cui presiede Apollo. Qui la Ragione sale e supera l'Opinione che rimane nel mondo del particolare e si va verso l'universale (così, dopo aver l'amante penetrato con la sua mente la bellezza di quel corpo bello, attraverso la ragione si accorgerà che quella bellezza spirituale è la stessa che rende belle tutte le donne e tutte le cose della vita). Qui, in questa ascesa, l'anima umana si accorge che tutte le cose sono belle, e quindi che unica deve essere la fonte da cui i raggi della bellezza derivano. Come i raggi del sole che possono essere più o meno opachi, ma la fonte è la stessa. Quindi l'anima sente questo forte desiderio di risalire alla fonte. Questo desiderio di raggiungere la fonte ultima è il quarto ed ultimo grado nella scala dell'ascesa: questo è il furore amatorio, a cui presiede Venere. Venere, dunque, o Amore è l'ultimo anello che ci riconduce a quella luce originaria perduta.


Ma questa riconquista dell'originarietà e della luce non può essere che desiderio. Infatti, secondo il Ficino, non si realizza finché l'anima rimane chiusa e prigioniera nel corpo. Perciò—almeno per la maggior parte degli uomini—questo desiderio o Venere, rimane solo desiderio. Ma diventerà realtà per tutti solo dopo che l'anima avrà lasciato il corpo. Quindi, col Ficino, la morte cessa di essere limitazione. Anzi, al contrario, la morte diventa qui liberazione, perché essa riacquisterà la seconda luce dopo la morte e pertanto potrà contemplare il tutto:


La mente indaga l'ordine delle cose naturali, e in tale investigazione distintamente percepisce l'esistenza di un grande architetto di questa macchina del mondo: e desidera vederlo e possederlo. Ma Egli può essere visto soltanto per mezzo della luce divina. Perciò la mente è violentissimamente spinta dall'immagine della propria luce a recuperare la luce divina. Questo è invero il vero amore.
(Sopra lo Amore, IV v)


Ma è possibile, quando ancora l'anima è nel corpo, raggiungere la seconda luce, ma questo è riservato a pochissimi eletti; solo a pochi mistici la cui anima, per un momento di ineffabile trasporto, si eleva al di sopra della natura, ed è tesa ad avere questo momento intuitivo al di sopra della ragione. Qui c'è un riferimento al misticismo medievale, ma è pur differente nella forma, perché qui il trasumanare ficiniano è quello che porta con sé tutto il mondo e non lascia nulla perché anche nelle cose più infime vi è un principio di divinità. Questo momento, chiaro, è reso possibile dall'amore:


Di tutti questi furori il potentissimo e prestantissimo è l'amore: potentissimo dico perché tutti gli altri necessariamente hanno di lui bisogno, perché non possiamo conseguitare poesia, mysterii, divinazione sanza diligente studio, ardente pietà e continuo culto di Dio. Ma lo studio, pietà e culto non è altro che amore, adunque tutti i furori stanno per la potenzia dell'amore. È ancora l'amore prestantissimo perché a questo, come ad fine, gli altri tre furori si riferiscono, e questo proximamente con Dio si copula.
Ma [vi] sono quattro affetti adulterati i quali contraffanno questi quattro furori: il furore poetico è contrafatto da questa musica volgare la quale solamente agli orecchi lusinga; il furore misteriale, cioè de' sacrifici, è contrafatto dalla vana superstizione della plebe; il furore prophetico dalla fallace coniettura dell'arte umana; quello dell'amore dallo impeto della libidine. Il vero amore non è altro che un certo sforzo di volare alla divina bellezza, desto in noi dall'aspetto della corporale bellezza; l'amore adulterato è una ruina dal vedere al tatto.
(Sopra lo Amore, VII xv)