16

 


Nel poema del Poliziano, si ricorderà che alla fine dell'episodio della caccia Iulio ci appare come un dio terreno, padrone assoluto ed insuperabile ed autosufficiente. Ma è proprio a questo momento che egli incontra la sua prima limitazione nella forma di una bellissima cerva; una cerva speciale, creata dal dio dell'Amore, perché attraverso essa la fiamma dell'amore può entrare nel cuore del protagonista. Si assiste così alla parte che conduce allo sviluppo centrale del poema. La cerva quindi rappresenta la prima limitazione che si presenta al protagonista:


33
Ah quanto a mirar Iulio è fera cosa
romper la via dove più 'l bosco è folto
per trar di macchia la bestia crucciosa,
con verde ramo intorno al capo avolto,
colla chioma arruffata e polverosa,
e d'onesto sudor bagnato il volto!
Ivi consiglio a sua fera vendetta
prese Amor, che ben loco e tempo aspetta;
34
e con sua man di leve aier compose
l'imagin d'una fera altera e bella:
con alta fronte, con corna ramose,
candida tutta, leggiadretta e snella.
E come tra le fere paventose
al gioven cacciator s'offerse quella,
lieto spronò il destrier per lei seguire,
pensando in brieve darli agro martire.


La parola "candida" ha una certa connotazione di valore spirituale, ed è un aggettivo che ricorre molto di frequente nel poema del Poliziano. Per il protagonista è proprio la candida cerva che rappresenta la sua prima limitazione. Iulio si mette ad inseguire la cerva, ma questa fugge; è qualcosa di inafferrabile ed il protagonista non è più insuperabile ed invincibile. Questo genera in lui stanchezza e rabbia; e il poeta ce lo compara a Tantalo: Tantalo, secondo il mito, era condannato a restare immerso nello Stige, soffrendo la fame e la sete, poiché vedeva l'acqua salire fino alle sue labbra e protendersi verso di lui un ramo pieno di frutti, ma poi volendo assaggiare e l'acqua e la frutta, tutto gli si allontanava. Stanco quindi, Iulio giunge in un prato fiorito, e qui la cerva sparisce e una bellissima donzella gli appare al suo posto. Sembra quindi che qui avvenga un radicale mutamento, ma non è così, si tratta invece di una facile e tranquilla transizione, infatti anche la ninfa è candida:


37
Era già drieto alla sua desianza
gran tratta da' compagni allontanato,
né pur d'un passo ancor la preda avanza,
e già tutto el destrier sente affannato;
ma pur seguendo sua vana speranza,
pervenne in un fiorito e verde prato:
ivi sotto un vel candido li apparve
lieta una ninfa, e via la fera sparve


Ed infatti anche poco dopo nella breve descrizione delle bellezze della ninfa il poeta userà, per due volte nello stesso verso, l'epiteto candida, in posizione enfatica e proprio all'inizio dell'ottava:


43
Candida è ella, e candida è la veste,
ma pur di rose e fior dipinta e d'erba;
lo inanellato crin dall'aurea testa
scende in la fronte umilmente superba.
Rideli a torno tutta la foresta,
e quanto può suo cure disacerba;
nell'atto regalmente è mansueta,
e pur col ciglio le tempeste acqueta.


Si è detto che il mutamento dalla cerva alla bella ninfa non è radicale; invece il mutamento radicale avviene nel cuore del protagonista, con l'amore, ora che egli è dominato; e il dardo di Cupido colpisce Iulio dentro il suo cuore:


40
Tosto Cupido entro a' begli occhi ascoso,
al nervo adatta del suo stral la cocca,
poi tira quel col braccio poderoso,
tal che raggiunge e l'una e l'altra cocca;
la man sinistra con l'oro focoso,
la destra poppa colla corda tocca:
né pria per l'aer ronzando esce 'l quadrello,
che Iulio dentro al cor sentito ha quello.


Iulio, prima invincibile e insuperabile, ed ora invece franto e vinto dalla bellezza della ninfa. E qui si ha la descrizione di questo suo radicale mutamento


41
Ahi qual divenne! ah come al giovinetto
corse il gran foco in tutte le midolle!
che tremito gli scosse il cor nel petto!
d'un ghiacciato sudor tutto era molle;
e fatto ghiotto del suo dolce aspetto,
giammai li occhi da li occhi levar puolle;
ma tutto preso dal vago splendore,
non s'accorge el meschin che quivi è Amore.
42 Non s'accorge che Amor lì drento è armato
per sol turbar lo suo lunga quiete;
non s'accorge a che nodo è già legato,
non conosce suo piaghe ancor segrete;
di piacer, di desir tutto è invescato,
e così il cacciator preso è alla rete.
Le braccia fra sé loda e 'l viso e 'l crino,
e in lei discerne un non so che divino.


E così è, perché, come ci dice il Ficino, sia pure in maniera vaga al principio, in fondo si cerca, senza saperlo, l'amore della bellezza divina che è in tutte le cose:


L'impeto dello Amatore non si spegne per aspetto o tatto di corpo alcuno: perché egli non desidera questo corpo o quello ma desidera lo splendore della maiestà superna, reflugente ne' corpi e di questo si maraviglia. Per la qual cosa gli amanti non sanno quello si desiderino o cerchino, perché ei non conoscono Dio lo occulto sapore del quale messe nelle opere, un dolcissimo odore di sé, per il quale odore tutto dì siamo incitati. Et sentiamo questo odore. Ma non sentiamo il sapore. Conciosia adunque che noi allettati per il manifesto odore, appetiamo il sapore nascosto, meritamente non sappiamo che cosa sia quello che noi desideriamo. Ancora di qui sempre adviene che gli Amanti hanno timore e riverenzia dello aspetto della persona amata... Certamente non è cosa umana quella che gli spaventa, occupa e frange... Ma quel fulgore della divinità, che risplende nel corpo bello, costringe li amanti a maravigliarsi, tenere, e venerare detta persona, come una statua di Dio.
(Sopra lo Amore, II vi)


La figura della ninfa apparsa al protagonista viene descritta in tutte le sue parti: esteriormente e interiormente. È una descrizione che, per quanto basata su tutta la tradizione, ha elementi di ambiguità, poiché l'autore dà a quella figura qualità umane e qualità divine, preparandoci così allo sviluppo ulteriore dell'episodio stesso. Come si è visto nella stanza 43, la candidezza, accompagnata dai vari colori, è la parola importante. La struttura di quella stanza, come anche di quelle senguenti, è una serie di immagini, ciascuna contenuta esattamente in due versi. La dolcezza serena, contrapposta alla acerbezza della foresta, indica un aspetto regale ed allo stesso tempo mansueto e pacifico; e pertanto vi è una descrizione di pace e di bellezza eterna:


44
Folgoron gli occhi d'un dolce sereno,
ove sue face tien Cupido ascose;
l'aier d'intorno si fa tutto ameno
ovunque gira le luce amorose.
Di celeste letizia il volto ha pieno,
dolce dipinto di ligustri e rose;
ogni aura tace al suo parlar divino,
e canta ogni augelletto in suo latino.


Il ricorrere di questi nomi e aggettivi fanno accompagnare nella mente del lettore bellezza spirituale e bellezza materiale. E poi questa bella figura è accompagnata da una nobiltà umile, gentile ed onesta (e si ricordi il sonetto di Dante «Tanto gentile e tanto onesta pare»). Abbiamo quindi variazioni di Dante, motivi e stilemi cari al Petrarca e agli stilnovisti:


45
Con lei sen ven Onestate umile e piana
che d'ogni chiuso cor volge la chiave;
con lei va Gentilezza in vista umana,
e da lei impara il dolce andar soave.
Non può mirarli in viso alma villana,
se pria di suo fallir doglia non have;
tanti cori Amor piglia fere o ancide,
quanto ella o dolce parla o dolce ride.


Dopo la descrizione e dopo che il poeta l'ha comparata alle belle dee dell'antichità classica (Talia, Minerva, Diana), vediamo la ninfa in azione, nell'atto d'intrecciare una ghirlanda fatta di fiori:


47

Ell'era assisa sovra la verdura,
allegra, e ghirlandetta avea contesta
di quanti fior crescessi mai natura,
de' quai tutta dipinta era sua vesta.
E come prima al gioven pose cura,
alquanto paurosa alzò la testa;
poi con la bianca man ripreso il lembo,
levossi in piè con di fior pieno un grembo.


La ninfa, appena apparsa sembra partire, e il protagonista deve chiedere chi ella sia; per rappresentare che quel sapere che si racchiude nelle cose deve essere investigato e cercato, e l'investigazione deve essere fatta con una preghiera umile d'amore. Il protagonista vuole vedere la verità interiore, e la sua preghiera, le sua parole alla ninfa saranno mosse dal timore umile di chi non si sente più ivincibile ed insuperabile ed autosufficiente:


49
«O qual che tu ti sia, vergin sovrana,
o ninfa o dea, ma dea m'assembri certo;
se dea, forse sei tu la mia Diana;
se pur mortal, chi tu sia fammi certo,
ché tua sembianza è fuor di guisa umana;
né so già io qual sia tanto mio merto,
qual del cel grazia, qual sì amica stella,
ch'io degno sia veder cosa sì bella».


La ninfa si rivela, e questo suo rivelarsi si muove lungo una linea concettuale che terminerà in un qualcosa estremamente significativo. Si può dire che abbiamo una rivelazione per gradi che ascendono sempre e sempre di più. La "ninfa" dirà, io non sono ninfa, sono una donna mortale, coniugata e nativa dell'aspra Liguria (st. 51).


Qui il poema sembra ritornare al suo inizio, alla città di Firenze, dove si celebravano due personaggi storici, cioè Lorenzo e Giuliano. Si torna qui alla situazione storica, perché si comprende che la ninfa altri non è se non Simonetta Cattaneo, nata nella Liguria, ma venuta a Firenze e andata sposa a Marco Vespucci, nobile fiorentino; la quale visse a Firenze e che sembra Giuliano avesse corteggiato. Fu cantata anche da Lorenzo de' Medici e da altri poeti. Ne dipinsero le fattezze pittori come il Ghirlandaio, il Pollaiuolo e il Botticelli. Simonetta morì giovanissima a Firenze nel 1476.


Quindi la ninfa non solo è creatura umana, ma addirittura personaggio storico. Eppure, subito dopo, cioè con la seguente stanza, ci si allontana almeno in un certo senso dalla situazione storica:


52
Sovente in questo loco mi diporto,
qui vegno a soggiornar tutta soletta;
questo è de' miei pensier un dolce porto,
qui l'erba e' fior, qui il fresco aier m'alletta;
quinci il tornar a mia magione è accorto,
qui lieta mi dimoro Simonetta,
all'ombre, a qualche chiara e fresca linfa,
e spesso in compagnia d'alcuna ninfa.


Ma la rivelazione continua e sempre e sempre di più apprendiamo di lei. Essa dice di andare nelle chiese della città insieme alle altre donne. Pertanto il protagonista sa ora di avere di fronte ai suoi occhi una donna terrestre. Eppure Simonetta gli dice di non meravigliarsi della sua bellezza:


53
..........................................
meraviglia di mie bellezze tenere
non prender già, ch'io nacqui in grembo a Venere.


Quindi si potrebbe dire che questa ninfa ha una bellezza di tipo divino, poiché essa deriva dalla dea della bellezza. Ma, come si sa, per Venere deve intendersi la bellezza; e la bellezza è il manifestarsi dell'amore divino; cioè la bellezza deriva dall'alto.


Ed ora la rivelazione si muove al grado ultimo lungo una linea di grande aspettazione. Intanto sta per scendere la notte ed il venire dell'oscurità, e pertanto la fine di qualche cosa, e Simonetta così termina le sue parole a Iulio:


54
«Or poi ch 'l sol sue ruote in basso cala,
e da questi arbor cade maggior l'ombra,
già cede al grillo la stanca cicala,
già 'l rozzo zappator del campo sgombra,
e già dell'alte ville il fumo essala,
la villanella all'uom suo el desco ingombra;
omai riprenderò mia via più accorta,
e tu lieto ritorna alla tua scorta».


Simonetta, quindi, nel concludere il suo discorso, annuncia la sua partenza, congedandosi ed incitando il protagonista di tornare ai compagni in letizia e gioia. In realtà sembra strano che la protagonista nel dipartirsi inciti Iulio ad essere lieto. Ma questo qui è ad indicare qualcosa di bello che sta per avvenire.


E l'immagine di quella bella figura vestita di candida veste si allontana con passi lenti. Ma mentre ciò accade, la natura così bella e gaia, sembra essere sconvolta e tutta si lamenta:


55
Poi con occhi più lieti e più ridenti,
tal che 'l ciel tutto asserenò d'intorno,
mosse sovra l'erbetta e passi lenti
con atto d'amorosa grazia adorno.
Feciono e boschi allor dolci lamenti
e gli augelleti a pianger cominciorno;
ma l'erba verde sotto i dolci passi
bianca, gialla, vermiglia e azzurra fassi.


La disposizione dei colori indica una gradazione di essi che sempre si fa più scura; cioè più lontana è l'erba dai piedi di Simonetta, più oscuro il suo colore diventa; nello stesso modo in cui più opaca diventa la luce più lontana è dalla sua fonte.


La rivelazione raggiunge qui il suo compimento. Simonetta, quando parte, è come la luce pura; ed ormai noi ben sappiamo che la luce è lo splendore della bellezza divina che si trova in tutte le cose.


Si comprende ora che la parola "candida" aveva un'imporatanza speciale. Quando Simonetta appare è una candida fugura; essa è come la luce è in tutte le cose, secondo il grado di perfezione delle cose stesse. E per un solo momento di estasi suprema Iulio si innalza alla contemplazione della luce pura; e questo è stato possibile per la sua preghiera mossa dall'amore.
Ora, andando per un momento alla poesia La Luce di Tommaso Campanella (1568-1639) che, se pur a un secolo di distanza continua ancora nel filone ficiniano. La luce qui deve essere capita in senso metaforico, ad indicare cioè quello che si è sopra esposto a proposito della concezione neoplatonica:


La Luce
La luce è una, semplice e sincera
nel sole, e per se stessa manifesta,
ch'è di sé diffusiva
e moltiplicativa,
agile, viva ed efficace e presta;
tutto vede e veder face in sua sfera.
Poi negli opachi mista
corpi, vivezza perde,
nè per sé si diffonde.
Di color giallo, azzurro, rosso e verde
prende nome, secondo l'ombra trista
più o meno la nasconde,
né senza il primo lume può esser vista.
(Poesie filosofiche, Canzone ii, madrigale 1 [24.1])


Se si passa ora da questa poesia filosofica e si torna agli scritti di Leon Battista Alberti, si nota che egli dedica molte pagine alla luce ed al colore, da un punto di vista prettamente tecnico. Ciononostante egli non rimane estraneo alla metafora della luce di cui si fa uso durante questo periodo. E trattando del colore in funzione della luce, l'Alberti afferma che il pittore non ha altro che il bianco per rappresentare la luce. Infatti il bianco è la manifestazione visibile e massima che si può fare della luce:


Ma questo loco ci move a che diciamo alcuna cosa intorno a lumi e a i colori. È manifesto che i colori sono variati dai lumi, poiché ogni colore non è alla vista lo stesso nell'ombra e posto sotto i razzi de' lumi...Grandissima dunque è l'affinità per quanto si vede fra i colori e i lumi, e quanta essa sia, da questo si comprende, che andando via il lume, anche gli stessi colori oscurando a popo a poco periscono. Ritornando la luce, nello stesso tempo anche i colori con le forze dei lumi sono restaurati alla vista..
. ...il Pittore non ha trovata alcuna cosa più che il bianco, mediante il quale egli possa esprimere quello ultimo candore del lume... Bianco e nero son quei colori, mediante i quali noi nella pittura esprimiamo le luci e le ombre..
. ...Ma bisogan ricordarsi che nessuna superficie si debba far mai tanto bianca, che tu non possa far la medesima più candida.
(Della Pittura, II)


Come si è detto, quando Simonetta parte è come la luce; e per un solo momento Iulio ebbe la gioia suprema di vedere la luce pura. E quando questo momento di gioia è scomparso il protagonista ritorna, apparentemente cacciatore tra gli altri cacciatori, ma non potrà più essere come prima; cioè non potrà più essere in quel mondo cui prima apparteneva. Sì, vi è il ritorno fisico, materiale a quel mondo, ma nella mente e nell'animo Iulio non potrà più ritornarvi.


Ma intanto che fa Iulio che ha visto il "dolce andar celeste e l'angelica veste" di Simonetta che lo ha lasciato vittima d'Amore? Egli sta "come un forsennato, el' cor gli assidera" e "in pianto tutto si consuma e strugge" perché "già si sente esser un degli altri amanti" (st. 56-57). Quindi, commentando, il poeta ha parole forti contro Iulio:


58
«U' sono or, Iulio, le sentenze gravi,
le parole magnifiche e' precetti
con che i miseri amanti molestavi?
Perché pur di cacciar non ti diletti?
Or ecco ch'una donna ha in man le chiavi
d'ogni tua voglia, e tutti in sé ristretti
tien, miserello, i tuoi dolci pensieri;
vedi chi tu se' or, chi pur dianzi eri.
59 Dianzi eri d'una fera cacciatore,
più belle fera or t'ha nei lacci involto;
dianzi eri tuo, or se' fatto d'Amore,
sei or legato, e dianzi eri disciolto.
Dov'è tuo libertà, dov'è 'l tuo core?
Amore e una donna te l'ha tolto.
Ahi, come poco a sé creder uom degge!
ch'a virtute e fortuna Amor pon legge».


Le parole dell'Autore a Iulio terminano con il vecchio topos dell'amor omnia vincit che è ben echeggiato anche dal Ficino, ma che qui si inserisce in una tematica tipicamente umanistica, quella cioè del dualismo tra virtù e fortuna.


E ora il Poeta, prendendo di peso un famoso verso di Dante: «La notte che le cose ci nasconde» (Paradiso, xxiii 3 / stanza 60), descrive la completa oscurità che sta scendendo sulle cose, e tutto si confonde in questo buio terribile e silenzioso. È la notte, e chi vola per l'aria sono solo le torme dei sogni neri che escono dalla Cimmerea valle.


Intanto un'immensa distanza si è creata tra Iulio e gli altri cacciatori, i quali, giunta la sera, decidono di lasciare la caccia e, con le loro prede, decidono di parlare del giorno di caccia; ma presto si accorgono che Iulio, il loro capo, non è lì con loro, e si spaventano credendo che sia stato preso da qualche fera crudele. Iulio è estremamente lontano, anche se corporalmente in realtà non lo è. Lo chiamano con lunghe voci, ma solo le valli con l'eco rispondono: "Iulio, Iulio". E i cacciatori, passata la notte nell'oscurità, decidono di tornare, tra paurosi e speranzosi, alla città, pensando appunto che Iulio sia tornato a casa per altra via. Ed infatti Iulio è tornato solo, e i cacciatori lo trovano tutto pensieroso: «stava in forti pensier tutto ristretto» (st 65); e il nuovo "incarco" che egli sente è dovuto al pensiero dell'amore.

I compagni sono contenti ed allegri di averlo finalmente trovato salvo. Il protagonista cerca di farsi vedere felice, ma non può partecipare alla medesima gioia dei suoi compagni perché la sua mente e il suo cuore sono troppo lontani; essi seguono sempre nell'immaginazione quella lieta apparizione che prima aveva visto.


Ora, dopo aver fatto la sua vendetta su Iulio, Amore ritorna a Cipro, al regno di sua madre Venere:


68
.........................................
al regno ov'ogni Grazia si diletta,
ove Biltà di fior al crin fa brolo,
ove tutto lascivo, drieto a Flora,
Zefiro vola e la verd'erba infiora.


Questo è il regno di Venere che il Poeta si accingerà a cantare nel resto delle Stanze.