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Tornando al Cortegiano, si nota che alla fine del IV libro, dopo che la perfetta figura del cortegiano ha raggiunto il massimo, si comincia a parlare dell'amore in una maniera sistematica. E l'ultima discussione a cui gli interlocutori si accingono è appunto sopra l'amore. La discussione sorge quando si arriva alla constatazione che se il cortegiano deve avere questa perfezione, solo il cortegiano vecchio può averla; cioè solo nell'età provetta si può diventare `perfetti'. Ma da "vecchio" deve il cortegiano amare o no?


...Però se questo vostro Aristotile, cortegian vecchio, fosse innamorato e facesse quelle cose che fanno i giovani innamorati, come alcuni che n'avemo veduti a' nostri dì, dubito che si scorderia d'insegnar al suo principe, e forse i fanciulli gli farebbob drieto la baia e le donne ne trarrebbon poco altro piacere che di burlarlo... (IV, xlix)


Pietro Bembo allora interviene per rispondere. Il Castiglione sceglie Pietro Bembo Pietro Bembo per trattare la questione dell'amore non a caso. Pietro Bembo (1470-1547) è l'autore de Gli Asolani (1505) di intenzione ficiniana e neoplatonica, e tra il Ficino e il Bembo vi è una connessione stretta e vicina. Ma si noti anche il ragionamento del Bembo: sono le parole stesse del Ficino che il Castiglione mette in bocca al Bembo. Da qui in poi il Bembo è l'interlocutore principale, e colui che domina questa discussione sull'amore.


Incominciando a rispondere, Bembo dice che è necessario che i vecchi amino, e cerca di dare una spiegazione, prima, su che cosa sia amore:


Allora messer Pietro, avendo prima alquanto tacciuto, poi rasettatosi un poco, come per parlar di cosa importante, così disse: «Signori, per dimostrar che i vecchi possano non solamente amar senza biasimo, ma talor più felicemente che i giovani, sarammi necessario far un poco di discorso, per dichiarir che cosa è amore ed in che consiste la felità che possono avere gli innamorati; però pregovi ad ascoltarmi con attenzione, perché spero farvi vedere che qui non è omo a cui si disconvenga l'esser innamorato, ancor che egli avesse quindici o venti anni più che 'l signore Morello.» E quivi essendosi alquanto riso, soggiunse messer Pietro: «Dico adunque che, secondo che dagli antichi savi è deffinito, amore non è altro che un certo desiderio di fruire la bellezza; e perché il desiderio non appetisce se non le cose conosciute, bisogna sempre che la cognizion preceda il desiderio; il quale per sua natura vuole il bene, ma da sé è cieco e non lo conosce. Però ha così ordinato la natura che ad ogni virtù conoscente sia congiunta una virtù appetitiva; e perché nll'anima nostra sono tre modi di conoscere, cioè per lo senso, per la ragione e per l'intelletto, dal senso nasce l'appetito, il quale a noi è commune con gli animali bruti; dalla ragione nasce la elezione, che è propria dell'omo; dall'intelletto, per lo quale l'omo po communicar con gli angeli, nasce la volontà. Così adunque come il senso non conosce se non cose sensibili, l'appetito le medesime solamente desidera; e così come l'intelletto non è vòlto ad altro che alla contemplazione di cose intelligibili, quella voluntà solamente si nutrisce di beni spirituali. L'omo, di natura razionale, posto come mezzo fra questi due estremi, po per sua elezione, inclinandosi al senso o vero elevandosi allo intelletto, accostarsi ai desidèri or dall'una or dall'altra parte. Di questi modi adunque si po desiderar la bellezza; il nome universal della quale si conviene a tutte le cose o naturali o artificiali che son composte con bon proporzione e debito temperamento, quanto comporta la lor natura. (IV, li)


Quindi "amore è desiderio di bellezza", ma vi sono tre modi di desiderio: con i sensi (che è il desiderio tipico degli animali), con l'intelletto (che è il desiderio tipico degli angeli), e con la ragione (cioè intelletto) e con i sensi (che è tipico dell'uomo. Tutti gli esseri tendono verso la bellezza, e la bellezza è in tutte le cose.
Passa quindi, il Bembo, alla definizione della bellezza, limitandosi a quella umana:

Bellezza ...è un influsso della Bontà divina, il quale, benché si spanda sopra tutte le cose create come il lume del sole, pur quando trova un volto ben misurato e composto con una certa gioconda concordia di colori distinti ed aiutati dai lumi e dall'ombre e da ordinata distanzia e termini di linee, vi s'infonde e si dimostra bellissimo...onde piacevolmete tira a sé gli occhi umani e per quelli penetrando s'imprime nell'anima, e con una nuova suavità tutta la commove e diletta, ed accendendola da lei desiderare si fa....(IV, lii).

Il desiderio è quindi desiderio della bellezza divina che è una; ovvero che è il raggio della bellezza che appare all'amante mediatamente, cioè che appare prima sulle cose create, sul volto bello della persona amata. Perciò il desiderio di bellezza incomincia dal corpo. Ma, di nuovo, siccome in noi vi è ragione e senso, questi può desiderare di possedere, ma la ragione deve intervenire per fare una cosa armonica e duratura.


Ora, se il cortegiano fosse giovane (il senso naturalmente prevale nei giovani),egli non potrebbe essere perfetto perché non userebbe il suo "giudicio" nell'amare. Essendo spinto fortemente dai sensi, il giovine cortegiano non potrebbe sottoporre il senso al controllo della ragione. La bellezza reale non risiede nel corpo, ma interiormente nell'anima; quella del corpo è solo una espressione di quella dell'anima:


...dir si po che il bono e il bello a qualche modo siano una medesima cosa, e massimamente nei corpi umani; della bellezza dei quali la più propinqua causa estimo io che sia la bellezza dell'anima che, come partecipe di quelle vera bellezza divina, illustra e fa bello ciò ch'ella tocca, e specialmente se quel corpo ov'ella abita non è di così vil materia, che ella non possa imprimergli la sua qualità; però la bellezza è il vero trofeo della vittoria dell'anima, quando essa con la virtù divina signoreggia la natura materiale e col suo lume vince le tenebre del corpo...(IV, lix)


Il cortegiano dovrà amare con "gli occhi" e con "gli orecchi". Perciò abbiamo di nuovo i due verbi vedere e udire (IV, lxiii) che già si son visti nelle Stanze. E che cosa farà il cortegiano degli altri sensi? Gli altri sensi dovranno essere soggiogati alla ragione. Al massimo, solo il contatto con il bacio è accettabile, poiché il bacio indica l'unione di due anime e di due menti, e non unione di corpi. Vale a dire che l'amore razionale deve governare tutti i sensi. Quindi questo sarà il primo gradino nell'ascesa sulla scala dell'amore. Platone, nel Convivio, dice che "il bacio sembra portare l'anima sulle labbra", e Salomone, nella Bibbia, dice che il bacio è unione di anime:


...l'amanate razionale conosce che, ancora che la bocca sia parte del corpo, nientedimeno per ella si dà esito alla parole che sono interpreti dell'anima, ed a quello intrinseco anelito che si chiama pur esso anima; e perciò si diletta di unir la sua bocca con quella della donna amata col bascio, non per moversi a desiderio alcuno disonesto, ma perché sente che quello legame è un aprir l'adito alle anime, che tratte dal desiderio l'una dell'altra si transfundano alternamente ancor l'una nel corpo dell'altra e talmente si mescolino insieme, che ognun di loro abbia due anime, ed una sola di quelle due così composta regga quasi due corpi; onde il bascio si po più presto dir congiungimento d'anima che di corpo, perché in quella ha tanta forza che la tira a sé e quasi la separa dal corpo; per questo tutti gli innamorati casti desiderano il bascio, come congiungimento d'anima; e però il divinamente innamorato Platone dice che basciando vennegli l'anima ai labbri per uscir del corpo. E perché il separarsi l'anima dalle cose sensibili e totalmente unirsi alle intelligibili, si po denotar per lo bascio, dice Salomone nel suo divino libro della Cantica: "Bascimi col bascio della sua bocca", per dimostrar desiderio che l'anima sua sia rapita dall'amor divino alla contemplazion della bellezza celeste di tal modo, che unendosi intimamente a quella abbandoni il corpo. (IV, lxiv)


Ma il cortegiano vecchio non può fermarsi a questo gradino, perché se pur questo amore è limitato alla vista e all'udito, ci vuole anche la presenza della donna amata. Se la donna amata è assente, questi amorosi spiriti non possono manifestarsi. La presenza della donna è necessaria perché il cortegiano possa salire al gradino superiore. Ma la presenza fisica non è necessaria. Il perfetto cortegiano deve creare nella sua mente l'immagine della donna amata; e così l'amante potrà contemplare con gli occhi della sua mente l'immagine dell'amata. In tal caso il cortegiano contemplerà con la sua mente la bellezza della donna astratta da ogni materia; infatti il corpo è dissimile dalla bellezza, e la sua presenza non accresce, ma diminuisce questa bellezza. Perciò, per salire ancora un gradino più in alto, il cortegiano amerà con gli occhi della sua mente la bellezza della donna amata; e lei sarà così più bella di quello che realmente essa è. Ciò darà pace e tranquillità all'animo.


...Per fuggir adunque il tormento di questa assenzia e per goder la bellezza senza passione, bisogna che il cortegiano con l'aiuto della ragione revochi in tutto il desiderio dal corpo alla bellezza sola e, quanto più po , la contempli in se stessa semplice e pura e dentro nella immaginazione la formi astratta da ogni materia; e così la faccia amica e cara all'anima sua, ed ivi la goda e seco l'abbia giorno e notte, in ogni tempo e loco, senza dubbio di perderla mai; tornandosi sempre a memoria che 'l corpo è cosa diversissima dalla bellezza, e non solamente non le accresce, ma le diminuisce la sua perfezione... (IV, lxvi)


Ma questo sarà solo il secondo gradino, perché il cortegiano è pur sempre legato al particolare, poiché si tratta pur sempre della bellezza di una sola creatura. Sarà quindi necessario per il cortegiano innalzarsi verso l'universale. Quindi attraverso il suo "giudicio" egli allargherà l'orizzonte e si renderà conto che ciò che fa bello un corpo bello è ciò che fa bello anche tutti gli altri corpi belli. Pertanto il cortegiano creerà un principio di bellezza che si applica a tutti i corpi, e pertanto potrà salire ad un più sublime grado.
Si passa qui dal particolare all'universale bellezza che è certo maggior lume e cosa più bella: il cortegiano ammirerà quindi un concetto di bellezza.


Ma tra questi beni trovaranne lo amante un altro assai maggiore, se egli vorrà servirsi di questo amore come d'un grado per ascendere ad un altro molto più sublime: il che gli seccederà se tra sé anderà considerando come stretto legame sia il star sempre impedito nel contemplar la bellezza d'un corpo solo; e però, per uscire di questo sì angusto termine, aggiungerà nel pensier suo a poco a poco tanti ornamenti, che cumulando insieme tutte le bellezze farà un concetto universale e ridurrà la moltitudine d'esse alla unità di quella sola che generalmente sopra l'umana natura si spande; e così non più la bellezza particular d'una donna, ma quella universale, che tutti i corpi adorna, contemplerà; onde offuscato da questo maggior lume, non curerà il minore, ed ardendo in più eccellente fiamma, poco estimerà quello che prima avea tanto apprezzato. Questo grado d'amore, benché sia molto nobile e tale che pochi vi giungono, non però ancor si po chiamar perfetto... (IV, lxvii)


Ma vi è sempre un legame con la materia; bisogna perciò trovare un amore perfetto che vada al di là dell'immaginazione. L'immaginazione è un prodotto dei sensi ed è perciò sempre legata alle cose materiali. Per salire più in su il cortegiano non ha altro che guardare se stesso e la propria anima; ed investigandosi vedrà che la sua anima è qualcosa di speciale poiché troverà che è proprio nell'anima che risiedono questi concetti universali. Pertanto, se tale è la sua anima, essa deve essere qualche cosa divina, simile cioè alla Mente angelica dove sono riposti i concetti primordiali. Quindi attraverso la ragione, l'uomo dissocerà l'anima dal corpo; e così, trovata la bellezza della sua anima, egli sarà arrivato alla bellezza finale sulla scala dell'amore, e potrà vedere la bellezza divina col suo intelletto.


Quando adunque il nostro cortegiano sarà giunto a questo termine, benché assai felice amante dir si possa a rispetto di quelli che son sommersi nella miseria dell'amor sensuale, non però voglio che se contenti, ma arditamente passi più avanti, seguendo per la sublime strada drieto alla guida che lo conduce al termine della felicità; e così in loco d'uscir di se stesso col pensiero, come bisogna che faccia chi vol considerar la bellezza corporale, si rivolga in se stesso per contemplar quella che si vede con gli occhi della mente, li quali allor cominciano ad esser acuti e perspicaci, quando quelli del corpo perdono il fior della loro vaghezza; però l'anima, aliena dai vicii, purgata dai studi della vera filosofia, versata nella vita spirituale ed esercitata nelle cose dell'intelletto, rivolgendosi alla contemplazion della propria sustanzia, quasi da profundissimo sonno risvegliata,, apre quegli occhi che tutti hanno e pochi adoprano, e vede in se stessa un raggio di quel lume che è la vera imagine della bellezza angelica a lei communicata, della quale essa poi communica al corpo una debil ombra; però, divenuta cieca alle cose terrene, si fa oculatissima alle celesti; e talor, quando le virtù motive del corpo si trovano dalla assidua contemplazione astratte, o vero dal sonno legate, non essendo da quelle impedita, sente un certo odor nascoso della vera bellezza angelica, e rapita dal splendor di quella luce comincia ad infiammarsi e tanto avidamente la segue, che quasi diviene ebria e fuor di se stessa, per desiderio d'unirsi con quella, parendole aver trovato l'orma di Dio, nella contemplazione del quale, come nel suo beato fine, cerca di riposarsi; e però, ardendo in questa felicissima fiamma, si leva alla sua più nobil parte, che è l'intelletto; e quivi, non più adombrata dalla oscura notte delle cose terrene, vede la bellezza divina; ma non però ancor in tutto la gode perfettamente, perché la contempla solo nel suo particular intelletto, il quale non po esser capace della immensa bellezza universale. Onde, non ben contento di questo beneficio, amore dona all'anima maggior felicità; ché, secondo che dalla bellezza particular d'un corpo la guida alla bellezza universal di tutti i corpi, così in ultimo grado di perfezione dallo intelletto particular la guida allo intelletto universale. Quindi l'anima, accesa nel santissimo foco del vero amor divino, vola ad unirsi con la natura angelica e non solamente in tutto abbandona il senso, ma più non ha bisogno del discorso della ragione; ché, trasformata in angelo, intende tutte le cose intelligibili, e senza velo o nube alcuna vede l'amplo mare della pura bellezza divina ed in sé lo riceve, e gode quella suprema felicità che dai sensi è incomprensibile. (IV, lxviii)


Da qui si genera il desiderio di vedere il primo raggio di luce. Ma è mai possibile far ciò? si può raggiungere questo grado? È ovvio che bisogna andare al di là della ragione, perché questo grado è intuitivo e mistico. Pertanto l'ultimo grado dell'unione è riservato a pochi eletti che per un momento hanno avuto l'intuizione della luce divina da cui procede l'amore perfetto ed ogni altra bellezza, perché «...questo foco santissimo nelle anime consuma e distrugge ciò che v'è di mortale e vivifica e fa bella quella parte celeste, che in esse prima era dal senso mortificata e sepulta. Questo è il rogo, nel quale scrivono i poeti esser arso Ercule..., questo è lo ardente rubo di Mosè, le lingue dipartite di foco, l'infiammato carro di Elia...» (IV, lxix).

E questo ultimo grado l'hanno toccato i grandi filosofi come Platone, Socrate e Plotino e tanti altri; e tanti dei nostri santi Padri, come san Francesco e San Paolo e Maria Maddalena, ed altre donne ancora, già menzionate dal Magnifico Iuliano nel capitolo xix del III Libro (IV, lxxii).

Questi sono gli eletti trasportati al di là della ragione; è una grazia che viene dall'alto. Ma come hanno potuto questi avere questa grazia suprema? L'hanno potuta avere attraverso un amore intensissimo che essi hanno avuto, e questo loro amore è stato ricompensato con la vista della seconda luce.


A questo punto il Bembo finisce con una preghiera mossa da amore, in cui si esprime il desiderio veemente che anche gli interlocutori del Cortegiano possano essere tirati fuori di se stessi ed aver quel momento santissimo di grande e ineffabile gioia:


Qual sarà adunque, o Amor santissimo, lingua mortal che degnamente laudar ti possa? Tu, bellissimo, bonissimo, sapientissimo, dalla unione della bellezza e bontà e sapienza divina derivi ed in quella stai, ed a quella per quella in circulo ritorni. Tu, dulcissimo vinculo del mondo, mezzo tra le cose celesti e le terrene, con benigno tmperamento inclini le virtù superne al governo delle inferiori e, rivolgendo le menti de' mortali al suo principio, con quello le congiungi. Tu di concordia unisci gli elementi, movi la natura a produrre e ciò che nasce alla succession della vita. Tu le cose separate aduni, alle imperfette dài la perfezione, alle dissimili la similitudine, alle inimiche la amicizia, alla terra i frutti, al mar la tranquillità, al cielo il lume vitale. Tu padre sei de' veri piaceri, delle grazie, della pace, della mansuetudine e benivolenzia, inimico della rustica ferità, della ignavia, in somma principio e fine d'ogni bene. E perché abitar ti diletti il fior dei bei corpi e belle anime e di là talor mostrarti un poco agli occhi ed alle menti di quelli che degni son di vederti, penso che or qui fra noi sia la tua stanza. Però dégnati, Signor, d'udir i nostri prieghi, infundi te stesso nei nostri cori e col splendor del tuo santissimo foco illumina le nostre tenebre e come fidata guida in questo cieco labirinto mostraci il vero camino. Correggi tu la falsità dei sensi e dopo 'l lungo vaneggiar donaci il vero e sodo bene; facci sentir quegli odor spirituali che vivifican le virtù dell'intelletto, ed udir l'armonia celeste totalmente concordante, che in noi non abbia loco più alcuna discordia di passione; inebriaci tu a quel fonte inesausto di contentezza che sempre diletta e mai non sazia, ed a chi bee delle sue vive e limpide acque dà gusto di vera beatitudine; purga tu coi raggi della tua luce gli occhi nostri dalla caliginosa ignoranzia, acciò che più non apprezzino bellezza mortale e conoscano che le cose che prima veder loro parea, non sono, e quelle che non vedeano veramente sono; accetta l'anime nostre, e che a te s'offeriscono in sacrificio; abbrusciale in quella viva fiamma che consuma ogni bruttezza materiale, acciò che in tutto separate dal corpo, con perpetuo e dolcissimo legame s'uniscano con la bellezza divina, e noi da noi stessi alienati, come veri amanti, nello amato possiam transformarci, e levandone da terra esser ammessi al convivio degli angeli, dove, pasciuti d'ambrosia e nèttare immortale, in ultimo moriamo di felicissima e vital morte, come già morirono quegli antichi Padri, l'anime dei quali tu con ardentissima virtù di contemplazione rapisti dal corpo e congiungesti con Dio. (IV, lxx)


La preghiera del Bembo è il desiderio di poter raggiungere l'ultima grado che è stato raggiunto dai pochi eletti sopra menzionati. E con questo può dirsi che il libro si conclude.


Ma, in realtà il libro ci offre ancora qualche cosa: intanto la preghiera del Bembo crea un momento drammatico di silenzio e stupore. Il Bembo stesso sembra essere trasportato via da questa preghiera, rimanendo "silenzioso e stupito" (capit. 71), tenendo gli occhi verso il cielo; per di più, la tessitura della prosa del Bembo indica anche l'astrazione degli altri interlocutori. Perciò questo senso di miracolosa aspettazione deve essere rotto; e rotto sarà dal motto giocoso della Signora Emilia che tocca la falda del vestito del Bembo e lo risveglia.


Ma pur si continua ad insistere su questo ultimo grado dell'ascesa amorosa. Si continua a menzionare il nome di santi e filosofi che hanno esperienziato questa unione suprema: Platone, Socrate, Plotino, San Francesco, San Paolo Apostolo, Santo Stefano; ed alcune donne come Diotima, Santa Maria Maddalena, ecc.


E così il libro termina. Ma se il libro non può andare più oltre che la preghiera del Bembo, pur tuttavia esso deve conchiudersi col riferirsi a quegli elementi che indicano questa ascesa suprema; e pertanto il libro termina con quello che solo sembra essere un momento fisico: aperte le finestre della sala dove si è finora tenuto il dialogo, si nota che siamo in quel momento della mattina che non è più notte e non è ancora giorno; e nel cielo tutte le stelle sono sparite eccetto Venere, «la dolce governatrice del ciel di Venere, che della notte e del giorno tiene i confini; dalla qual parea spirasse un'aura soave», attorno alla quale i colori rosei dell'Aurora annunziano la venuta del Sole. L'Aurora è anche qui l'aurea hora di medievale memoria che annuncia all'anima la venuta di un nuovo giorno di grazia. Grazia, bellezza, sole e luce che appaiono agli interlocutori del Cortegiano.