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E qui, per avere un quadro completo, bisogna inserire alcune opere di un pittore del tempo: Sandro Botticelli (1440-1510).

Il Botticelli ha alcuni quadri di argomento mitologico; cinque in tutti, ma i principali sono tre: La Nascita di Venere (1482 ca., Firenze, Uffizi), L'Allegoria della Primavera (1482 ca., Firenze, Uffizi), Marte e Venere (1485-86, Londra, National Gallery). In tutt'e tre questi quadri Venere è al centro. Gli altri due sono La Calunnia (1494 ca., Firenze, Uffizi) e Pallade e il Centauro (1484 ca., Firenze, Uffizi). Qui si annoterà parenteticamente che, negli inventari medicei del 1498 e del 1503, questo dipinto di Pallade e il Centauro, è messo in realzione alla Primavera con la quale condivideva la sede di esposizione nel palazzo fiorentino di Lorenzo e Giovanni di Pierfrancesco de' Medici.


Ora il Botticelli attinge alla seconda parte del poema del Poliziano. E il problema che sorge è questo: secondo il pensiero del tempo, questi quadri del Botticelli debbono essere intesi come semplicemente rappresentanti miti classici, o vi si debba vedere un mezzo di esprimere una verità filosofica o teologica, quindi vederli come quadri al di là della semplice rappresentazione o lettera?


Ma è chiaro che i miti dell'antichità classica nascondono una verità filosofica e teologica, cioè essi sono una fonte di rivelazione, come espresso a chiare lettere da Francesco Cattani da Diacceto: "Si deve ritenere certo che sotto la finzione di queste favole si nascondono i meravigliosi misteri della teologia" (Epistolarum Liber).

Questa idea era pienamente accettata dai membri del Circolo del Magnifico; tant'è vero che nell'opera del riformatore Fra Girolamo Savonarola anche questo problema venne ampiamente dibattuto e il Botticelli stesso cadde sotto l'influenza dell'austero frate e bruciò tanti dei suoi quadri. Nel dibattito si venne a concludere che non ci si doveva più servire di questi miti per interpretare verità teologiche. Cioè, non è necessario abbandonare i miti stessi, ma non si deve mischiare ciò che è onesto con ciò che è favoloso.


Gli elementi essenziali che compongono i tre quadri del Botticelli hanno ragione nel regno di Venere delle Stanze del Poliziano, dove la realtà è vista per quello che è, cioè come luce o bellezza, e come amore. E così si può dire che e il regno di Venere del Poliziano, e i quadri mitologici del Botticelli possono considerarsi come una visione di quelle verità essenziali (luce e amore) a cui l'uomo viene se riesce a carpire e scoprire il velo della realtà.


Se ci si avvicina ai tre quadri è sorprendente notare come in essi ci siano dei segni che ci invitano a guardare i tre come se fosse un solo quadro: un cielo costantemente sereno, soffuso di luce, è lo sfondo unico che si apre direttamente alla vista sia nella Nascita di Venere come in Venere e Marte; ma non si apre apertamente alla vista nella Primavera, ma si vede nondimeno tra le fronde del boschetto.

Figura 20

La Nascita di Venere
Figura 21

La Primavera
Figura 22

Marte e Venere


Nella Primavera la figura di Mercurio sembra invitarci a cercare qualche cosa che si troverà benissimo nel quadro della Nascita di Venere. Come gli alberi della Nascita, che sono di arancio e mostrano fiori appena sbocciati, anche gli alberi della Primavera sono di arancio, ma qui mostrano frutti. Nel quadro Venere e Marte, Venere è vestita completamente di bianco. Anche nella Primavera essa è vestita di bianco, con al di sopra un mantello rosso.

Al centro del quadro La Primavera vola Cupido

Figura 21e

Cupido

che richiama chiaramente il Cupido delle Stanze quando è descritto dal Poliziano nell'atto di lanciare il dardo:


40
Tosto Cupido entro a' begli occhi ascoso,
al nervo adatta del suo stral la cocca,
poi tira quel col braccio poderoso,
tal che raggiugne e l'una e l'altra cocca;
la man sinistra con l'oro focoso,
la destra poppa colla corda tocca:
né pria per l'aer ronzando esce il quadrello,
che Iulio drento al cor sentito a quello.


Pertanto il quadro della Primavera potrebbe chiamarsi "Amore". Anche gli altri due quadri sono associati all'amore. Quindi l'amore è nei tre quadri quello che sarà nel poema del Poliziano, in cui strutturalmente la descrizione consiste di tre parti: nel giardino di Venere (fiori, piante, animali); episodi mitologici che il poeta raffigura scolpiti sulle porte del palazzo di Venere (elementi umano e divino); nell'interno del palazzo di Venere, dove si descrive Venere e Marte che giacciono sopra un letto in amplesso amoroso. Così di pari passo è la "descrizione" del Botticelli.


Quando si apre il regno di Venere nel poema, ci troviamo subito davanti all'immagine di che vola per l'aria distribuendo fiori e semi:


68
Ma fatta Amor la sua bella vendetta,
mossesi lieto pel negro aere a volo,
e ginne al regno di sua madre in fretta,
ov'è de' picciol suoi fratei lo stuolo:
al regno ov'ogni Grazia si diletta,
ove Biltà di fiori al crin fa brolo,
ove tutto lascivo, drieto a Flora,
Zefiro vola e la verde erba infiora.


E nella Primavera abbiamo la rappresentazione del vento Zefiro che sembra volare dietro a Flora dalla cui bocca escono fiori.

Figura 21b

Zefiro e Flora


Nel giardino di Venere, ciò che essenzialmente il poeta dice è che la vita è animata da un senso di vitalità ed energia. I veri abitanti sono prima descritti come fiori e piante che sono dotati di qualità umane; tutti, piante ed animali, desiderosi di rispondere all'appello dell'amore. Gli animali sono tutti descritti nell'atto dell'amore e le piante mandano fuori semi. Si ha l'idea di una perenne fecondità. Ed il poeta, prima di particolareggiare ciò, e di descrive la località di Venere—con cui si inizia la seconda parte—invoca la musa Erato che è la musa della poesia amorosa:


69
Or canta meco un po' del dolce regno,
Erato bella, che 'l nome hai d'amore;
tu sola, benché casta, puoi nel regno
secura entrar di Venere e d'Amore;
tu de' versi amorosi hai sola il regno,
teco sovente a cantar viensi Amore;
e, posta giù dagli omer la faretra,
tenta le corde di tua bella cetra.


Dov'è il regno di Venere? La leggenda vuole che fosse nell'isola di Cipro, un po' lontano dalla realtà che veramente è al di là del tempo e dello spazio; perché vi è un monte così alto in Cipro dalla sommità del quale si possono vedere le foci del Nilo, sul qual monte al piede dell'uomo mortale non è lecito entrare. E l'immaginazione, sempre di più ampliandosi, insiste sul carattere dell'amorosa vita di Venere e del suo vello d'oro, e due ruscelli che versano due liquidi, uno dolce e l'altro amaro; ed in questi due ruscelli i piccoli cupidi preparano i loro strali; con l'aggiunta di tutti quei sentimenti contrastanti in cui esiste la personificazione amorosa secondo la tradizione:


73,74,75
Lungo le rive i frati di Cupido,
che solo uson ferir la plebe ignota,
con alte voci e fancillesco grido
aguzzan le saette ed una cota.
Piacere e Insidia, posati in sul lido,
volgono il perno alla sanguigna rota,
e 'l fallace Sperar con van Disio
spargon nel sasso l'acqua del bel rio.


Dolce Paura e timido Diletto,
dolce Ire e dolce Pace insieme vanno;
le Lacrime si lavon tutto il petto
e 'l fiumicello amaro crescer fanno;
Pallore smorto e paventoso Affetto
con Magreza si duole e con Affanno;
vigil Sospetto ogni sentiero spia,
Letizia balla in mezzo della via.


Voluttà con Belleza si gavazza,
va fuggendo il Contento e siede Angoscia,
el ceco Errore or qua or là svolazza,
percuotesi il Furor con man la coscia;
la Penitenzia misera stramazza,
che del passato error s'è accorta poscia,
nel sangue Crudeltà lieta si ficca,
e la Desperazion se stessa impicca.


Tutti questi sentimenti contrastanti--tradizionali già dal Dolce Stil Nuovo e dal Petrarca--come sono possibili? Ma se tutto è amore, come si può parlare di contrasto? Questo è l'amore come sentimento universale della realtà, perché nella realtà vi è la crudeltà in vario livello, come dice il Ficino; eppure tutto ciò è amore.


Marte segue Venere, ma Venere non segue Marte.... Il più chiaro segno della suprema forza dell'amore è che tutte le cose obbediscono all'amore, ma esso non obbedisce a nessuna. Gli dei, gli animali e tutti i corpi amano; e così gli uomini, i saggi e gli audaci ugualmente. I re potentissimi e i ricchi piegano il collo al giogo dell'amore, ma l'amore non cede a nessuno.... L'amore è libero. Nasce spontaneamente nel libero volere, che neppure Dio può in alcun modo costringere, poiché decretò al principio che fosse libero. E l'amore regna su tutte le cose, e non si sottomette al potere di nessuno.
(Sopra lo Amore, V viii)


Chi sono gli abitanti del giardino di Venere? Prima vi sono fiori e piante, descritti come eventi qualità umane; una stanza per la violetta e la rosa, viste nelle varie fasi del loro sviluppo--la violetta è mammoletta verginella; e la rosa è ardita nella sua maturità. Questi fiori sono personificati e sono fiori che vivono e muoiono per dare adito a nuove piante e a nuovi fiori. Il poeta li nomina con nomi mitologici, come ad indicare che questi erano una volta giovani uomini e donne che amarono una divinità e che proprio in virtù di questo loro amore furono convertiti in fiori, e come tali continuano ad amare quella divinità che una volta amarono:


79
L'alba nutrica d'amoroso nembo
gialle, sanguigne e candide viole;
descritto ha 'l suo dolor Iacinto in gremb.
Narcisso al rio si specchia come suole;
in bianca vesta con purpureo lembo
si gira Clizia pallidetta al sole;
Adon rinfresca a Venere il suo pianto,
tre lingue mostra Croco, e ride Acanto.


La descrizione di questo giardino, nella sua struttura, è completa perché in essa si procede sempre più in alto nella scala degli esseri. Dapprima il poeta dà la descrizione del mondo vegetale, descrive i fiori come cose vive e sintetizza. Passa poi alla descrizione del boschetto dove, ancor di nuovo, vi è un senso d'amore che sembra animare la vita di queste piante. Finalmente descrive l'acqua che scorre alle radici di questi alberi facendo sì che essi siano sempre verdi ed ombrosi:


80
Mai rivestì di tante gemme l'erba
la novella stagion che 'l mondo aviva.
Sovr'esso il verde colle alza superba
l'ombrosa chioma u' el sol mai non arriva;
e sotto vel di spessi rami serba
fresca e gelata una fontana viva,
con sì pura, tranquilla e chiara vena,
che gli occhi non offesi al mondo mena.


Ed ora, dopo aver dato questo senso generale di fecondità, la descrizione si particolarizza con una serie di alberi descritti nella loro specificità: abete, elce, lauro, cipresso (che nella tradizione mitologica era un giovanetto che amava il cervo che poi morì. Allora addolorato, Cipresso fu trasformato in albero); poi il pioppo (tanto amato da Ercole) che si trastulla, vicino alle acque, con il platano (82). Seguono poi il cerro, il faggio, il cornio, il salcio, l'olmo, il frassino, il pino, l'avorniolo, l'acero, la palma e l'edera: "l'ellera va carpon co' piè distorti" (83). È tutto un mondo in vegetazione in questa bellissima descrizione del giardino di Venere. E poi le viti sono descritte come creature umane. Ed ancora una volta la descrizione si particolarizza, qui, ancor di più (84). Seguono quindi il bosso ed il mirto (che sempre vagheggia la sua dea Venere, e che sempre adorna i suoi capelli con fiori bianchi e verdi) (85). E qui, con i primi quattro versi dell'85, si chiude la descrizione delle piante; ed i secondi quattro versi aprono la descrizione degli animali, che inizia con l'atto simbolico dell'amore, messo in pratica dai montoni "che l'un l'altro cozza, l'un l'altro martella, / davanti all'amorosa pecorella" (85).


Quindi la nuova descrizione, quella cioè degli animali, è anch'essa particolareggiata in un lungo elenco che include "i mugghianti giovenchi" (della nota tauromachia virgiliana [Georgiche III, 219 sgg.]) e il cinghiale (86); poi i daini, le tigri, i leoni, la serpe e la biscia (87); quindi il cervo, i conigli, le lepri che son tutte in amore senza interessarsi degli ostacoli perché l'amore vince tutto:


88
El cervo appresso alla Massilia fera
co'piè levati la sua sposa abbraccia;
fra l'erbe ove più ride primavera,
l'un coniglio con l'altro s'accovaccia;
le semplicette lepri vanno a schiera,
de' can secure, ad amorosa traccia;
sì l'odio antico e 'l natural timore
ne' petti ammorza, quando vuole, Amore.

E se si paragona la descrizione delle bestie impaurite nella scena della caccia, si nota la stragrande differenza che vi è fra le due. Ma qui siamo nel regno di Venere!


Ma questa descrizione degli animali deve essere completa nel Regno di Venere. E perciò, siccome abbiamo le acque, anche i pesci dovranno far parte della descrizione. I pesci non parlano, ma sono tutti presi da energie amorose il cui fuoco le acque fredde non possono spegnere (89).


Ed agli animali della terra e delle acque anche gli animali dei cieli devono essere aggiunti. Perciò abbiamo gli uccelli che. mossi d'amore, saltano da un ramoscello all'altro pel boschetto (90).


E così si chiude la prima parte della descrizione del regno di Venere, dove tutto, senza eccezion alcuna, è amore, perché "Cupido e' suoi pennuti frati" vanno in giro colpendo con frecce tutti, non solo gli uomini e gli dei, ma anche gli animali che abitano il giardino di Venere.


Nel passaggio dalla descrizione del giardino a quella del palazzo (93), vi è la descrizione di un'ultima fecondità. E si annuncia poi la descrizione del palazzo di Venere, tutto luce, forgiato da Vulcano, marito di Venere, nel monte Etna. Qui nel giardino vi sono le tre Ore che danno ai fiori l'ambrosia. Le Ore, nella tradizione, accompagnano il carro di Febo, cioè del Sole; esse indicano pertanto il passare del tempo.

Pertanto possiamo dire che il tempo presiede al giardino di Venere; ed anche nel giardino di Venere sembrerebbe vi fosse la fuga del tempo e la morte, esattamente come nel mondo; ma non è così; nel giardino di Venere il passare del tempo e la morte non sono più una limitazione, perché appena un fiore muore, l'altro nasce (ed infatti l'ambrosia che è il nettare degli dei, è essenza d'immortalità):


né prima dal suo gambo un se ne coglie,
ch'un altro al ciel più lieto apre le foglie. (93)


Ed è un senso profondo di generazione, senso fisico e spirituale che, come dice il Ficino, fa le cose mortali simili alle divine


Tutti desideriamo aver beni, e non solamente avergli, ma avergli sempre. Ma tutti i beni dei mortali si mutano e mancano, e tosto tutti si perderebbero se in luogo di quelli che se ne vanno continuamente non rinascessino nuovi beni. Adunque accioché i beni ci durino, noi desideriam rifare i beni periti, e i beni periti non si rifanno se non per la generazione. Di qui è nato lo stimolo di generare in ciascuno. La generazione perché fa le cose mortali nel continuare simili alle divine, certamente è dono divino.... In questo modo quelle cose, che nell'animo e nel corpo sono mutabili si conservano. Non perché elle sieno sempre appunto quelle medesime (perché questa dote è propria delle cose divine), ma perché quello che si parte lascia nuovo successore, simile a sé. Con questo rimedio le cose mortali, alle immortali simili si rendono
(Sopra lo Amore, VI xi)


A tutto ciò sembrano alludere le figure che appaiono all'estrema destra del quadro La Primavera del Botticelli. Infatti il vento, Zefiro, soffiando potentemente dietro alla figura di Flora, fa sì che una corrente di fiori e foglie esca dalla bocca di Flora medesima.

Figura 21b1

Zefiro e Flora (part.)

Zefiro appare essere una vera immagine di quell'istinto di generazione che costringe i semi ad aprirsi in bocci, concepisce nuovi esseri e porta ciò che è concepito in luce—come dice il Ficino:


Perché secondo che mostrammo, questo desiderio di amplificare la propria perfezione, che in tutti è infuso, spiega la nascosta e implicata fecondità di ciascuno, mentre che costringe germinare fiori e semi, e le forze di ciascheduno trae fuori, concepe i parti, e quasi con chiave apre i concetti e produce in luce. Per la qual cosa tutte le parti del mondo, perché sono opera d'un artefice e membri di una medesima macchina, tra sé in essere e vivere simili, per una scambievole carità insieme si legano. In modo che meritatamente si può dire lo Amore Nodo perpetuo e legame del mondo, e delle parti sue immobile sostegno, e della universal macchina fermo fondamento.
(Sopra lo Amore, II iii)


In tutti gli esseri vi è questo desiderio di generare, che è amore come desiderio di bellezza.
Tornando ora al quadro del Botticelli: i fiori che cadono dalla bocca di Flora si raccolgono sul grembo della Primavera che passeggia, in forte contrasto con Zefiro, tranquillamente e serenamente, dandoci l'idea di continuità e permanenza;

Figura 21b2

Zefiro e Flora(part.)

come continuità e permanenza ci vien data dalla stanza 72 del Poliziano, dove la figura centrale è appunto Primavera:


72

Né mai le chiome del giardini eterno
tenera brina o fresca neve imbianca;
ivi non osa entrar ghiacciato verno,
non vento o l'erbe o li arbuscelli stanca;
ivi non volgon gli anni il lor quaderno,
ma lieta Primavera mai non manca,
ch'e suoi crin biondi e crespi all'aura spiega,
e mille fiori in ghirlandetta lega.


Il tempo è fermato perché attraverso questa perennità si acquista permanenza e continuità, simile alla divina. Quindi il desiderio di generazione che è amore comincia in Dio e da Dio è trasmesso a tutte le creature. Perciò esso è un dono divino come, di nuovo, afferma il Ficino nel suo trattato:


La somma perfezione è nella somma potenzia di Dio. Questa dalla divina intelligenzia è contemplata; e di qui la volontà divina intende fuor di sé producere; per il qual amore di multiplicare, tutte le cose sono da lui create. Et però Dionisio disse, il divino amore non lasciò il re del tutto senza generazione, in sé fermarsi. Questo medesimo istinto di multiplicare, in tutti è dal sommo autore infuso. Per questo i santi spiriti muovono i Cieli e distribuiscono i doni loro alle creature seguenti. Per questo le stelle il loro lume spargono per gli Elementi. Per questo il Fuoco presta la sua natura all'Aria, l'Aria all'Acqua, l'Acqua alla Terra. E per ordine opposto la Terra tira a sé l'Acqua, l'Acqua l'Aria, l'Aria il Fuoco. E ciascuna erba e alberi, appetendo multiplicare suo seme, generano effetti simili a loro. Similmente i bruti e gli uomini allettati dalla cupidità medesima, sono tirati a procreare figliuoli.
(Sopra lo Amore, III ii)


In tutte le cose quindi vi è un'anima. Ma cos'è quest'anima? non è altro che la loro forza segreta, il principio di vita, la loro bellezza o amore divino. L'essenza della realtà quindi è dentro alle cose; l'uomo può scoprire il segreto dell'universo ed afferrare questo principio animatore con gli occhi della sua mente. È come dice il Ficino con parole altamente poetiche; e leggendo questo suo passo, ricordiamo la figura di Simonetta delle Stanze quando appare al protagonista:


Uno adunque lume di sole, dipinto di colori, e figure di tutti i corpi in che percuote, si rappresenta a gli occhi. Li occhi per lo aiuto d'un lor certo raggio naturale pigliano il lume del sole così dipinto; e poi che l'hanno preso, veggono esso lume, o tutte le dipinture che in esso sono. Il perché tutto questo ordine del mondo che si vede, si piglia da gli occhi, non in quel modo che egli è nella materia de' corpi, ma in quel modo che egli è nella luce la quale è negli occhi infusa.
(Sopra lo Amore, V iv)


Lo sforzo per salire al di là delle apparenze in questa verità segna le tappe dell'ascesa dell'uomo verso Dio. Perché la bellezza dell'universo non può nascondere la sua vera essenza agli occhi della mente, siccome la bellezza non è corporea, ma è un raggio di luce o amore che è al di dentro di tutte le cose:


La Belleza è una certa grazia o armonia la quale massimamente el più delle volte nasce da corrispondenzia di più cose. La quale corrispondenzia è di tre ragioni. Il perché la grazia, che è ne gli animi è per la corrispondenzia di più virtù. Quella che è ne' corpi, nasce per la concordia di più colori e linee. E ancora grazia grandissima ne' suoni, per la consonanzia di più voci. Adunque di tre ragioni è la bellezza: cioè è de gli animi, de' corpi e delle voci. Quella dell'animo con la mente solo si conosce; quella dei corpi con gli occhi; quella delle voci non con altro che con gli orecchi si comprende. Considerato dunque che la mente, il vedere e l'udire sono quelle cose con le quali sole noi possiamo fruire essa bellezza, e l'amore di fruire la belleza desiderio sia, l'amore sempre della mente, occhi e orecchi è contento.
(Sopra lo Amore, I iv)


Ora le tre Grazie della Primavera del Botticelli rappresentano la bellezza nella triplice descrizione che si è vista sopra: occhi, orecchi e mente, e l'unione dei tre.

Figura 21d

Le Tre Grazie(part.)

Unione infatti perché la bellezza non è che una Grazia, come ci dice lo stesso Ficino in una delle sue lettere e, in modo un po' diverso, reitera anche nel suo In Philebum:


... la belleza invero non è altro che una grazia: grazia, dico, delle tre Grazie, cioè delle tre cose in cui massimamente è insita... Mercurio infine per meravigliosa grazia d'intelligenza e d'eloquenza attira in primo luogo a sé coloro che guardano, e li accende di amore della contemplazione della bellezza divina.
(Epistolario)


La bellezza non è altro che lo splendore del sommo bene. Essa risplende in quelle cose che si percepiscono dagli occhi, dagli orecchi e dalla mente; e per mezzo di questa indirizza al sommo bene vista, udito e mente.
(In Philebum, I v)


La bellezza, come a chiare lettere dice il Ficino, innalza l'uomo e lo eccita a salire al sommo bene, o fonte d'amore o bellezza unica. Ed è proprio qui che l'uomo è pronto a salire l'ultimo stadio della sua ascesa; vale a dire pronto al godimento della bellezza pura. Nelle parole di Francesco Cattani da Diacceto leggiamo:


L'anima infatti posta sopra la vita, sopra l'intelligenza, sopra l'unità, dimentica di sé, interamente inebriata, s'immerge negli abissi smisurati della divinità, Questo è invero il consumamento della bellezza.
(De Pulchro, III iv [103-104])


La figura di Mercurio, sempre nel quadro La Primavera del Botticelli, rappresenta la ragione. Parlando della ragione, in una lettera, il Ficino si esprime in questo modo:


Conosci te stessa, o progenie divina, vestita di mortal veste, spoglia, ti prego, te stessa, separa quanto puoi, e puoi quanto ti sforzi; separa, dico, l'anima dal corpo, la ragione dagli affetti del senso. Vedrai tosto, dismesse le brutture terrene, un puro oro, e, scacciate le nubi, vedrai un lucido aere; e allora, credi a me, rispetterai te stessa come un raggio sempiterno del divino sole.
(Lettere, ep. 110, 1-9

Nel quadro del Botticelli, cioè nella Primavera, il dio Mercurio scaccia, volgendo le spalle agli altri, un leggero velo di nubi con la sua bacchetta. Egli sembra guardare verso il cielo, al di là delle nubi stesse. Pertanto Mercurio, messaggero tra Dio e gli uomini, sembra guardare alla luce che è dietro alle piante del giardino, e sembra essere l'anello finale che completa il circolo della bellezza che era iniziato con Zefiro. Così il movimento dell'amore o desiderio di bellezza inizia alla sinistra del quadro e si completa alla sua destra con Mercurio.

Figura 21a

Mercurio