PAROLE DI DANTE: Il "lungo silenzio" di "Inferno" I, 63

PAROLE DI DANTE - CONTRIBUTI DI FILOLOGIA DANTESCA
 


 
 
 

1



IL «LUNGO SILENZIO»

Inferno I, 63



tal mi fece la bestia senza pace,
che, venendomi incontro, a poco a poco
mi ripigneva là dove 'l sol tace.
Mentre ch'i' rovinava in basso loco,
dinanzi a li occhi mi si fu offerto
chi per lungo silenzio parea fioco.
Quando vidi costui nel gran diserto,
«Miserere di me», gridai a lui.
Inferno, I, 58-65.




Dopo secoli di commenti e dopo tutto quello che è stato scritto, anche recentemente (1), sul verso forse più straziato della Commedia, sembrerebbe quasi ozioso volervi tornare. Ma noi vi torniamo per proporre un significato letterale che non si appoggi o sia derivato dal significato allegorico, poiché ci sembra quanto mai pertinente l'osservazione del Castelvetro che «l'allegoria non è da commendare né da ricevere per buona, dove il senso letterale non ha stato» (2), e quindi un significato letterale derivato da quello allegorico - anche quando questo sembri aver stato - potrebbe riuscire coatto e pertanto senza un vero status historialis.

Si vuole qui proporre un significato letterale inedito di «silenzio» nelle speranza che questo si possa bene inserire come elemento significante nella struttura semantica non solo di questa terza ripresa del primo canto, che inizia al v. 61, ma di tutto il primo blocco narrativo che termina quasi esattamente a metà canto (3), là dove Virgilio, rispondendo a Dante, inizia a parlare.

Si ricorderà che la seconda ripresa era iniziata al v. 28 («Poi ch'èi posato un poco il corpo lasso / ripresi via per la piaggia diserta») appunto con la «piaggia diserta», ed era terminata al v. 60 con quell''audace traslato' de «il sol tace» - che è per noi come per altri una vera e propria sinestesia (4).

I cultori della numerologia potrebbero dire che la seconda ripresa del canto è emblematica nel senso che racchiude in sé dei numeri perfetti come il 10, con le dieci terzine e quindi con i suoi 33 versi. Ma la seconda ripresa è emblematica anche dal punto di vista allegorico poiché inizia con un luogo, la «la piaggia diserta», e termina con un luogo, «dove il sol tace». Il cammino verso l'alto non si può attuare e il futuro viator rimane fin lì prigioniero ne «la selva erronea di questa vita» (Convivio, IV, xxiv 12) che richiama la «selva oscura» dell'apertura del canto. Ma fuori metafora, e per tornare al senso letterale, la selva è oscura, cioè buia, semplicemente perché ivi manca la luce del sole, luogo comunissimo di origine classica tramandato dai grammatici e dagli scrittori, e già Stilone e Varrone, a tutto il medioevo latino, come si vedrà oltre.

Nelle note che seguono, si vorrà prima di tutto effettuare un brevissimo excursus per riprendere il significato conferito da alcuni interpreti danteschi all'epiteto «fioco» nel senso visivo (5). In secondo luogo si cercherà di puntualizzare il significato di «lungo» e quello letterale di «silenzio», per arrivare alla conclusione che «lungo silenzio» non è altro che un isotopo sinonimico di «quella valle», di «spiaggia diserta», di «dove il sol tace», di «gran diserto» e quindi di «selva oscura».



1. fioco.

Negli ultimi cento anni il fioco del verso di cui stiamo trattando si è ben stabilito nella critica dantesca nel senso della percezione visiva, pittosto che nel senso della percezione uditiva che era stata sostenuta compattamente da tutti gli esegeti antichi e meno antichi (6), con l'apparente eccezione del Serravalle che chiosa «fioco» come obscurus, ma che poi interpreta in senso uditivo. Pertanto sembra ormai quasi pacifico (7) che il «fioco» di Inf., I, 63 vada ascritto al campo visivo. In tale significato il fioco è chiaramente testimoniato sia dallo «scolorito e fioco» di Vita Nuova (23, 24, v. 54), sia dalla seconda occorrenza di «fioco» nella Commedia che avviene a soli due canti di distanza («fioco lume», Inf., III 75). Eppoi nel nostro caso non bisogna dimenticare che Virgilio appare agli occhi di Dante («dinanzi a li occhi mi si fu offerto» v. 62), e pertanto il verbo risiede nel suo preciso spazio semantico che, propriamente, è quello della percezione visiva, la quale viene infatti confermata subito dopo dal «Quando vidi...» Dell'nizio del verso seguente.

Il Boccaccio, chiosando il memorabile sintagma de «il sol tace», lo definì «improprio parlare» relegandolo alla figura dell'acirologia (8). Da questa angolatura anche il silenzio-fioco potrebbe essere inteso come acirologia, cioè un «improprio parlare». Vale a dire che forse anche il silenzio-fioco potrebbe essere analizzato sinesteticamente - come è stato suggerito dal Cambon (9), alluso dal Singleton (10) ed espresso chiaramente dal Pasquini Quaglio (11) - poiché in questo caso la acirologia o catacresi non è altro che un «improprio parlare» ben preciso (mi si perdoni l'apparente controsenso) che appartiene a quell'area semantica delimitata dal lesico pertinente ai cinque sensi e che oggi noi chiamiamo 'sinestesia'. Pertanto saremmo di fronte ad una metafora della percezione sensoriale, che ha luogo cioè nel processo della percezione, in cui vi è una compenetrazione metonimica e reciproca tra due (o più) percezioni estetiche proprie (si usa il termine in senso tecnico, cioè una percezione che propriamente appartiene ad un senso e non all'altro) (12). Nel v. 60 si ha una compenetrazione tra la luce (il sole) e il suono (tacere), mentre nel v. 63 la compenetrazione sarebbe tra il suono (silenzio) e la luce (fioco); come dire : luce muta (che infatti è il traslato usato da Dante a Inf., V 28: «loco d'ogni luce muto»), e sono cieco. Siamo, come si vede, nella sfera della negatività.

Ma in questa sede non è nostro scopo operare un approccio sinestetico rigoroso, poiché non siamo affatto convinti che lo si possa fare. Infatti il ostro punto di vista, come si vedrà, è quello di considerare i due termini silenzio e fioco nettamente separati l'uno dall'altro. Inoltre, anche volendoli considerare uniti, per noi «silenzio», nella giacitura dei vv. 62-63 e per altra ragione che si vedrà poi, ha un significato soprattutto visivo, e solo secondariamente e per una specie di riverbero, uditivo. Pertanto qui una sinestesia rigorosa (13) non avrebbe stato, o se lo avesse lo avrebbe solo per via indiretta e incidentale, cioè per il fatto che silenzio richiama il tace del v. 60. Tuttavia si è voluto accennare a questa possibilità poiché potrebbe risultare un ulteriore elemento atto a rafforzare l'idea che il significato primario del fioco, in questo verso, appartiene propriamente al campo semantico della percezione visiva. E si noti che qui si parla si parla di percezione visiva come significato primario, non come unico significato. Vale a dire che non si vuole escludere tout court l'altro sèma che appartiene - bensì impropriamente, cioè solo per riverbero - al campo uditivo, e che quindi è, per noi, essenzialmente secondario e incidentale. Del resto il Brugnoli ha fornito un certo numero di indicazioni, cioè altri termini visivi, che tendono a riportare la struttura primaria sul piano semico della 'visibilità' (14). Sarà inutile dire che noi concordiamo pienamente con il suo pensiero, solo che vorremmo aggiungervi un ulteriore piano semico che, come si vedrà ora, è quello della 'spazialità'.



2. lungo.

I commentatori antichi, come anche i moderni, recepiscono l'aggettivo «lungo» solamente nel senso temporale. E ciò vale tanto per coloro che intendono fioco fonicamente ( la voce di Virgilio è rauca o ha taciuto per lungo tempo, o per secoli), come per la maggior parte di coloro che intendono il fioco in senso visivo (per il lungo silenzio del sole, o per la lunga oscurità).

Ora noi sappiamo che in Dante lungo ha una duplice valenza sulle coordinate spazio-temporali. Sappiamo anche che questa duplice valenza è di nobile matrice classica, reperibile e documentata, tra altri, anche nello stesso Virgilio dalle Georgiche all'Eneide, con moltissime occorrenze in entrambi i sensi (15).

Lungo nell'accezione spaziale di 'ampio', 'vasto', 'esteso', 'grande' è usato da Dante in iversi luoghi della Commedia ed anche nel Convivio dove è reperibile in sintagma con numero: «manifesto è a noi quelle creature [i. e. gli engeli] <essere> in lunghissimo numero» (16).

Lo Aglianò ha osservato acutamente che se si trasferisce silenzio «sul piano visivo, un lungo temporale non avrebbe nessuna giustificazione: una figura umana appare sempre poco chiara nelle tenebre, durino esse da poco o da lungo». Pertanto lo Aglianò, che si schiera, ma solo in parte, con il Mazzoni e gli altri interpreti che considerano silenzio come una ripresa del tacere del v. 60, molto opportunamente suggerisce la seguente chiosa per il nostro verso: «Virgilio appare ancora figura sbiadita agli occhi di Dante, in una diffusa oscurità, estesa per tutta la selva». È evidente che qui non si tratta del «lungo silenzio del sole», ma lungo viene inteso spazialmente nel senso di 'diffuso', 'esteso, 'vasto'.

Ora 'diffuso', 'esteso, 'vasto' sono epiteti che appartengono al piano semico dell'estensione, cioè della non dimensionalità spaziale di superficie - come, per esempio, l'aggettivo spesso che Dante usa per qualificare l'antica selva, cioè la foresta divina dell'Eden («la divina foresta spessa e viva», Pur., XXVIII 2) appartiene alla non dimensionalità spaziale di volume (17). E il Getto è molto preciso quando parla dell'elemento di verticalità che subentra alla spazialità di superficie: «alla dimensione spaziale orizzontale finora dominante, e modificata appena in un suggerimento di verticalità negativa nell'immagine della valle (là dove terminava quella valle), succede una dimensione di positiva verticalità: guardai in alto» (18).

E qui va ricordato in particolar modo il Brugnoli il quale, ricollegando il verso dantesco al virgiliano loca tacentia late (Aen., 6, 265) osserva assai giustamente che il «lungo» dantesco equivale al late del poeta latino (19). Pertanto esso ci riconduce dal concetto di verticalità a quello di orizzontalità che si manifesta appunto nelle due dimensioni significative di prospettività e lateralità («lungo» late). Questa interpretazione di «lungo» , che noi riteniamo giusta e corretta, non ha avuto fortuna, per quanto io sappia, nei commenti pubblicati nell'ultima dècade, ad eccezione di quello del Giacalone il quale, nella seconda edizione (20), così scrive: «uno che per la vasta oscurità diffusa attorno alla selva appariva d'incerto aspetto, evanescente, come un'ombra». Così, per esempio, il Pasquini Quaglio pur accogliendo al livello letterale l'interpretazione visiva, non considera affatto (sempre nella interpretazione letterale) l'aggettivo lungo: «una figura che si mostrava con contorni indefiniti (fioco) nelle tenebre di quel paesaggio (cfr. 60)»; mentre nell'interpretazione allegorica si esprime con una sinestesia fonico-visiva («... l'immagine fievole della voce...») e adotta il significato temporale: «È insieme l'immagine fievole della voce della ragione che per molto tempo ha taciuto o è rimasta assente nella coscienza del peccatore». La Chiavacci Leonardi, schierandosi con gli antichi, interpreta in senso temporale, sia quello che lei chiama senso letterale («Virgilio ha taciuto per secoli»), sia l'allegorico («la voce della ragione è rimasta a lungo muta nell'uomo smarrito nel peccato»), e non accoglie l'interpretazione di fioco nel senso visivo poiché ciò comporterebbe «la grande difficoltà di costringere a interpretare metaforicamente anche l'altro elemento della frase: per lungo silenzio (che significherebbe: 'per la lunga oscurità' [silenzio del sole], o 'per la lunga assenza')».

Come si è detto, ed eccezione fatta, in entrambi i punti di vista si risolve lungo il senso temporale. Ma è indubbio che le caratteristiche primarie di tutto il primo "blocco" del canto sono ascrivibili marcatamente a due sensi: il senso della vista e il senso dello spazio. Beninteso, nel canto c'è anche la dimensione temporale che è infatti indicata proprio dal primo verso. Ma poi, con il secondo verso, come ha giustamente osservato ancora il Getto, «dalla dimensione temporale, si passa ad una dimensione spaziale... Il ritrovarsi di Dante in un luogo, fuori strada, in una selva, in una direzione falsa segna uno spazio... e stabilisce l'iniziare profilarsi di un ordine spaziale» (21)



Pertanto noi accogliamo ben volentieri l'interpretazione dello Aglianò e del Brugnoli e conferiamo a «lungo» il significato spaziale di cui sopra che poi uniremo in sintagma con il significato che si darà a «silenzio».



3. silenzio.

Da ciò che si è detto sopra sorge di necessità il problema di dare alla voce «silenzio» un significato diverso da quello normale. Negli ultimi quarant'anni vari dantisti si sono posti questo problema e hanno proposto soluzioni che sono abbastanxa convergenti le une con le altre. In generale «silenzio» viene inteso nel significato di "assenza" o, meglio, mancanza della luce solare nella piaggia in cui si è ritrovato l pellegrino. La chiosa del Mazzoni dà un'idea abbastanza precisa di questo punto di vista che, come è ovvio anche da quanto si è detto sopra, non pretende di arrogarsi un preciso e netto consenso generale. Dunque, ricollegando specificamente il nostro verso al v. 60, il Mazzoni interpreta: «chi pel lungo silenzio [del sole] , cioè per l'oscurità della piaggia non illuminata, mi apparve indistinto» (22).

Ora qui ci sono un paio di considerazioni da fare. in primo luogo, il Mazzoni nella prima parte della sua chiosa risolve «lungo» in senso temporale «pel lungo silenzio del sole...». Ma si è già visto sopra con lo Aglianò che un lungo temporale, dal punto di vista del significato letterale, non è giustificabile qualora si intenda silenzio sul ampo visivo. Per di più, come sembrerebbe, questa rimane un'interpretazione metaforica. Pertanto l'obiezione della Chiavacci Leonardi, cui si è accennato sopra (23), è ben posta e resta indubbiamente valida. In secondo luogo, il Mazzoni, nella susseguente parte della sua chiosa («..., cioè per l'oscurità della piaggia non illuminata...»), si orienta chiaramente verso il significato letterale, ma purtroppo non dà nessun significato al «lungo», tralasciandolo, come dei recentissimi farà poi (lo si è visto) anche il Pasquini Quaglio.

A questo punto vorremmo riprendere le chiose dello Aglianò e del Giacalone che sono perfettamente parallele. Si è sopra visto come i due dantisti parlino di «diffusa oscurità, estesa per tutta la selva» (Aglianò) e di «vasta oscurità diffusa attorno alla selva» (Giacalone). Si è anche accennato sopra al Singleton. Egli ammette un'ambiguità voluta da parte di Dante di dare al «fioco» un duplice significato sensoriale, cioè un significato visivo e uditivo insieme. Pertanto il Singleton afferma che dal punto di vista visivo il «chi», cioè Virgilio, appare fioco perché si vede «per lungo silenzio», cioè «nel gran diserto» (24).

La chiosa del Singleton, presa nel suo aspetto visivo, è molto simile a quella dello Aglianò e a quella del Giacalone, se pur più lineare e stringata. E si noti che qui il «lungo» diviene grande el senso di ampio, per cui la mente si orienta più verso l'aspetto spaziale, mentre nelle interpretazioni degli altri due critici l'enfasi poggia sull'oscurità e da questa si estende nello spazio.

A ben considerare qui ci troviamo di fronte a tre concetti apparentemente diversi: il concetto di silenzio, il concetto di oscuro per mancanza di luce, e finalmente il concetto di diserto; due appartengono alla percezione sensoriale intesa, come si è visto sopra, in senso proprio, e uno alla percezione dello spazio che non è ercezione propria né dell'udito né della vista, ma propria del senso comune, e comune ai due sensi propri menzionati (25). In realtà silenzio, deserto (vastità e solitudine), e oscurità sono termini che si rapportano tutti a quello dello spazio, quello spazio preciso in cui Dante si trova, e nel momento in cui egli prende coscienza di esserci e di voler far qualcosa per uscirne: vale a dire la «selva oscura». Ma l'espressione 'selva oscura' è semanticamente connotativa poiché tanto 'selva' quanto il suo epiteto 'oscuro' ci ricondicono, per associazione, al concetto di nemus e di lucus, Si cercherà di spiegare brevemente.

È noto che silva, nemus e lucus erano i tre termini che il latino usava per indicare 'foresta' 'bosco' o 'macchia, ognuno con un suo carattere distintivo. Ma a poco a poco il carattere distintivo di ognuno di essi si era affievolito e possiamo dire era divenuto pressoché impercettibile (26), tant'è vero che già nell'Eneide «dietro silva / nemus / lucus scompare l'esattezza specifica» (27). Ciò significa che anche i caratteri distintivi si confondono e i connotati particolari di uno trapassano nell'altro e viceversa. Così la silva immensa che precede l'ingresso all'Ade dell'Eneide, e che ha ispirato Dante ad iniziare la Commedia con la «selva oscura», è un lucus pieno di ombre e di oscure convalli; e Caronte vede venire Enea e la Sibilla «per il bosco (nemus) silente» (28). Pertanto 'silenzio', 'deserto', 'vastità', 'oscurità' diventano epiteti dei tre termini silva, nemus e lucus, i quali si aggirano, spesso interconnessi, nella stessa ampia area semantica.

Ma il concetto di 'oscurità ', con riferimento a lucus, lo troviamo prima di Virgilio poiché già Elio Stilone cidà una etimologia del termine per antifrasi, cioè per immagine contraria. Stilone ci dice che si chiama «lucus quia umbra opacus parum luceat» (29). Questa etimologia per antifrasi da Stlone passerà poi a Varrone, a Quintiliano e su su, attraverso un gran numero di autori (30), fino a Isidoro («lucus est densitas arborum solo lumen etrahens, et dicitur per antiphrasin a luce, -ces») (31) e a tutto il medioevo latino dopo di lui. Così Bernardo Silvestre non solo accetterà la spiegazione per antifrasi di lucus, ma spiegando il virgiliano «lucis... Avernis» (32), conferirà l'epiteto di 'oscuro' per assenza del sole anche a nemus: «nemora propter solis absentiam sunt obscura» (33).

Va senza dirlo che questa tradizione sarà ben ricevuta dai vocabulisti ed etimologisti tardo medievali come Uguccione, Guglielmo Bretone e Giovanni Balbi da Genova (34). Uguccione, nel tentativo di discoprire la relazione che esiste tra significato e significante, dà per il nostro caso due etimi si silva, uno è il greco xylon, ovvero legno o legna, e un secondo etimo che per il nostro assunto è di fondamentale importanza. Vediamo il lemma di Uguccione:

Xylon grece, latinum dicitur lignum.... [1] Item a xilon -li, silva -e,

quasi xilva quia ibi ligna cedantur. [2] Vel dicitur a silen quod est

vastitas vel silentium. Inde silva ubi sunt loca vasta et deserta et

silentio plena (35)

La seconda derivazione di Uguccione è quella che qui ci interessa direttamente. Essa pone due termini, vastitas e silentium, come referenti sinonimici dell'etimo silen da cui, secondo Uguccione, silva deriva (36). Infatti in Uguccione la derivazione si struttura come segue:

silva < silen ( = vastitas, silentium)

E come se questo non bastasse, il lessicografo pisano vuole anche esporre la ratio della derivazione che viene basata su tali referenti o significanti; ovvero i significanti ci fanno capire la motivazione interna per cui le selve si trovano in luoghi deserti, vasti, silenziosi. Uguccione, cioè, ci dà la spiegazione della parola silva per mezzo di altre parole legate ad essa per suono e per significato. Ma qui egli aggiunge qualcosa che è per noi di somma pertinenza poiché l'epiteto deserto ci riconduce sùbito al «gran diserto» dantesco del v. 64 che è la «spiaggia diserta» del v. 29, «la gran valle del monte che rea molto sola», come chiosa giustamente il Buti. Infatto ha detto bene Lucia Onder che «qui più che altrove è implicita nella parola [diserto] l'idea del luogo disabitato e della solitudine (37) anche morale, in cui Dante viene a trovarsi» (38). E non sarà superfluo aggiungere che l'epiteto solus viene conferito da Virgilio anche ai boschi.

Anche l'altro epiteto obscurus era di virgiliana memoria, e lo ritroviamo proprio in una scaena del primo dell'Eneide dove è descritto un «oscuro bosco (nemus) dalla fitte ombre paurose» (39), luogo che Bernardo Silvestre avrà in mente quando conferisce ai nemora l'epiteto di 'oscuro' per l'assenza del sole (40). Ma, come è stato detto, obscurus si era affacciato anche per altra via, cioè tramite l'interpretazione per antifrasi di lucus d'antica tradizione, ma passato anche questo, e in questo senso, per l'Eneide, come si è accennato sopra.

Quindi all'epoca di Dante gli epiteti di selva erano ben stabiliti: vasto, silenzio, deserto, oscuro, cui bisognerà almeno aggiungere asper e silvestris, tutti di virgiliana memoria (41).

Eppure, come abbiamo giàotato, Uguccione ci dice qualcosa di più; e ci dice infatti non solo che vasto, silente e deserto sono epiteti di selva, ma addirittura accosta i die sostantivi vastitas e silentium facendoli apparire quasi sinonimi di silva. Se questo è vero, possiamo pensare che ai tempi di Uguccione di Guglielmo Bretone e di Giovanni Balbi era già avvenuto uno spostamento di significato per cui le parole vastitas e silentium, usate propriamente per designare 'immensità di spazio' e 'assenza di suono', potevano anche indicare silen, cioè quello che i tre lesicografi considerano etimo di silva (42). Ciò significa che vastitas e silentium potevano essere usati metonimicamente per silva.

C'è infatti una relazione di contiguità logica fra le tre parole. Gli antefatti di questa contiguità muovono già da Virgilio: dai boschi silenziosi delle Georgiche (... per lucos...silentis: I, 476-77), dal nemus silente che si è visto sopra (Aen., VI, 358), dai nemora solitari e quindi deserti in cui si rifugia il padre di Camilla (Aen., IX, 545), ecc. Ma la sollecitazione maggiore viene soprattutto dalla silva immensa che precede l'ingresso dell'Ade, con quel susseguirsi di insistenti richiami tramite sostantivi, aggettivi ed espressioni, concentrati solo in pochissimi versi, e tutti tesi ad indicare la solitudine, «le tenebre dei boschi» (VI, 238), l'oscurità: oscuri, nell'ombra, notte solitaria, vuote case di Dite, vani regni, incerta luna, 'maligna' luce, Giove nasconde il cielo nell'ombra, la nera notte. Tutti questi elementi si aggirano intorno all'iter in silvis, il cammino nelle selve, che costituisce e sostiene l'intera struttura semantica dell'impegno profondamente artistico del poeta latino in questa descrizione (43), che indubbiamente è stata di forte stimolo per Dante.

Infatti questo forte richiamo virgiliano era già stato notato da Pietro di Dante, il quale poi interpreta oscurità in senso metaforico, per cui la «sylva obscura, hoc est in stato vitioso» di questa vita e di queso mondo: «Nam ibi sol iustitiae non lecet in eo» (44).

Ma a tutto quello che si è detto sopra c'è da aggiungere un'ulteriore, se pur breve, considerazione. È evidente che quando Uguccione stende il lemma che abbiamo sopra trascitto e dà la definizione di silva, ha in mente le voci e silen; due parole che sono affini non solo per suono ma anche per significato. Infatti, in virtù di un vecchio esempio tramandato da Festo (45), silen può considerarsi come la resa latina del greco , cioè silva. Eppoi non bisogna dimenticare che effettivamente silens è anche l'etimo corretto di silentium. È quindi chiaro che nella concezione uguccioniana silva e silentium sono voci sinonimiche di una struttura significativa ben precisa che si inserisce nelle rispettive aree semantiche delle due voci e che si aggira intorno all'etimo silen.





4. conclusione

Tirando quindi le somme e visto da questa angolatura , il «silenzio» dantesco va considerato come parola metonimica con il significato di selva. Pertanto, in base a quello che si è detto, daremo al v. 63, «chi per lungo silenzio parea fioco», il significato di 'uno che nella grande selva appariva indistinto'. La selva, si dirà ancora una volta, è vasta, è silenziosa, è oscura, è deserta e solitaria; e questi sono epiteti sinonimici e pieni di paura per l'uomo che è venuto a trovarsi «per quella tenebrosa valle» - come il Boccaccio chiosa il «gran diserto» del v. 64. Ma il Boccaccio aggiunge con somma precisione che la tenebrosa valle è «meritatamente chiamata dall'autore 'diserto', sendo sì aspra (46), come sopra ha detto e priva di luce» (47). Sembrerebbe proprio che il Boccaccio avesse in mente parte della definizione di silva di Uguccione.

Noi potremmo far nostre le parole del Boccaccio e concludere dicendo che Dante, sulla scorta di Uguccione, 'meritatamente' chiama la tenebrosa valle non solo «gran diserto», ma anche «lungo silenzio», perché questa è «quella valle» «dove il sol tace», cioè la «selva oscura», entro cui egli si era ritrovato nella notte passata «con tanta pieta».

Gino Casagrande

Torna all'indice

Vai al saggio 2


N O T E

1. Ho in mente il primo volume della Lectura Dantis Americana: Inferno, I, a cura di A. K. Cassell. Foreword by R. Hollander, Philadelphia, University of Pennsylvania Press, 1989. Si vedano le pp. 84-93 in cui il Cassell prende in considerazione il tartassato verso 63 per proporre una nuova e, secondo me, assai particolare interpretazione. Secondo il Cassell il verso rappresenterebbe una specie di castigatio operata da Dante verso Virgilio poiché questi, pur avendo predetto la venuta di Cristo, non ebbe la fede, e quindi la forza, di criticare l'idolatria pagana. Pertanto - sempre secondo il Cassell - il «per lungo silenzio» sarebbe un sinonimo di «per non aver fe'» di Purg., VII, 7-8. Cfr. anche Enrico Malato, Inf., I, 63: «chi per lungo silenzio parea fioco», in «Filologia e critica», XIV (1989), pp. 3-26; ora anche in Lo fedele consiglio de la ragione. Studi e ricerche di letteratura italiana, Roma, Salerno editrice, 1989, pp. 228-52.

2. Sposizione di Lodovico Castelvetro a XXIX canti dell'Inferno dantesco, a cura di G. Franciosi, Modena, Antica Tipografia Soliani, 1886. Citato dal Sapegno e anche dallo Hollander (Lectura Dantis Americaca, cit., p. 35).

3. Il canto conta 136 versi. Virgilio inizia il suo discorso al v. 67.

4. Cfr. G. O Malley, Literary Synaesthesia, in «Journal of Aesthetic and Art Criticism», 15 (1957), pp. 409-410; J. Freccero, Dante's Prologue Scene, in DS, 84 (1966), p. 7; G. Cambon, Synaesthesia in the «Divine Comedy», in DS, 84 (1970), p.3-5; G. Casagrande, «Esto visibile parlare»: A Synaesthetic Approach to «Purgatorio» 10. 55-63, in Lectura Dantis Newberryana, II, Evanston (Illinois), Northwestern Universiyy Press, 1990, p. 33. L'espressione «audace traslato» è del Getto (cfr. infra, n. 18).

5. Per questo aspetto mi servirò in parte dei lavori di G. Brugnoli («Chi per lungo silenzio parea fioco», in Letteratute comparate: Prooblemi e metodi. Studi in onore di Ettore Paratore, III, Bologna, Patron, 1981, pp. 1169-1182) e di R. Hollander (Il Vitgilio dantesco: tragedia nella «Commedia», Firenze, Olschki, 1983, pp. 23-115.

6. Per le varie tappe di questo percorso nella letteratura dantesca che va dai primi interpreti fino ad un secolo fa (pertanto il peso nel senso uditivo è assai notevole), e che dal 1893 inizia ad imboccare una nuova via dirigendosi verso il senso visivo, si veda R Hollander, Il Virgilio dantesco, cit., pp. 44 sgg.

7. Qui si qualifica il pacifico poiché, come è noto, alcuni commentatori recentisimi non accolgono il «fico» nel senso visivo. Cfr., ad esempio, il commento della Chiavacci Leonardi.

8. «Ed è questo, cioè 'ove 'l sol tace', improprio parlate, e non l'usa l'autore pur qui, ma ancora in altre oarti di questa opera, sì come nel canto V, quando dice "I' venni in luogo d'ogni luce muto"; assai manifesto csa è che il sole non parla, né similemente alcun luogo, de' quai dice qui che l'un tace, cioè il sole, e il luogo è muto di luce: e sono questi due accidenti, il tacere e l'essere muto, propiamente dell'uomo, [...]. Ma questo modo di parlare si scusa per una figura, la quale si chiama acirologia». Cfr. Esposizioni sopra la Comedia di Dante, a cura di G. Padoan, Milano, Mondadori, 1965, p. 28. Per la figura dell'acirologia, si veda Bene Da Firenze, Candelabrum, ed. C. G. Alessio, Padova, Antenore, 1983, p. 85 (II, 69, 2-3) e pp. 165-6 (V, 16, 3).

9. Cfr. G. Cambon, Synaesthesia in the «Divine Comedy», cit., pp. 3-5.

10. Cfr. C. S. Singleton, Inferno: Commentary, Princeton (New Jersey), Princeton University Press, 1970. Nella nota al v. 60 («là dove l sol tace») il Singleton afferma: «The igurative merging here of the visual (the sun) and the auditory (is silent) anticipates a similar device in vs. 63». Come si vede il Singleton non parla espressamente di sinestesia, ma solo di device, cioè di una certa tecnica narrativa per raggiungere lo scopo esiderato.

11. Per il Pasquini Quaglio i vv. 60 e 63 costituiscono «due sinestesie...che trasmettono sull'orizzonte spirituale il brivido di un paesaggio romito» (cfr. Inferno, Commento al canto I, p. 10).

12. Si vedano, infra, le nn. 21 e 25.

13. Esempi di sinestesia rigorosa sono quelli de il sol tace (Inf., I 60) ovvero quello d'ogni luce muto (Inf., V 28), ovvero il visibile parlare di Pur., X 93 ( con tutta la serie che segue in quel canto, ovvero il giallo della rosa sempiterna / che ... redole / odor di lode al sol che sempre verna di Par., XXX 124-26, in cui s'incrociano multiple senzsazioni proprie, fondensosi in un unicum sinestetico di colori, odori e lodi. Nella Commedia vi sono molte sinestesie e a diversi livelli di modalità. Uno studio completo e coerente di queste modalità è ancora tutto da farsi.

14. Cfr, G. Brugnoli, «chi per lungo silenzio parea fioco», cit., pp. 1175-76.

15. Cfr. F. Zaffagno, longus, in EV, III.

16. Convivio, II v 5. Per le varie occorrenze di lungo nella Commedia, cfr. S. Aglianò, lungo, in ED, III.

17. Per questi concetti si veda A. J. Greimas, Semantica strutturale, Milano, Rizzoli, 1968, pp. 36-40. Cfr. anche G. Berruto, La semantica, Bologna, Zanichelli, [s.d. ma 1976?], pp. 89-90.

18. Cfr, G. Getto, Il canto I dell'Inferno, in «Cultura e scuola», 13-14 (gennaio, 1965), p. 408.

19. Cfr, G. Brugnoli, «Chi per lungo silenzio parea fioco», cit., p. 1180. Del resto in Virgilio late si trova anche in giacitura con nemus: «vocem late nemora alta remittunt» (Eneide, XII 929).

20. La Divina Commedia, commento e analisi critica di G. Giacalone, Roma, Signorelli, 19882 (19681).

21. G. Getto, Il canto I dell'Inferno, cit., pp. 406-7. Dante conosce bene i canoni aristotelico-scolastici della percezione tanto da citare direttamente Aristotile su questo punto. Il senso della vista percepisce, propriamente, solo «lo colore e la luce, sì come Aristotile vuole nel secondo de Anima, e nel libro del Senso e Sensato», mentre nello spazio hanno anche luogo i cosiddetti sensibili comuni: «Ben è altra cosa visibile, ma non propriamente, però che altro senso sente quello, sì che non si può dire che sia propriamente visibile, né propriamente tangibile; sì come è la figura , la grandezza, lo numero, lo movimento e lo stare fermo, che sensibili [comuni] si chiamano» (Convivio,III ix 6).

22. Cfr. F. Mazzoni, Saggio di un nuovo commento alla «Divina Commedia», Firenze, G. C. Sansoni, 1967, pp. 114-15.

23. Vedi sopra, p. xx. È doveroso chiarire che l'obiezione della Chiavacci Leonardi non è diretta al Mazzoni, ma è un'osservazione generalmente diretta a tutti coloro che intendono il verso in senso visivo.

24. Trascrivo tutta la nota del Singleton perché è d'indubbio valore: «chi per lungo silenzio parea fioco. The verse seems deliberately ambiguous, since fioco can mean 'faint' either to the eye or to the ear, and silenzio can have meaning with respect both to space and time. If the one who comes is faint to the eye, then he appears dim because he is seen «through long silence», i. e. «nel gran diserto» of the following verse; if faint to the ear, then it is because Virgil's voice, as the voice of reason, had not reached the wayfarer for a long time - for as long, in fact, as he had wandered from the path of virtue. The voice of reason contributes to the temporal meaning of «long silence», and the «gran diserto» to its spacial meaning» (cfr, C. S. Singleton, Inferno. Commentary, cit., ad 1., p. 14).

25. Per chiarire quanto detto (ed anche il passo di Convivio, III ix 6, citato a n. 21) basterà riportare il pensiero di s. Tommaso relativo ai sensibilia propria ed ai sensibilia communia: «Dico autem [sensibile] proprium quidem, quod non contigit altero senso sentiri...ut visus coloris, et auditus soni, et gustus sapori. Communia autem sunt motus, quies, numerus, figura, magnitudo: huismodi enim nullius sensus sunt propria, sed communia omnibus» (De anima, II vi 418 10-20 [ed. A. M. Pirrotta, O.P., Torino, 1959, p. 99]). I 'sensibili comuni' «sunt propria sensus communis». Si veda anche Alessandro di Hales, Summa theologica, Inq. IV, Tract. I, Sect. II, Quaest.II, Tit. I, 360 (Quaracchi, II, pp. 437-38).

26. Ma la differenza essiste ancora per Isidoro, cfr. Etym., XVII vi 5-7.

27. Cfr. G. Gelsomino, selva, in EV iv, p. 759.

28. Cfr. Eneide, Vi 186, 139, 386. Vedi anche i vv. 238 e 268-72 dello stesso canto.

29. Cfr. F. Della Corte, La filologia latina dalle origini a Varrone, Firenze, La Nuova Italia, 19812, p. 107.

30. Tra cui Servio (Ad Aen., VI, 386), Girolamo (Ep., 42, 2), Agostino (De dialectica, VI, 10; De doctrina christiana, III, xxix, 41) e Marziano Cappella (De nuptiis Philologiae et Mercurii, IV, 360). Per Quintiliano cfr. Institutio oratoria, I, vi, 34.

31. Etym., XVII, vi, 7; ed anche XIV, viii, 30.

32. Cfr, Eneide, VI, 117-18: ...nec te / nequiquam lucis Hecate praefecit Avernis.

33. Cfr. Bernardo Silvestre, Commentum quod dicitur Bernardi Silvestris super sex libros Eneidos Virgilii, a cura di J. W. Jones, Lincoln (Nebraska), University of Nebraska Press, 1977, (Sextus Liber, 118-119). Di bernardo Silvvester si vedano anche i commenti a VI, 138-139, 179-180, 267-271, 470-471, in cui appaiono lucus, silva e nemus qualificati da espressioni o epiteti equivalenti a 'oscuro'.

34. Guglielmo Bretone segue la spiegazione di Uguccione, debitamente citando il lessicografo pisano: «Secundum Huguitionem silva dicitur a silen, quod est vastitas vel silentium, quia silva est ubi loca vasta sunt et deserta et silentio plena» (cfr., Summa, s. v. silva). Giovanni Balbi, invece, prende la definizione da Uguccione, senza citarlo, e la ripete alla lettera come di solito egli fa di altri lemmi delle Derivationes (cfr. Catholicon, s. v. silva)

35. Trascrivo dal MS Can. Misc. 305 della Bodleiana di Oxford che è datato 1262.

36. La vera etimologia di silva è tuttora incerta. Varie proposte sono state avanzate, ma nessuna di queste è stata accolta. Cfr.Ernout-Meillet, Dictionnaire étymologique de la langue latine, Paria, C. Klincksieck, 1959, a.v. silva.

37. Cfr, Isidoro, Etym., XIV, viii, 31: «Deserta vocata quia non seruntur, ed ideo quasi deseruntur, ut sunt loca silvarum et montium».

38. Cfr. L. Onder, diserto, in ED.

39. È la descrizione del bosco tranquillo in cui riparano i Troiani dopo la tempesta: «... tum silvis caena coruscis / desuper, horrentique atrum nemus imminet umbra» (Aen., I, 164-165).

40. Cfr, supra e n. 33.

41. Cfr., per esempio, Aen., XI, 901-902: «Ille... / deserit obsessos collis, nemora aspera limquit».

42. Si noti che Uguccione avrebbe potuto benissimo applicare il concetto medievale di 'etimologia' alla parola silva che 'si rivelerebbe' tramite le sillabe iniziali dei due termini: SIL-entium e VA-stitas. Ma di questo non vi è il minimo accenno né in lui, né in Guglielmo Bretone, né in Giovanni Balbi.

43. Ibant obscuri sola sub nocte per umbram
perque domos Ditis vacuas et inania regna:
quale per incertam lunam sub luce maligna
est iter in silvis, ubi caelum condidit umbra
Iuppiter et rebus nox abstulit atra colorem.
(Aen., VI, 268-272)

Servio interpreta maligna = «obscura».

44. Pietro Alighieri, Commentarium, a cura di R. Della Vedova e M. T. Silvotti, Firenze, Olschki, 1978, pp. 29-30, in calce. Ricordato anche, insieme ai versi virgiliani, da F. Mazzoni, Saggio, cit., pp. 28-29.

45. Dice Festo (p. 290): «Suppum antiqui dicebant quem nuc supinum dicimus ex Graeco: vidilicet pro aspiratione ponentes S litteram, ut cum idem dicunt et nos silvas».

46. Da ricollegare, ovviamente, all'«aspro diserto» di Purgatorio, XI, 14; e si veda il preciso commento del Mazzoni al 29 di Inferno I (cfr. F. Mazzoni, Saggio, cit., pp. 86-91).

47. Cfr. Boccaccio, Esposizioni, cit., p. 29.

g.casagrande

 

Gino Casagrande