PAROLE DI DANTE - CONTRIBUTI DI FILOLOGIA DANTESCA
 

5


 

«A B B O R R A R E»

I

Sembra ormai pacifico tra gli studiosi che «abborra», «abborri» e forse anche «aborre» siano voci di un verbo coniato da Dante, cioè abborrare, un denominale di borra che il Poeta usa solamente in rima.

La prima occorrenza di questo verbo dantesco si ha alla fine della descrizione delle metamorfosi dei ladri, nel settimo girone:

Così vid'io la settima zavorra
mutare e trasmutare; e qui mi scusi
la novità se fior la penna abborra.
(Inf., XXV, 142-144)


 

Dei due o tre luoghi in cui il verbo in questione appare, questo rimane senz'altro il più straziato. Secondo un'interpretazione che oggi va per la maggiore (Casini, Barbi, Mattalia, Sapegno, Chimenz, Parodi, Pasquini e Quaglio, Chiavacci Leonardi), il Poeta si rende conto che egli sta descrivendo «confusamente» le trasformazioni che avvengono nel settimo girone e quindi «si scusa, se trattando d'una materia così nuova e difficile, non ha saputo svolgerla in maniera adeguata» (Sapegno), quindi egli «abborraccia», «mette insieme alla meglio» tale descrizione (1).

In realtà questa interpretazione è di ascendenza antica ed era stata sostenuta dal Lana, dal Buti, dall'Anonimo, dal Landino, dal Vellutello e altri. Eppure, altrettanti commentatori, antichi e moderni, e forse anche di numero maggiore, hanno interpretato diversamente. Alcuni hanno inteso il verbo nel senso di `aberrare', `errare', `smarrirsi', `deviare dal diritto sentiero o discorso'. Altri invece, intendendo «fior» come `fiori retorici', hanno preso il verbo nel senso di «abborrire dai fiori delle eleganze del dire», per cui il Poeta qui si scuserebbe con il lettore d'aver tralasciato la bella forma. Altri, infine, hanno dato al verbo il valore di `mettere borra' nel senso di `usare superfluità di parole', e quindi Dante si scuserebbe della mescolanza di troppi elementi da lui adibiti in questo episodio (2).

La seconda occorrenza del verbo ha luogo là dove Dante descrive i giganti piantati sulla riva del pozzo infernale che dapprima ha scambiati per torri. Per la distanza e l'oscurità del luogo il senso della vista riceve una cosa per un'altra, e perciò la facoltà percettiva, lavorando sul dato ingannevole, si costruisce un'immagine fatua, che non corrisponde cioè alla realtà stessa dell'oggetto esperito:

Ed egli a me: «Però che tu trascorri
per le tenebre troppo da la lungi
avvien che poi nel maginar abborri.
(Inf., XXXI, 22-24)

Qui i commentatori interpretano il verbo nel senso di `confondersi', `errare', `ingannarsi', `smarrirsi'.

Il Porena, partendo da questo luogo e intendendo il verbo nel senso di «vedere torbidamente, avere immagini confuse», ha dichiarato il significato di `abborracciare' conferito dagli interpetri al verbo della prima occorrenza come assolutamente irrecepibile ed ha proposto invece il significato di «se la mia descrizione non è perfettamente chiara». Egli ha inoltre proposto forse sulla scorta del Lana e dell'Anonimo di considerare l'«abborre» di Paradiso XXVI, 73

E come a lume acuto si dissonna
per lo spirito visivo che ricorre
allo splendor che va di gonna in gonna,

e lo svegliato ciò che vede aborre,
sì nescia è la subita vigilia,
fin che la stimativa non soccorre;

non come forma di aborrire (e quindi «abborrisce»,«ha in odio»),ma di abborrare, nel significato di «non distinguere bene», «confondere», riallacciando pertanto questa forma al verbo delle altre due occorrenze(3).




 

II


 

Ora, sembra che tutte queste diverse e controverse interpretazioni del verbo, particolarmente per quanto riguarda il passo di Inferno XXI, vengano a mettere in evidenza non tanto più il problema della sua etimologia e si ricorderà che sono stati proposti abborrire, abhorere, e addirittura anche aborere e aberrare quanto a mettere in dubbio il significato da dare al suo etimo borra o, meglio ancora, al suo ascendente latino BURRA.

É noto infatti che borra è derivato direttamente dalla voce latina burra e che questa sia o no un femminile sostativato (burra sc. lana) dall'aggettivo burrus è stata documentata fino ad oggi solamente nel significato di `lana grezza' che può servire per imbottire, e nel significato traslato di `cosa grezza e senza importanza' (4)

. É da qui che il verbo dantesco è stato inteso nel senso di `abborracciare', `fare male e in fretta'. Del resto, data quest'unica documentazione semantica della voce latina, non si poteva che concludere che «questa spiegazione [...] è la sola che ci dia pienamente ragione del verbo dantesco e del suo significato; e che non ci costringa a ricorrere a pazze etimologie» come ebbe a dire quel lucido filologo che fu il Parodi (5).

Eppure noi potremmo considerare le diverse etimologie proposte e le diverse interpretazioni date proprio come una spia di un divario semantico che potrebbe esistere tra l'etimo conosciuto burra e un inedito omonimo burra o burrus la cui esistenza e il cui significato rimangono da stabilirsi.

É in questa direzione che crediamo sia necessaria una ricerca nei lessici medievali ed in particolare nelle Derivationes di Uguccione, «il vocabolario di Dante» (6); ricerca che potrebbe rivelarsi quanto mai utile ad una migliore comprensione del verbo dantesco nella fattispecie.




 

III


 

W. M. Lindsay, in una vecchia e a quanto pare dimenticata nota, ci ha indicato che lo pseudo-Placido ha tramandato una frase di un autore repubblicano, il cui nome rimane sconosciuto, il quale in una sua commedia aveva usato la frase burrae vatroniae insieme alla glossa seguente che spiega il significato della parola burrae e l'origine della frase:

«Fatuae ac stupidae, a fabula quadam Vatroni auctoris

quam Burra inscripsit, vel a meretrice burra».

Il Lindsay conosceva, oltre ad alcuni manoscritti del Rinascimento, ben otto codici antichi in cui appare la frase (7), il che dimostra che l'espressione aveva una certa circolazione e godeva di una certa udienza. In aggiunta bisogna qui rilevare che al Lindsay era sfuggito un fatto che è indubbiamente di massima pertinenza: cioè che burrae (senza però l'epiteto di Vatroniae, e senza alcuni altri termini della spiegazione della frase che in realtà per noi hanno carattere esclusivamente marginale) figura addirittura come lemma in un'importante opera lessicografica ben conosciuta ai tempi di Dante: l' Elementarium di Papia. Sarebbe qui fuori luogo entrare in una critica testuale per rendersi ragione della scelta di Papia, cioè della sua decisione di eliminare l'epiteto Vatroniae che, invece, sembra essere abbastanza stabilito nei codici collazionati dal Lindsay (8). Basterà qui dare il lemma e la spiegazione come appare nell'Elementarium:

Burrae: Fatuae vel stupidae: a fabula quam burra scripsit vel a meretrice burra dicitur.

Tralasciando per ora l'aspetto etimologico, cioè le due espressioni che cercano di stabilire l'origine del termine (a fabula quam burra scripsit vel a meretrice burra) che qui, come anche nei codici indicati dal Lindsay, è al nominativo plurale, sarà bene soffermarsi sull'aspetto semantico, cioè sulle due parole che intendono darne la definizione: fatuae vel stupidae. Ora per stupidus, Uguccione e Giovanni Balbi ci dicono: «Stupidus, quasi sine sensu [...]. Stupor a stupeo dicitur; et est stupor casus memoriam et rationem auferens, linguam impediens; unde stuporatus, stupefactus et stuporosus». Ed alla definizione tradizionale e comune di fatuus, ripresa da Isidoro (9) («dicitur fatuus a fando qui nec quod ipse dicit nec quod alii dicuntur intelligit»), Uguccione aggiunge: «fatuus dicitur qui imperitiam suam ostendat fando quidquid latet in animo, vel respondendo ad interrogata» (10). Questa definizione di Uguccione, che rivela un nuovo significato di fatuus basato sul concetto di mancanza di esperienza e quindi ignoranza, viene ripresa e confermata circa un cinquantennio dopo da Guglielmo Bretone che la fa sua e che addirittura la pone come prima spiegazione del termine fatuus, relegando la definizione tradizionale in secondo luogo (11). Tale significato particolare di fatuus viene poi ripreso, alcuni anni dopo (1286), anche da Giovanni Balbi da Genova che lo ascrive benché con una certa timidezza al lessicografo pisano (12).

Il nostro burra quindi si allinea ai due significati di stupidus e di fatuus e pertanto viene a ricoprire parte dell'area di due o tre campi semantici: stupidus ha il valore di `stupore', `sorpresa', `meraviglia', `terrore', `timore', con il conseguente effetto mentale e comportamentale di cui ci parla sopra Uguccione; mentre fatuus viene ad inserirsi nell'area semantica di `inane', `ineptus', `imperitus' `vano', e quindi nel senso di `non vero', `falso', `privo di realtà', `privo di consistenza' (13) . Nei vocabolari medievali poi, e già in Isidoro, fatuus è associato a stultus, ma secondo quello che aveva detto Afranio che Papia, sulla scorta di Isidoro, debitamente cita, spiegandone il senso: «Stultus est hebetior corde, unde Affranius: Ego, inquit, stultum me esse extimo, fatuum esse non opinor; obtusus quidam sensibus, non tamen nullius» (14). Così tra i due termini si stabilisce una chiara differenza di significato, e Uguccione di stultus dirà «stultus est qui per stuporem non movetur iniuria» (15). Perciò stultus si schiera in un certo senso con stupidus che indica il `rimanere di stucco', o meglio, quasi l'`impietrire': «stupidus dictus quasi lapideus, quasi stolidus, sepius stupens» (16). Il sostantivo burrae preso in queste accezioni non ha nulla a che vedere né con burra nel senso di `lana grezza' o `cosa grezza e senza importanza', né con l'aggettivo burrus nel senso di rufus. Esso si riallaccia tuttavia alla forma lunga, cioè alla forma dalla base -ba raddoppiata (17), baburra, che come ci dicono Papia e Uguccione, ha proprio il significato di stultitia, ineptia; ed è inevitabilmente connesso all'aggettivo baburrus che ha appunto il significato di stultus, ineptus, fatuus, vanus (18), da cui si ha anche il denominale baburrare nel senso di `inepta loqui', verbo coniato a quanto pare da Benzone d'Alba cui torneremo tra poco. Ma sappiamo che burrae ha anche il significato di gerrae, nugae, quisquiliae, ineptiae, res vanae, inutilitas, vanitas (19). Sembra dunque che burra, in questo che si ritiene significato traslato, venga a ricoprire almeno parte dell'area semantica di baburra e baburrus che abbiamo visto sopra. Da questa angolazione, sarà quanto mai opportuno accogliere l'opinione filologica del Walde e considerare burra come voce sostantivata di burrus, -a, -um e come riduzione di baburrus (20). Tant'è vero che un controllo di queste voci nell'Elementarium ci riconduce proprio nell'ambito semantico di baburrus. Così ad eccezione di quisquiliae che Papia indica solamente nel significato proprio di «purgamenta frumentorum vel paleae creantate, vel scipilia, vel immundiciae herbarum» abbiamo, per esempio, gerrae = nugae, ineptiae; ineptia = stultitia, res vana, res non apta; nugae = vanitates, turpitudo, macula; e tutta una serie di voci che si riallacciano a nugae (21), tra cui è importante ivi notare il verbo nugari nel senso di vana loqui e inepta verba proferre che, nel significato, ci riconduce direttamente al baburrare di Benzone d'Alba che abbiamo notato più su.






 

IV


 

Fin qui siamo venuti abbozzando una struttura semantica che in realtà si rivela fragile e precaria poiché le manca un vero anello di congiunzione, o nesso filologico, che la colleghi in un modo significativo e probante al verbo dantesco. Sarà opportuno quindi dire subito che tale anello di congiunzione ci viene offerto da Uguccione stesso in un lemma `etimologico' che a prima vista si presenta subito sintomatico per la nostra ricerca: si tratta del verbo balo -as. É noto infatti che balare rientra tra quei verbi impressivi sonori, quelli cioè a formazione onomatopeica, dal tratto marcato `non umano' che, trasferiti in campo umano, vengono ad indicare un difetto, più o meno grave, dell'espressione e dell'articolazione linguistica (22). Così, per esempio, dal verbo che indica il suono dell'ariete del cammello e della rana, cioè blaterare, si era passati già con Festo e su su fino a Papia e oltre al significato di «stulte et inepte loqui» (23), cui Uguccione aggiungerà un «sine causa» insieme agli aggettivi «stultus et insipiens», che poi egli metterà anche in sinonimia con il verbo neutro blatire, dal significato di «perplexe et impedite loqui», con un puntuale richiamo ad un luogo dell'Anfitrione di Plauto in cui, per di più, il verbo è in stretta connessione sintagmatica proprio con nugae che, come si è visto sopra, è uno di quei significati traslati di burrae: «[...] a blata, blatio -tis, verbum neutrum, id est perplexe et impedite loqui; unde Plautus in Amphitrione: Qui intelligere quisquam potis est? ita nugas blatis» (24). Il verbo blaterare lo ritroveremo, ai tempi di Papia, adibito da Benzone d'Alba in un sintagma che, per il nostro scopo, è d'indubbia importanza, come si vedrà oltre.

Intanto, per ciò che concerne il lemma di cui stavamo sopra discorrendo, si deve notare che Uguccione appena accenna al fatto che balare è il verbo per indicare la voce delle pecore e delle capre. Gli interessa invece soffermarsi sul significato traslato, riconducendo il verbo in ambito umano, e riallacciando la voce balatus all'aggettivo balbus che si applica a colui «qui verba non explicat», e che si estende a tutta quell'area semantica che Uguccione struttura iponimicamente rispetto a balare, con tra l'altro i sostantivi balbicies (25) e balbucies, ed i verbi balbo, balbesco e balbutio che si riferiscono precisamente a chi «male et trepide et incongrue loqui». Del resto già Papia seguendo la lectio vulgata delle Etymologiae che aveva inteso l'isidoriano balbando come balando (26) aveva lemmatizzato balbus in tal senso: «balbus a balando dictus, qui verba non explicat», mettendolo anche in sinonimia con blaesus: «blesus, balbus, verba frangens», come farà poi anche Uguccione (27).

Ma quello che veramente funge da anello di congiunzione e che davvero acquista un rilievo di fondamentale importanza per il verbo dantesco che qui c'interessa e che infatti sostiene gran parte di quell'ossatura semantica che abbiamo sopra delineata, è il fatto che al `campo semantico' uguccioniano di balare appartiene addirittura anche burrus; non, ovviamente, nelle sua comune e nota accezione di rufus, bensì in questo nuovo , così diverso e finora sconosciuto significato trasmessoci dal nostro lessicografo pisano. Così in Uguccione blesus, balbus e burrus vengono ad acquistare pressoché lo stesso significato: «Balo -as, verbum neutrum, et est ovium. Inde hic balatus -tus -tui et balbus -a -um, qui verba non explicat potius est videtur balare quam loqui. Et comparatur balbior -simus, unde balbe -bius -sime adverbium. Et hec balbicies vel balbucies -ei, et balbo -es, unde balbesco inchoativum, et balbutio -tis, id est male et trepide et incongrue loqui. Item a balo burrus -a -um et blesus -a -um, id est, balbus. Vel dicitur blesus quasi fresus, qui verba frangit» (28). Se è così, cioè se burrus è sinonimo di balbus, il nostro burra ( o, se ora si preferisce, burrus stesso) viene quindi ad inserirsi in un'altra area semantica: quella inerente ai difetti dell'articolazione linguistica e quindi dell'espressione. A ben riflettere però, questo significato può essere strettamente connesso con il primo campo semantico di burra, sopra indicato, cui fa capo stupidus. É chiaro infatti che il difetto dell'esprimersi può non soltanto essere causato dall'età (29), o da una imperfezione naturale, ma anche da certi stimoli emotivi che operano sulla muscolatura dell'apparato fono-articolatorio. Uno di questi stimoli lo si è visto sopra è lo stupor che non solo impedisce la lingua ma addirittura toglie, seppur temporaneamente, anche la ratio e la memoria: «Est stupor casus memoriam et rationem auferens, linguam impediens; unde stuporatus, stupefactus» (30). Lo stupore è infatti uno «stordimento d'animo», come Dante stesso ci dirà nel Convivio (31).

Si può forse pensare che questo significato di burrus, e quindi la sua sinonimia con balbus, cominci a svilupparsi un secolo e più prima di Uguccione. La prima documentazione che abbiamo finora risale all'XI secolo ed è desumibile proprio da un passo di Benzone d'Alba. Egli situa baburrus (32) in una struttura sintagmatica tutta concentrata in una serie di termini significativi, tra cui si hanno i verbi baburrare, frendere, blaterare, e il sostantivo balbutatio, che ci riportano alle voci blesus ( fresus frendere) e in particolare balbus, cui Uguccione aveva appunto abbinato burrus. Eppoi lo stesso verbo blaterare che ci riconduce a quella sua area semantica cui si accennava sopra, che in fondo si struttura sullo stesso piano dell'area semantica di balare e che di essa in un certo senso fa parte: «Baburrus Alexander in cathedra collocatur, et prout volebat baburrando eos de servitio Dei ammonebat. Et cum diu multumque frendens blaterando verba perstreperet, nullusque balbutationem eius intelligeret, Annas ammonuit esse cessandum, atque in crastinum reservandum» (33)




 

V


 

Giunti a questo punto, sarà bene rivolgere brevemente la nostra attenzione agli episodi danteschi in cui appare il verbo in questione ed abbozzare qualche sommaria conclusione.

Come si è visto, la nostra indagine ci ha mostrato che il verbo dantesco «abborrare» ha il suo etimo nell'aggettivo sostantivato burrae di Papia ovvero nell'aggettivo burrus di Uguccione, due termini che, per il nostro scopo, potrebbero anche considerarsi come un unico lessema. Stabilito così l'aspetto etimologico, si dovrà dire che ciò che ora conta per noi è l'aspetto semantico che circonscrive tali voci. Ebbene, abbiamo sopra osservato che nel reticolato semantico alla base di burrae e burrus vi sono due nozioni fondamentali che ci interessano in modo particolare: quella di fatuus, nel senso di res vana, e quella di stupor nei suoi vari connotati. Sembra che questi significati possano adattarsi bene ai passi danteschi in cui appare il verbo «abborrare». Vediamo.


 

Paradiso XXVI. Iniziare l'analisi dei passi danteschi a ritroso, cioè prendere in considerazione per primo il passo di Paradiso XXVI, significa anche dover affrontare subito un grosso problema. È noto infatti che la maggior parte dei commentatori ha inteso il verbo in questo luogo come una forma di `abborrire', e quindi un hapax in Dante. Tuttavia, a noi è sembrato opportuno accogliere, ma solo in parte, la proposta del Porena il quale ha giustamente messo in evidenza la scarsa coerenza di tutto il passo qualora s'intenda «aborre» come voce del verbo `abborrire' e quindi `abborrisce', `ha in odio'. Anche il Mattalia, commentando il passo di Inferno XXXI, in cui appare «abborri», afferma che il verbo di questo luogo di Paradiso è «abborrare» (34). E lo è anche per noi. La forma «aborre», ovvero «abborre» con la geminata che è attestata da diversi codici dell'antica vulgata (35), invece che 'abborra', va semplicemente spiegata come metaplasmo di coniugazione (36). Quindi, secondo la nostra proposta, il passo potrà essere inteso in questo modo: «Come quando uno si sveglia per forza di una luce intensa, per lo spirito visivo ecc., e lo svegliato rimane attonito, stupito e disorientato di ciò che vede poiché il suo troppo improvviso `risveglio' (37) è ancora privo di coscienza (stupidus, quasi sine sensu) finché la virtù della stimativa non viene in aiuto, così...ecc.».

Dei moderni il Mattalia si avvicina forse un poco alla nostra interpretazione poiché, in questo luogo, egli parla di impressioni di irrealtà e stranezza che si ha nei bruschi risvegli ed afferma che il verbo `abborrare' «interpreta psicologicamente la prima impressione di straniamento e aberranza» che appunto si ha in tali risvegli. Ma ciò che ci conforta maggiormente è il fatto che nella seconda parte della comparazione dantesca, oltre a «quisquilia» (v.76), abbiamo proprio l'aggettivo «stupefatto» (v.80), cioè «non ancora totalmente libero dallo stupore, per il rapidissimo riacquisto della vista», come spiega il Mattalia; e solamente nove versi dopo abbiamo il gerundio «stupendo», cioè `stupito'; i quali, pur riferendosi a Dante personaggio, si riverberano sulla prima parte del paragone per quella necessità di compartecipazione dei nessi strutturali e semantici insita appunto nella comparazione stessa.


 

Inferno XXXI. Dei tre luoghi danteschi presi in considerazione, questo è l'unico in cui il verbo, messo in bocca a Virgilio, fa parte di un costrutto inteso come avvertimento, se non proprio come lezione de sensu et sensato, all'allievo. Il senso spesse volte è ingannato l'aveva già detto Dante nel Convivio (38) e quindi esso è, alcune volte, uno strumento e un veicolo in pericolo d'apportare immagini false alla fantasia. Qui, in Inferno XXXI, per l'eccessiva distanza che intercorre tra il contemplante e il `sensibile', il senso della vista prende una cosa per un'altra, come del resto accadrà anche in Purgatorio XXIX 49, là dove è detto che la lontananza «falsava nel parere» i candelabri della processione simbolica da farli sembrare sette alberi d'oro. Quindi il senso può presentare all'immaginativa una res vana che non corrisponde, cioè, alla realtà esteriore e che perciò è un errore. Qui, in Inferno XXXI, l'espressione «nel maginare» ha un valore prettamente tecnico; ne è conferma l'avverbio di tempo «poi». Infatti, prima ha luogo la sensazione dell'oggetto esterno tramite il sensorio della vista, la cui immagine, percepita e controllata dal `senso comune' e dall'estimativa, passa poi nell'immaginativa o fantasia (phantasia sive imaginativa idem sunt) per essere quindi immagazzinata nella memorativa (39). In questo luogo, dunque, il verbo «abborrare» non si riferisce alla sensazione dell'oggetto, ma alla sua percezione. Il suo valore perciò non può essere quello di «vedere confusamente», bensì quello di `percepire erroneamente', avere una immagine fatua o illusoria, che non corrisponde cioè alla realtà dell'oggetto sensibile.


 

Inferno XXV. Qui, come ebbe ad osservare il Momigliano con quella sua fine attenzione e sorvegliata sensibilità per la poesia dantesca, Dante prova «uno sbalordimento della fantasia dinanzi a cose non mai immaginate». E i due versi che seguono aggiunge il Momigliano «esprimono le due impressioni fondamentali degli spettacoli veduti: lo stupore dell'occhio e lo smarrimento dell'animo». Parole verissime, perchè infatti è il Poeta stesso che ce lo confessa: egli è «confuso e smagato» (vv. 145-46), prova uno sbigottimento profondo di fronte a cose nuove e «maravigliose» che egli stesso appena si consente di credere: «Se tu se' or, lettor, a creder lento / ciò ch'io dirò, non sarà maraviglia / che io che 'l vidi, a pena il mi consento» (vv. 46-48). La sensazione visiva opera su un terreno mai prima lavorato, di fronte a cose nuove e mirabili, quindi lo stupore. Ne consegue quello «stordimeno d'animo per grandi e maravigliose cose vedere» di cui Dante ci parla nel Convivio (40), e che lì è appunto parte della definizione di stupore; cose «che in quanto paiono grandi fanno reverente a sè quelli che le sente». E va notato che il termine «reverente», in questi due paragrafi del Convivio, è ripetuto ben tre volte in sintagma con «stupito» che sta ad indicare proprio il turbamento dell'animo. L'espressione «reverente a sé» ha strette corrispondenze concettuali con la psicologia aristotelico-tomistica concernente lo stupor: lo stupens (come l'admirans) «refugit in praesenti dare iudicium de eo quod miratur, timens defectum» (41). Ma in questo luogo dantesco siamo più vicini alla definizione uguccioniana di stupor ed al suo effetto psicosomatico, effetto cioè sulla memoria, sulla ratio e sul giudizio, e di conseguanza l'impossibiltà, o quasi, di esternare ad altri il proprio pensiero tramite l'organo dell'articolazione verbale, la lingua, ovvero tramite lo strumento della comunicazione scritta, la penna: «stupor, casus memoriam et rationem auferens, linguam impediens» (42). E qui viene a mente la similitudine del «montanaro rozzo e selvatico» di Purgatorio XXVI che, vedendo la città per la prima volta, è preso da stupore ("stupito") e «si ammuta». Anche la penna di Dante `si ammuta' un poco («fior»), come egli spiega negli ultimi sette versi del nostro canto, e quindi la narrazione rimane, nel giudizio di Dante, un po' incompleta ma non certo `abborracciata'. È, ci sembra, proprio questo senso di avvertita incompletezza della narrazione che induce Dante a scusarsi con il lettore. Noi abbiamo visto che questa insufficienza è causata dallo stupor sorto nel Poeta per la novità degli incredibili eventi, che si sono dipanati difronte ai suoi occhi.

Gino Casagrande

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N O T E

1. Cfr. E. RAGNI, abborrare, in Enciclopedia Dantesca [= ED], Roma, 1970-76, vol.I, p. 12.

2. G. A. SCARTAZZINI, Enciclopedia Dantesca, Milano 1896, vol. I, p.7. Cfr. anche E. RAGNI, abborrare, in ED, cit.

3. M. PORENA, Parole di Dante: il verbo «abborrare», in «Lingua Nostra», XIV (1953), pp.36-39.

4. A. ERNOUT - A. MEILLET, Dictionnaire étymologique de la langue latine, Paris 1959.

5. E. G. PARODI, Lingua e letteratura, a cura di G. FOLENA, Venezia 1957, p. 268.

6. Questa, come è noto, è la definizione del Toynbee. Cfr. P. TOYNBEE, Dante's Obligation to the «Magnae Derivationes» of Uguccione da Pisa, in «Romania», XXVI (1897), pp. 537-544. Ora anche in Dante Studies and Researches, London 1902, pp. 97-114; e in trad. italiana, Ricerche e note dantesche, Bologna 1904, pp. 25-45.

7. Cfr. W. M. LINDSAY, The Comedian Vatronius, in «The Classical Quarterly», XXIII (1929), pp.31-32.

8. Cfr. M. W. LINDSAY, ibid.,

9. Etym. X, 103.

10. Derivationes, s. v. stupeo, e for faris, rispettivamente.

11. Cfr. GUILLELMUS BRITO, Summa Britonis, a cura di L. W. DALY e B. A. DALY, Padova 1975, s. v. fatuus. L. B. e B. A. Daly pongono la completazione dell'opera del Bretone nel periodo 1250-1270, ma propendono verso gli anni cinquanta.

12. Cfr. GIOVANNI BALBI da GENOVA, Catholicon, s. v. Il Balbi alla fine della sua spiegazione del termine dice: «Hugutius vult fatuus dicitur qui fando ostendat imperitiam suam».

13. Si ricorderà che il sicomoro, per una falsa etimologia, era stato chiamato proprio ficus fatua, perché appunto sine fructu (e si cfr. s. GREGORIO, Moralia 37, PL 76, 444-446; ed anche BEDA, In Lucae Evan. Exp. XIX 1-4, PL 91, 559-562). Fatuus acquista poi il significato di `falso', `non vero' anche nella terminologia legale con riferimento al giuramento (ma solo duvuto ad ignoranza ed imperizia).

14. Cfr. PAPIA, Elementarium, s. v. stultus.

15.Cfr. Uguccione, Derivationes s. v. extollo.

16.Cfr. PAPIA, Elementarium, s. v. stupidus.

17. Per le parole a base raddoppiata in latino si veda JACQUES ANDRÉ, Les mots à rédoublement en latin («Études et Commentaires», 90), Paris 1978.

18. Cfr. DU CANGE, Glossarium mediae et infimae latinitatis, Paris 1937.

19. Cfr. ibid., s. v. burra

20. A. WALDEJ. B. HOFMAN, Lateinisches etymologisches Wörterbuch, 3 ed., Heidelberg 1938-1954, s. v. (vol. I, p. 90). Senza entrare nel problema strettamente filologico, si potrebbe supporre che piuttosto che a significati traslati di burra (sc. lana) ci troviamo di fronte ad omografi: 1burra , un possibile femminile sostantivato dall'aggettivo burrus (burra lana); e 2burra, un femminile sostantivato dall'aggettivo burru (-burrus = `stolto', `inetto', `vano', ecc).

21. 21 Tra cui nugaces = 'vani', 'fatui'; nugacitas = 'insanitas', 'inutilitas'.

22. Per i verbi espressivi sonori in latino, cfr. J. ANDRÉ, Les mots..., cit.

23. Cfr. FESTO: «Blaterare est stulte et praecupide loqui». Cfr. anche PAPIA: «Blacterare, sonus ranae; inde blacterones, inepte clamantes. Blas, stultus; indi blacterare, stulte loqui»

24. UGUCCIONE, Derivationes, s. v. blatera. Questo richiamo di Uguccione all'Anfitrione (atto II, scena 1, fine) è subito seguito da un altro richiamo di Plauto (Aul., atto II, scena 3) in cui appare il composto deblaterare.

25. Questo termine, sconosciuto ai vocabolari, è a raddoppiamento di base (*bal-b), come anche le altre voci che seguono. Tale raddoppiamento di base appartiene a un tipo ben rappresentato nelle lingue indo-europee. Cfr. J. ANDRÉ, Les mots..., cit., p. 18. Anche la voce baburrus è a raddoppiamento di base (*ba-b), come lo sono pure babigus, babiger, babellare, babillio, babosus, babullio, babugus e babulus, tutti dello stesso significato.

26. «Balbus a balbando [vul. balando] potius quam loquendo dictus, qui verba non explicat » (cfr. Etymologiae, X, 29; ed. Lindsay).

27. Blaesus passa nell'ambito del significato di balbus, ma ritiene anche il significato proprio di chi parla cum sibilatione: «anterius linguas ligatas habentes non bene formant S, et dicuntur blesi» (ALBERTO MAGNO, De animalibus, I, 2, 10. Cfr. ediz. H. STADLER, Beiträge zur Geschichte der Philosophie des Mittelalters, vol, 15, Münster 1916, p. 85); significato che d'altronde non viene generalmente assunto da balbus. Si tratta di una sinonimia a senso unico, come è evidente in Papia ed anche in Uguccione.

28. Ho collazionato i seguenti codici delle Derivationes: Plut. XXVII, sin 1 (s. XIV) e Plut. XVII, sin 5 (anno 1236, ma che qui è mutilo, come lo è alla voce baburra), entrambi della Lurenziana; Laud 626 (s. XIV) della Bodleiana di Oxford; Arundel 508 (s. XIII) e Addit. 18380 (anterire al 1280, proveniente da Padova), entrambi del British Museum.

29. Cfr. Paradiso, XXVII, 130, 133.

30. Uguccione, Derivationes, s. v. stupeo.

31. Cfr. Convivio, IV, xxv, 5.

32. Quello che noi abbiamo sopra chiamato forma lunga di burrus. Ciò potrebbe essere un punto a favore dell'opinione filologica di A. Walde che considera burrus come riduzione di baburrus. Cfr. supra e n. 19.

33. BENZO, Ad Heinricum IV Imp., 27: in MGH, Scriptores, vol XI, p. 632.

34. Si vedano le note 22-24 di Inferno XXXI in cui, tra l'altro, il Mattalia afferma: « Cfr. Par XXVI, 72-75, dove ricorre il verbo abborrare...». Nel luogo di Paradiso, tuttavia, egli non ne fa menzione, né sembra preoccuparsi della desinenza verbale in -e.

35. Cfr. La Commedia secondo l'antica vulgata, a cura di G. PETROCCHI, Milano 1966-67, ad l.

36. Del Porena non si può accogliere in questa sede né la correzione della forma ad «abborra» che non è attestata dalla tradizione manoscritta e che per di più comporta la necessità di sotituire `ricorra' a «ricorre» e `soccorra' a «soccorre» dei vv. 71 e 75; né si può accogliere il significato da lui conferito al verbo, «affuscato da borra»; benché il senso generale di «essere confuso» può avvicinarsi al significato da noi proposto.

37. Vigilia, nei vocabolari medievali, ha anche il significato di `lavoro' che qui converrebbe meglio di `sveglia', poiché la potenza o facoltà del vedere, che durante il sonno è in stasi, entra in `atto' o funzione per lo stimolo dell'immagine del sensibile. Cfr. Convivio, I, 11; II, 2, 8; III, 7, 9; cit. dal Mattalia a proposito dell'interesse scientifico di Dante per i fenomeni dell'ottica.

38. Cfr. Convivio, IV, viii, 6.

39. Come si sa, questo è il pensiero comune tra gli Scolastici per quanto concerne il problema del sensorio, del senso e del sensato. Per una chiara puntualizzazione si veda, tra altri, S. TOMMASO, Summa, Ia, 78, 4.

40. Convivio, IV, xxv, 5-6.

41. Cfr. S. TOMMASO, Summa Ia IIae, 41, 4, ad 4 et 5. Si ricorderà che nei vocabolari medievali , e già in Isidoro (Etym. X, 248), stupens è sinonimo di stupidus ed è usato più frequentemente di questo.

42. 42 Cfr. UGUCCIONE, Magnae derivationes, s.v. stupeo.

Gino Casagrande