PAROLE DI DANTE: "ìndico legno"

PAROLE DI DANTE - CONTRIBUTI DI FILOLOGIA DANTESCA
 

 


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«INDICO LEGNO»

(Purgatorio VII, 74)





Come è noto, il verso di Purgatorio VII, 74 («indaco, legno lucido e sereno») (1), dubbio non solo dal punto di vista del valore semantico ma anche per il problema dell'interpunzione, nella sua lunga storia delle interpretazioni dantesche, è stato naturalmente inteso in modi diversi (2)

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Un cinquantennio fa D. H. Austin propose una nuova interpretazione che indicava in «legno» una pietra preziosa di origine indiana: la lychnite (3). La nota dell'Austin che era basata su un passo di Isidoro (4) e che si confortava su un riferimento di Plinio (5) non era stata rifiutata dal Vandelli; anzi nello spoglio del Vandelli si notava un certo assenso verso l'ipotesi dell'Austin e per di più si consigliava di continuare la ricerca (6). Al Vandelli, inoltre, va il merito d'aver indicato che nel lessico di Uguccione da Pisa si ha un lemma lignis che viene appunto definito come «quaedam gemma valde ardens». Per di più in Vandelli c'informa che sotto lo stesso lemma un codice di Uguccione così legge: «...et hic lignus -ni et hoc licinium -nii in eodem sensu» (7). Ma, come si vedrà poi, lignus in questo luogo particolare non può che essere un lettura erronea.

L'indicazione del Vandelli non fu accolta dai vari commenti che seguirono, né -- ch'io sappia -- si sono fatte, da allora, ulteriori ricerche. Tuttavia, recentemente, il Porena e il Chimenz nei loro commenti, ed il Petrocchi nella sua edizione, si sono allontanati dalle interpretazioni tradizionali mostrandosi ben disposti ad avvicinarsi all'ipotesi dell'Austin e quindi ad intendere il «legno» dantesco nel significato della pietra preziosa lychnite. Ultimamente poi anche il Mazzoni ha accolto la legittimità d'una tale interpretazione, valida possibilmente anche dal punto di vista compositivo, in quanto i vv. 74-75 potrebbero appunto essere indicativi di uno «studiato parallelismo aggiuntivo, tutto in chiave di lapidario («indico legno...fresco smeraldo») (8).

Ora, la gemma lychnis -- ed è questa la lezione corretta di Isidoro accolta dal Lindsay, con la variante però di lignis che passa poi nel lessico di Uguccione -- non è altro che una qualità di «carbonchio», del gruppo cioè di quelle gemme che Isidoro raccoglie sotto la qualifica di ardentium, ma che più comunemente sono descritte sotto carbunculus, delle cui dodici specie i compilatori delle enciclopedie medievali descrivevano in particolar modo le prime tre, cioè le più importanti: il carbunculus vero e proprio, d'origine libica; il Sandasirus e la lychnis, entrambi d'origine indiana (9)

Isidoro, Bartolomeo Anglico e gli altri compilatori delle enciclopedie medievali e dei lapidari ricevono la lychnis da Plinio nel suo genere femminile, e quindi rimane femminile anche nelle varie sue forme. Pertanto ciò che importa è stabilire con una certa sicurezza che tra i possibili nomi di questa pietra ve ne fosse uno maschile usato nel periodo in cui Dante scrive per evitare il problema del cambio del genere che un rifacimento del nome, diciamo, o a Isidoro o a Bartolomeo Anglico, ecc., imporrebbe. Ebbene, si è accennato sopra che il Vandelli leggeva appunto in un codice del lessico di Uguccione lignus. Però, come si è detto, tale lezione deve ritenersi errata, e almeno per due ragioni. In primo luogo, come ci metteva in guardia lo stesso Vandelli, di tutti i codici da lui scrutinati quello scelto per avallare tale forma era l'unico che leggesse lignus. In secondo luogo la citazione del Vandelli è incompleta e pertanto risulta erronea poiché viene a creare, tra le forme possibili del nome della gemma, anche quella di licinium; cosicché licinium e il presunto lignus verrebbero ad essere sinonimi, usati cioè come dice il testo «in eodem sensu», di lignis, intesa come gemma. Noi sappiamo invece che licinium altro non è che un tardo latino (10) che indica il 'lucignolo' o lo 'stoppino' della lucerna e della candela, e che quindi ha ben poco a che fare con lignis nella sua accezione di lychnis, cioè della pietra preziosa che c'interessa.

Intanto, per ciò che concerne il termine lignis, si dovrà dire che Uguccione, nel suo lessico, vuole stabilire due cose: (1) che lignis è il nome dato ad una certa gemma preziosa che trova la sua giustificazione di essere raggruppato sotto tale lemma per la sua natura lucente; (2) che lignis, licinium e il presunto lignus sono termini sinonimici, con il significato di 'lucignolo' o 'stoppino', e che per di più vengono talvolta anche usati metonimicamente per 'candela', 'lucerna', 'lume', poichè lignis è parola greca che in latino vale «lux vel lumen vel lucerna». Una conferma di ciò l'abbiamo da Giovanni Balbi da Genova il quale, nel suo vocabolario, lemmatizza lignis subito accanto a licinium («Licinium, lignis grece, latine dicitur lux vel lumen vel lucerna...»); ed infatti è proprio Giovanni Balbi a citare l'auctoritas di Virgilio per ciò che concerne l'uso metonimico di tali parole (11).

Nel lessico di Uguccione poi, oltre alle forme lichnus e licinus testimoniateci dal Vandelli, troviamo anche la forma licinus che -- come si è detto nella nota precedente -- è già una delle varianti di Isidoro. Nel luogo particolare di Uguccione che c'interessa, le forme lignis, licinium e licinus hanno lo stesso significato di 'lucignolo' ecc., come già detto. Queste tre forme vengono poi riprese da Giovanni Balbi. Ma il Balbi, nella riorganizzazione del materiale uguccioniano per il suo vocabolario, sentì la necessità di scartare lignis nella sua accezione di 'gemma ardente' sotto il lemma licinium, poichè tale significato è così dissimile da quello di 'lucignolo' e, come si è accennato sopra, ha ben poco a che fare con esso. Il Balbi, ovviamente, ritiene la forma licinus; anzi sotto questo lemma, spiegato come «genus vestimenti», egli dichiara che licinus ha anche un altro significato per cui rimanda il lettore al lemma licinium.

La lezione del codice (sec. XIV) su cui il Vandelli basava la sua lettura potrebbe derivare dalla confusione tra due parole, licinus e lignus, per un comune errore di scambio di lettere: il nesso -ci- è stato preso per la lettera -g-. Ma, se errore è, esso risale ad un codice anteriore al 1250, poiché Guglielmo Bretone nella sua Summa loda Papia d'aver usato la voce «lichinus» di vergiliana memoria, mentre in un certo senso biasima Uguccione d'aver adoperato il termine lignus -- che passa poi nel Graecismus di Eberardo di Bethune (1212) -- per indicare appunto non la gemma preziosa, ma il lucignolo o lo stoppino della candela (12).

L'interpretazione del Vandelli è così risultata inesatta per l'errata interpunzione e, maggiormente, per la mancata lettura completa della frase, come si può vedere dal seguente confronto:

TESTO DEL VANDELLI (LAUR. XXVII, SIN 1):
Lignis graece; latine dicitur lux, vel lumen, vel lucerna; unde hec lignis quaedam gemma valde ardens, et hic lignus -ni et hoc licinium, -nii in eodem sensu:

TESTO SECONDO LAUR. XXVII SIN 5 E LAUD 626:
Lignis grece, latine dicitur lux, vel lumen, vel lucerna. Unde hec lignis, quedam gemma valde ardens. Et hic licinus -ni et hoc licinium -nii in eodem sensu: scilicet, funis candele qui ardet in candela vel cicendula lucerne; et dicuntur sic quia dent lumen; et quandoque ponuntur pro ipsis candelis vel lucernis.

Eppure l'asserzione del Vandelli che «tra le forme possibili del nome della pietra [...] c'era anche lignus» -- benché, come s'è visto, illegittima per ciò che concerne il testo uguccioniano -- è un'intuizione che rimane quanto mai valida. Tant'è vero che il vocabolo lignus, per indicare una pietra preziosa, è già reperibile in un lessico anteriore a quello di Uguccione, cioè nell'Elementarium di Papia, in cui viene lemmatizzata anche la voce lychnites. Ora, stando a Papia, può sembrare che lychnites e lignus siano nomi che indicano gemme diverse

LICHNITES - lapis fragrantiam [leggi flagrantiam] excitat lucernarum.
LIGNUS - genus gemme ardentis.

Tuttavia vi è tra loro un nesso semantico comune che le lega e che ci riporta direttamente a Isidoro e a Plinio, vale a dire la qualifica di 'ardente': «Lychnis ex eodem genere ardentium est, appellata a lucernarum flagrantia» (Isidoro); e «Ex eodem genere ardentium est lychnis appellata a lucernarum accensu» (Plinio) (13).



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La lychnis si può trovare in diversi luoghi del mondo ed è distinta in quattro specie. Vi è accordo tra gli esperti dell'arte lapidaria e quindi tra gli enciclopedisti medievali che di queste quattro specie la più rinomata e preziosa è l'indica. Anche Plinio ed Isidoro affermano che l'indica è «probatissima». Ora, mentre Isidoro si limita semplicemente a segnalare che vi sono quattro specie di lychnis, senza aggiungere altro, Plinio ce ne indica le località di provenienza, tra cui la Caria. È noto che la Caria era una regione che confinava con la Ionia e che divenne colonia ionica intorno al 500 avanti Cristo; ed è curioso notare come in un codice pliniano -- del 1496 e quindi accolto dal De Saint-Denis solamente per le varianti ma di fondamentale importanza per noi perché, evidentemente, è un antigrafo di un manoscritto che Vincenzo di Beauvais ha a portata di mano e da cui egli infatti trascrive nel suo Speculum naturale -- si legge : «...Quidam enim eam [cioè la lychnis Indica] dixerunt esse carbunculum remissiorem. Secunda bonitate similis est Ionica, sic a floribus prolatis appellata» (14). Si vengono così a stabilire le due specie più importanti della pietra preziosa: la lychnis indica e la lychnis cario-ionica (15).

Ora sembrerebbe quanto mai naturale che Dante, essendo a conoscenza di queste specie diverse della lychnis volesse fare una distinzione e che quindi scrivesse «indico legno» per distinguere -- diciamo -- da un possibile 'cario' o 'ionico legno'. Del resto egli, una volta deciso di riferirsi al colore o, meglio, alla luminosità d'una pietra preziosa come questa, non avrebbe potuto scrivere 'indico', tout-court, poiché secondo Uguccione e Giovanni Balbi l' indicus (da non confondersi con quell'arbusto dell'India, già noto a Plinio, nominato indicum, che oggi noi chiamiamo indaco) è una pietra di color bianco (16).

L'Austin aveva intuito bene affermando che ciò che conta nel verso dantesco non è il colore vero e proprio della gemma, ma la sua lucentezza e la sua chiarezza (17). D'altronde non è forse inutile notare che lo stesso colorante purpura che si ricava da alcune conchiglie marine, tra cui la murex e l'ostrum (18), viene usato come qualifica di una delle specie della lychnis: «una quae purpura radiat», dice Isidoro. Anzi, secondo Plinio, tale colore purpureo sembra proprio qualificare la lycnis di primo rango, cioè l'ìndica (19). Ma ciò che qui interessa è che purpura (insieme ad ostrum e murex) è un termine cui moltissimi scrittori classici associano i verbi fulgere, effulgere, praefulgere, refulgere, micare, nitere, renidere, radiare, splendere; e gli aggettivi splendidus e perlucidus (20). Sappiamo anche, da Isidoro e dai vocabolari medievali, che purpura si rifà nella sua 'etimologia' alla purezza della luce (21), e Bartolomeo Anglico cercherà di darne la ragione: « Purpura a puritate lucis est dicta qui in his regionibus gignitur eius materia, quas solis cursus iluminat et illustrat» (22); infatti l'epiteto di purpureo qualifica anche il sole e la sua luce (23).

Da quanto si è detto, sembrerebbe quindi che nulla impedisca d'accogliere tale proposta e ricevere il «legno» dantesco, nella fattispecie, nell'accezione della lychnis indica. Pertanto sarebbe anche opportuno ritornare alla lezione indico, e quindi «indico legno», che, come ha notato il Petrocchi è ampiamente rappresentato dai codici dell'antica vulgata (24). Tanto più che gli aggettivi del verso dantesco «lucido e sereno» indicano assai bene il 'preclaro splendore', cioè la radiazione 'lucente' e 'luminosa' della preziosa gemma indiana la cui descrizione Dante trovava non solo nei lapidari nei lessici e nelle enciclopedie medievali, ma forse anche nella traduzione e nell'amplificazione di quel poema geografico del greco Dionisio, la Periegesis, ad opera del celebre grammatico Prisciano che, come si sa, fu ben noto al poeta fiorentino:

Hic lychnis lucem simulat splendore lucernae
Hinc meruit nomen praeclaro lumine dignum (25).

Gino Casagrande

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N O T E

1. Questa è la lezione e l'interpunzione adottata dal Petrocchi (cfr. La Commedia secondo l'antica vulgata, a cura di G. PETROCCHI, Milano 1966-67, III, p. 113). Lo Scartazzini legge: «indico legno lucido sereno». Dei moderni, il Sapegno legge: «indico legno, lucido sereno»; il Mattalia: «indico legno, lucido, sereno»; il Chimenz: «indico, legno lucido, sereno».

2. Per un breve ma lucido quadro delle interpretazioni tradizionali, cfr. l'edizione maggiore dello Scartazzini (La Divina Commedia riveduta nel testo e commentata, a cura di G. A. SCARTAZZINI, Leipziz 1875-1890. Si vedano anche le voci indaco e legno, rispettivamente a cura di A. ADAMI e A. LANCI, in ED, III.

3. D. H. AUSTIN, Dante Notes, in «Modern Languages Notes», XXXVII (1922), pp. 36-39.

4. ISIDORO, Etym., XVI, xiv, 4.

5. PLINIO, Nat. Hist. XXXVII, 29.

6. G. VANDELLI, in «Studi Danteschi», XII (1927), pp. 100-101.

7. Il codice indicato è il Laur. XXVII, sin. 1, che ho sottomano insieme al Laur. XXVII, sin. 5 della Laurenziana e al Laud 626 della Bodleiana di Oxford. A detta del Vandelli stesso, altri codici però (compresi i due sopra citati) leggono lichnus -ni, vale a dire il lychnus o lychnius, nel significato di «cicendula lucernae», come si dirà più oltre.

8. Cfr. La Divina Commedia, Purgatorio. Con i commenti di TOMMASO CASINI, SILVIO ADRASTO BARBI e di ATTILIO MOMIGLIANO. Aggiornamento bibliografico-critico di FRANCESCO MAZZONI, Firenze 1973. p. 165.

9. Cfr. ISIDORO, Etym., XVI, xiv, 4 (ediz. LINDSAY); BARTOLOMEO ANGLICO. De rerum proprietatibus, XVI, 26. In Bartolomeo Anglico i nomi di queste due ultime gemme sono: Sandareson e lychnites.

10. La parola sembra essere un rifacimento di ellychnium, reperibile già in Vetruvio (cfr. BATTISTI-ALESSIO, DEI, s. v. lucignolo). In Papia abbiamo anche le forme luchinus, lychnius, lychinus e licinius (quest'ultimo termine è dato dal Du Cange).

11. Cfr. Eneide I, 726-727 e SERVIO, Aen., I, 727. L'edizione veneziana del Catholicon del 1495 ha «Lichnium, lichnos grece...», invece di «Licinium, lignis grece...» dell'edizione Mainz 1460 che seguo; e allo stesso tempo lemmatizza lignis separatamente nel senso di lux, lumen vel lucerna. Del resto in Isidoro troviamo già le seguenti varianti: lychnium, licinium, licicinium, lucinium, , , lychnus, licinius, e licinus (cfr. ISIDORO, Etymologiae, XVII, vi, 25; XVII, vii, 65; XX, x, 2).

12. Cfr. GUILELMUS BRITO, Summa, a cura di L.W.DALY e B.A.DALY, Padova 1975, s. v. lignum. Cfr. anche EBERHARDI BETHUNIENSIS, Graecismus, a cura di J. WROBEL, Vratislaviae 1887, cap. XII, vv. 162-163. Wrobel non accoglie lignus come lezione critica e lo relega in apparato.

13. Cfr. ISIDORO, Etym. XVI, xiv, 4; PLINIO, Nat. Hist., XXXVII, 29. Per Papia lychnites e lignus vengono quindi a significare la stessa cosa. Ma noi sappiamo che non è così per Plinio; infatti secondo lui lychnis e lychnites non hanno niente in comune; poiché per Plinio lychnites non è altro che un marmo bianco di Paros, nelle Cicladi (cfr. Nat. Hist., XXXVII, 14).

14. Cfr. VINCENZO di BEAUVAIS, Speculum naturale, VIII, 79. L'edizione critica legge così: «... Quidam remissiorem carbunculum esse dixerunt, secundam bonitate, quae similis esset Iovis appellatis foribus» (cfr. PLINE L'ANCIEN, Histoire naturelle, XXXVII, a cura di E. DE SAINT-DENIS, Paris 1972, p. 78.

15. Il De Saint-Denis afferma che «la lychnis de Carie [e noi possiamo aggiungere: 'e della Ionia'] serait alors le grenat, et celle de l'Inde le rubis» (cfr. E. DE SAINT-DENIS, Commentaire, in PLINE L'ANCIEN, Histoire..., XXXVII, cit., p. 159.

16. Cfr. UGUCCIONE, Magnae derivationes, s. v. indus. GIOVANNI BALBI, Catholicon, s. v. India.

17. Cfr. D. H. AUSTIN, Dante Notes, cit. p. 39.

18. Cfr. ISIDORO, Etym., XII, vi, 50; XIX, xxviii, 2-4.

19. PLINIO, Nat. hist., XXXVII, 29.

20. Così Cicerone, Virgilio, Silio Italico, Marziale, Apuleio, Petronio, Ovidio, ecc.; per cui si veda J. ANDRÉ, Études sur le termes de coleurs dans la langue latine (= «Études et Commentaires», VII), Paris 1949, pp. 97-101.

21. ISIDORO, Etym. XIX, xxviii, 5; PAPIA, Elementarium,s. v.

22. BARTOLOMEO ANGLICO, De rerum propr., XIX, 36.

23. Cfr. J. ANDRÉ, Études..., cit., p. 99.

24. G. PETROCCHI, La Divina Commedia..., cit., III, p. 113.

25. Cfr. PRISCIANO, Periegesis, vv. 1071-72; edizione critica a cura di P. V. DE WOESTIJNE, Brugge 1953. Il De Woestijne ci dice che benché la versione latina sia in genere fedele, qui e lì si notano delle correzioni e delle aggiunte che Prisciano attinge da Solino. Infatti è importante notare come proprio in questo luogo il testo greco non abbia la descrizione della lychnis che Prisciano riprende da Solino, 52, 58, (61).

Gino Casagrande