PAROLE DI DANTE: Una proposta per "Rime" 22 (LXIX), 7.

PAROLE DI DANTE - CONTRIBUTI DI FILOLOGIA DANTESCA
 

Busto di Dante al Pincio  (Roma). Opera di G. Doppieri, 1850.

Dante del Pincio
G. Doppieri 1849-50


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9

 

‘Cera’ nei poeti el Duecento e in Dante:

Una proposta per Rime 22 (LXIX), 7

 

Lo scopo di questi appunti è quello di isolare e quindi analizzare nel contesto in cui si presentano due sostantivi che ricorrono assai di frequente nella lirica dei nostri poeti del Duecento, cioè le parole céra e cèra ( meno comunemente cièra), per poi vedere il significato particolare che tale omografo(1) acquista nell'unica occorrenza delle Rime di Dante – anche alla luce di altre occorrenze nel Paradiso.

Innanzi tutto vorrei premettere due osservazioni. La prima è la seguente: sembrerebbe che cera nel senso di 'viso' non abbia nulla a che fare con l'altra cera nel significato di ‘materia molle e gialliccia della quale le api compongono i loro favi negli alveari che facilmente arde e ardendo si liquefà’. Questa cera delle api deriva dal latino classico KERA. L'altra sembra essere tutt'altra cosa e sembra avere tutt'altra orgine. Il Diez fu il primo a ricondurre la derivazione di questa parola al basso latino CARA, nel significato di 'aspetto', 'sembiante', 'viso', di cui egli purtroppo non trovò che un esempio in un autore del VI secolo. Né altri filologi dopo di lui poterono indicare altri esempi. In mancanza di meglio, questa parola si fa derivare dal greco κάρα che significa 'testa' e, raramente, anche 'viso', 'aspetto'. Vi fu però un altro insigne filologo, questa volta italiano, Isaia Ascoli, che contestò il maestro Diez e propose invece la stessa derivazione dell'altra parola, cioè dal latino KERA che al plurale ebbe infatti il significato traslato di 'figura di cera', 'immagine' – specialmente con riferimento alle immagini degli antenati, gli dèi penati, che per una lunga tradizione si usavano fare appunto di cera. La proposta dell'Ascoli, che in sostanta si basava su una relativa forma aggettivale (kerea, sottinteso imago), ebbe purtroppo il destino di rimanere oscura; e oggi l'etimologia proposta dal Diez e sottoscritta poi dal Mayer-Lubke va per la maggiore.

La seconda osservazione sorge in un certo senso dalla prima, ma è necessitata dall'assunto, poiché implicitamente esclude dalla ricerca altre parole che hanno o potrebbero avere lo stesso significato; parole come viso, faccia, volto. Qui vorrei ribadire che l'oggetto di questi appunti è focalizzato verso i due omografi. Mi limiterò solo a dire che viso, volto, e faccia sono termini più o meno sinonimici; senonché il volto, cui pertiene la voluntas, definisce il viso nella sua intima moralità, mentre la faccia solo nella sua apparenza. Isidoro di Siviglia si spiega così:

«Facies dicta ab effice. Ibi est enim tota figura hominis et uniuscuisque personae cognitio. Vultus vero dictus, eo quod per eum animi voluntas ostenditur. Secundum voluntatem enim in varios motus mutatur, unde et differunt sibi utraque. Nam facies simpliciter accipitur de uniuscuisque naturali aspectu; vultus autem animorum qualitatem significat»(2).

Questa definizione, che in effetti si rifà parzialmente ad un passo di S. Ambrogio(3), la possiamo trovare anche in uno dei poeti di cui ci stiamo qui occupando. E precisamente in una canzone di Chiaro Davanzati in cui cera è sinonimo di 'volto' e pertanto della volontà dell'individuo:

glorificando me in grande stato,
fate sì come apone
lo savio, sormonando
che, la cera guardando,
lo voler dentro si può giudicare(4).

Ma devo affrettarmi a dire che questo non significa che il termine cera, nel senso di 'viso' sia sempre sinonimo di 'volto'; né che la parola faccia travalichi la sua etimologia e venga a prendere l'accezione di 'viso' e 'volto', come infatti accade spesso anche in Dante.

 

1

Nella Commedia la parola cera, che viene usata una dozzina di volte, non ha mai il significato di 'viso'. Vi sono alcuni luoghi in cui questa voce viene usata in senso tecnico, in combinazione con «suggello». Uno di questi luoghi si riferisce ai famosi bassorilievi del X canto del Purgatorio

e aveva in atto impressa esta favella
'Ecce ancilla Dei', propriamente
come figura in cera si suggella.
(Purg. X, 43-45)

Un alro si riferisce alla tenacità del cervello di Dante che porta entro di sé la forma scritta, cioè la figura delle lettere(5) rigurdanti la profezia di Beatrice nell'ultimo canto del Purgatorio. È Beatrice che parla:

'voglio anco, e se non scritto, almen dipinto
che 'l te ne porti dentro a te per quello
che si reca il bordon di palma cinto'.

E Dante risponde:

E io: 'Sì come cera da suggello
che la figura impressa non trasmuta,
segnato è or da voi lo mio cervello'.
(Purg. XXXIII, 76-81)

È chiaro che qui la la parola «cervello» sta per 'memoria', non solo perché il senso è ovvio, ma anche perché cera nel significato traslato viene ad acquistare l'accezione di 'memoria', come si può chiaramente leggere in un passo di Bonaventura: cera significat tenacem memoriam, ed evincere da tutta l'antica e comunissima tradizione relativa all'immagine dell'anello e della cera. La tradizione risale infatti ad un passo del De Anima [II, 1 (412b) e II, 12 (424a)] e costituisce un punto fermamente canonico per tutti i commentatori, tanto arabi quanto latini, del trattato aristotelico. Il passo che si riferice alle specie della realtà esterna recepite dai sensi ed impresse nella memoria, è infatti così comune che verrà lemmatizzato anche nelle enciclopedie e nei vocabolari medievali, come ad esempio nelle opere di Papia, Uguccione, Giovanni Balbi e Guglielmo Bretone(6).

Ma se la cera è apta a ricevere la forma del sigillo, essa è anche apta nutriendum ignem et lucem, e quindi anche il fuoco entro il cuore del poeta. Di questo si potrebbero trovare versi di un grandissimo numero di poeti. Tanto per elencare qualche nome si ricorderanno Guido delle Colonne, Panuccio, Bonagiunta, Meo Abbracciavacca, Galletto, Chiaro Davanzati, ecc., fino al Petrarca ed oltre.

In Meo, ad esempio, troviamo una similitudine che adombra uno stretto legame tra la luce prodotta dalla candela e la luce che viene al poeta dalla «chiara spera» della donna:

Come risprende in oscura paruta
cera di foco apprisa,
sì m'ha 'llumato vostra chiara spera(7).

Lo stesso si ha in un sonetto di Galletto, come anche in una sua canzone intitolata Credeam' essere, lasso!, la quale è imbevuta di una forte tensione sensuale:

.....................................
sì siete adorna e gente,
fate stordir la gente
quando vi mira in viso.

II
Ed eo, ponendo mente
la vostra fresca ciera,
ch'è bianca più che riso,
feristimi a la mente;
ond'ardo como cera,
levastimi lo riso(8).

Ed anche in un sonetto di Chiaro Davanzati in cui, come nella canzone di Galletto, la cera delle api è in rima equivoca con cera nel senso di faccia:

Il parpaglion che fere a la lumera
per lo splendor, ché sì bella gli pare,
s'aventa ad essa per la grande spera,
tanto che si conduce a divampare:
così facc'io, mirando vostra cera,
madonna, e 'l vostro dolce ragionare,
che diletando struggo come cera
e non posso la voglia rinfrenare(9).

Ed ancora in Chiaro, in un famoso sonetto in cui, come nella canzone di Meo, vi è anche la similitudine della donna «lumera» che, come luce splendente, dà «chiarore» a « ogni scura parte»(10). Infatti siamo proprio nell'ambito di quella tipica opposizione tra chiarore e oscurità che si trova in vastissimi strati della nostra poesia dugentesca, e che già il De Lollis – è ormai più di un secolo – pensò di ricondurre ad una comune fonte occitanica(11). In fondo, se spingiamo i tempi più indietro, ci accorgiamo che questa opposizione tra chiarore e oscurità ha un suo anteceente biblico e si rifà ad un immagine govannea(12) su cui sarebbe qui superfluo intrattenermi, poiché mio scopo è semplicemente quello di notare lo stretto legame, vorrei dire la quasi contiguità, che si tabilisce tra i due omografi, e quindi il rapporto che cera nell'accezione di 'viso' viene ad acquistare con i termini lume, lumera, luce.

Se non vado errato, da questa breve indagine, sembra che il rapporto, cioè la giacitura sintagmatica o concettuale tra cera e l'idea di luce, quasi totalmente assente nei Siciliani, venga a realizzarsi nei Toscani ed in particolare negli stilnovisti, incluso lo stesso Dante. Ma, come si è accennato all'inizio, in Dante l'occorrenza sarebbe esclusivamente unica, e quindi si tratterebbe di un hapax.

*

Per il controllo dei poeti siciliani ho seguito il repertorio tematico di Walter Pagani che, nonostante i suoi trentacinque e più anni, è ancora indubbiamente utile per lavori di questo genere(13). Da questo repertorio si apprende che vi sono 17 epiteti che si riferiecono a cera nel senso di 'viso': i tre più comuni sono dolce, piacente, fresca. Come si è detto sopra, gli aggettivi lucente, splendente e chiaro mancano quasi del tutto in giacitura con cera, sempre nel significato di 'viso'. Al contrario, questi aggettivi (lucente, splendente e chiaro) si trovano spesso riferiti al termine viso, in cui 'chiaro' figura addirittura in ben 14 occorenze.

Tuttavia, il fatto che cèra non sia direttamente modificato da un epiteto che indichi luminosità non significa affatto che questo termine cèra non acquisti un tale significato nel contesto significante in cui appare – sia esso una quartina o una stanza di canzone o in altri sintagmi. Infatti in diversi componimenti il termine cèra potrebbe, senza alcun dubbio, essere classificato come elemento portante di tutta una struttura, articolata, nel contesto stesso che lo agisce, proprio intorno al concetto di 'luminosità'.

Mi affretterò a dire che si hanno molte composizioni poetiche di questo tipo, alcune di anonimi Siciliani, altre di poeti ben conosciuti tanto siciliani come anche siculo-toscani e tosco-emiliani. Accennerò solo ad alcuni, che prendo dal Panvini e che grosso modo divido in due gruppi: uno in cui il concetto di luce viene espresso dalla parola spera, e l'altro in cui tale concetto è espresso da lumera o altre voci strettamente connesse ad termine lumera. Così in un discordo di Re Giovanni si legge:

............................
Oi chiarita spera!
la vostra dolze ciera
de l'altr‹e› è genzore.
(Rime, 85)

E Giacomo Pugliese, nella canzone Donna per vostro amore, dice:

Voi siete mia spera
dolce ciera; ...........
(Rime, 155-6)

E finalmente in un'altra canzone attribuita a Guido delle Colonne in cui il ponte semantico tra ciera e spera viene condensato proprio nell'epiteto lucente :

Ben passa rose e fiori
la vostra fresca ciera
lucente più che spera,
...................................
(Rime, 406)

Questa canzone attribuita a Guido può considerarsi qui come punto di passaggio al nostro secondo gruppo in cui dalla spera si passa alla lumera, con moltissime occorrenze nel senso di 'lucerna', 'lume' e, paricolarmente, 'luce'. Non so se si possa affermare che da cèra ci stiamo avvicinando verso céra, cioè quella materia che serve a produrre la luce. Certo che si sarebbe tentati di affermarlo, particolarmente quando si leggono componimenti come il seguente sonetto, rimasti finora anonimo, in cui vi è persino la similitudine della candela. Prendo il sonetto dal Panvini e vorrei far notare che esso è stato collocato anche tra i componimenti incerti del Davanzati:

...................................................
come candela à picciola clartate
a gran lumera, quando appresso l'arde,
così l'altre vi sono asomigliate:
però di starve apresso son codarde
.....................................................
le donne come gli uomeni ferite,
e voi medesma fer’ e inamorea
la vostra ciera, quando la vedite.
(Rime, 628)

Ci stiamo avvicinando verso un gusto stilnovistico e innalzando verso gli astri. Così in un ultimo sonetto di questo gruppo, che è pur anonimo nella maggior parte dei manoscritti ma che uno di questi lo assegna proprio a Cino da Pistoia, si legge:

Come lo sol, che tal'altura passa
e sempre alluma sua clarita spera,
e 'nver di noi giammai niente abassa,
ed è nel mondo de li occhi lumera;

così voi siete d'ogni biltà massa
e di valor sovr'ogni donna altera,
sì che di voi guardar nessun non cassa
là dove appare vostra adorna ciera.
(Rime, 628)

 


2

Il termine cera, nel significato di 'volto' o 'faccia', come altre parole, modi di dire e stilemi, passa dai Siciliani ai Toscani ed ha una grandissima fioritura in Chiaro Davanzati. Tra gli stilnovisti è rarissimo in Guinizzelli e in Cavalcanti, del tutto assente negli altri stilnovisti – quali Lapo Gianni, Gianni Alfani, Dino Frescobaldi – ma comunissimo in Cino da Pistoia(14). Come si è detto, Dante usa questa parola una sola volta, nelle Rime e precisamente in un sonetto che qui c'interessa direttamente. Pertanto, tralasciando due pur interessanti composizioni, un sonetto di Guinizzelli e una ballata di Cino(15), verrò a Dante. Il sonetto è il numero 22 dell'edizione del Contini e il LXIX di quella del Barbi. S'intitola Di donne io vidi:

Di donne io vidi una gentile schiera
questo Ognissanti prossimo passato,
e una ne venia quasi imprimiera
veggendosi l'Amor dal destro lato.

De gli occhi suoi gittava una lumera,
la qual parea uno spirito infiammato;
e i’ ebbi tanto ardir ch'in la sua cera
guarda’, ‹e vidi› un angiol figurato.

A chi era degno donava salute
co gli atti suoi quella benigna e piana
e ’mpiva ’l core a ciascun di vertute.

Credo che de lo ciel fosse soprana,
e venne in terra per nostra salute:
la’nd'è beata chi l'è prossimana(16).

Nel sonetto di Dante abbiamo la cera, la lumera ed anche la figura. Secondo il Contini, la figura disegnata sul volto della donna potrà essere la figura di Amore. In tal senso l'insigne critico avrebbe potuto sostanziare questa sua affermazione, come giustamente è osservato in Barbi(17), con un rimando ad un famoso sonetto di Cino dove si dice: Li occhi a tal maestria par che vi mova / l'Amor ch'è figurato in vostra cera(18).

Qui mi pare che il concetto di figura richiami fortemente il concetto di cera come materia atta a ricevere le impressioni della forma, e che quindi il discrimine tra i due omografi cèra e céra è al grado zero. E questo tanto per il sonetto di Cino, come per quello di Dante. Vorrei inoltre notare che nel sonetto di Dante il termine angiol è quanto mai esplicito e mi sembra che abbia poco o punto a che fare con «l'angiolel d'amore» della sua ballata Per una ghirlandetta(19). È stato opportunamente osservato in Barbi(20) che qui 'angiol' fa piuttosto pensare ad una frase della Vita Nuova (XXVI 2) dove si dice: «questa non è femmina, anzi è uno de li bellissimi angeli del cielo». Tale punto di vista è del resto palesemente confermato anche dai vv. 12-13: «Credo che del ciel fosse soprana / e venne in terra per nostra salute».

La critica, purtroppo, non può offrirci nemmeno una data approssimativa, né assegnare l'occasione della composizione del sonetto Di donne io vidi. Il Bartoli e lo Zingarelli, appoggiati poi dal Sapegno e dal Barbi, credettero sicuramente che il sonetto fosse scritto per Beatrice; lo riconnessero alle rime di lode, e lo ravvicinarono a due famosi sonetti della Vita Nuova intitolati Tanto gentile e Vede perfettamente(21). Anche il Contini, vede nel sonetto «una vera fiorita di temi stilnovistici ... : coro di donne a sfondo di madonna (Beatrice?), e irraggiamento su di loro della sua virtù; occhi e volto di madonna abitati da Amore; valore salutifero di lei, e sua discesa dal cielo a questo scopo»(22). Ma il significato dato dal Contini al termine angiol, cioè Amore, non credo si possa accogliere pacificamente. Intanto, come in Convivio (II ii 1), anche qui la donna è accompagnata da Amore. Ma, io credo che proprio questo dettaglio del sonetto possa precludere l'interpretazione dell'espressione «angiol figurato» come Amore. Sembrerebbe infatti assai strano che un qualsiasi poeta, e tanto meno Dante, nel breve giro di quattordici versi, possa darci le immagini di due "Amori", uno che accompagna la donna e l'altro figurato nel suo viso, senza volerli contrastare o almeno accennare ad una sostanziale differenza fra di loro – come potrebbe essere il caso, diciamo, tra le due Veneri.

Poi l'espressione «angiol figurato» è in strettissimo rapporto con il guinicelliano «tenea d'angel sembianza». In Di donne io vidi, infatti, «figurato» acquista un valore prettamente tecnico che si riferisce alla «cera», alla quale ci riconduce; come anche apprendiamo da un lemma di Papia in cui il lessicografo fa la distinzione tra similitudo e figura. La definizione di Papia viene poi ripresa da altri vocabulisti tra cui Guglielmo Bretone, il quale si esprime così:

Sumilitudo est, cum secundum aliquam speciem visam, imago exprimitur vel pingitur vel formatur. Figura est, cum impressione forme alicuius imago exprimitur, veluti si cera ex anulo effigem sumat aut si figulus in argillam manum vultumque aliquem imprimat et fingendo figuram faciat. Ita dicit Papias(23).

Cercherò di spiegarmi meglio. Nel sonetto di Dante cera viene ad acquistare il significato di «natura creata», ossia «materia elementare», qualcosa di figurato, ossia plasmato, dal sommo Fattore, Tolgo le due espressioni tra virgolette, la prima dal commento del Buti, e la seconda dal commento del Benvenuto a Paradiso I, 41, dove si dice:

Sorge ai mortali per diverse foci
la lucerna del mondo; ma da quella
che quattro cerchi giunge con tre croci,

con miglior corso e con migliore stella
esce congiunta, e la mondana cera
più a suo modo tempera e suggella.
(Par. I, 37-42)

Il Benvenuto chiosa così il termine cera: «materiam elementalem inferiorem quam auctor metaphorice appellat ceram, et dignissime: sol enim tanquam sigillum aeternum immutabile imprimit virtutem suam in talem materiam mutabilem ad modum cerae». E il Buti: «La matura creata del mondo che è fatta come cera a ricevere la influentia, come la cera a ricevere la impressione del suggello». Ora, è dato comune che la lucerna del mondo, cioè il sole, rappresenta la divinità(24); mentre la cera è metafora dell'umanità. Questo significato metaforico di cera può essere confermato da alcuni passi patristici che ci indicano che la parola 'cera', in questa accezione mataforica particolare, entra a far parte del bagaglio concettuale cristiano almeno già dal VI secolo. Devo confessare che una ricerca profonda in questo senso è tutta da farsi. Ad ogni modo, come conferma di quanto detto, vorrei qui proporre due passi du due autori, uno del IX secolo e l'atro del XII secolo.

Sentiamo, prima, che cosa dice Amalario in un capitolo del suo De officiis. Qui egli ci parla di una antichissima tradizione romana per cui veniva data la benedizione ad un certo cumolo di cera dalla quale venivano plasmati degli agnelli che poi si conservavano fino all'ottava di Pasqua. In quel giorno gli agnelli di cera venivano distribuiti ai fedeli che li portavano alle loro case e lì li facevano ardere. Amalario afferma che il libro che racconta questa tradizione dice anche che si dovrebbe fare lo stesso del cero pasquale il quale ha sostituito l'antica tradizione dell'agnello di cera. E tutto questo perché anche il cero, come l'agnello, ci ricorda Cristo nella sua divinità e nella sua umanità. A questo punto Amalario afferma: Cera namque Christi humanitatem designat(25).

La stessa cosa viene affermata da Onorio di Autun, se non che qui non si parla dell'agnello di cera, o del cero pasquale, perché si tratta della celebrazione di un'altra festa religiosa, quella della purificazione di Maria che cade il 3 di febbraio, giorno in cui si usava fare la processione con candele accese. Onorio, volendo dare una spiegazione metaforica della cera, del lucignolo e della fiamma, si esprime in questo modo:

Per ceram quippe candelae, Christi humanitas,
per lychnus, eius mortalitas,
per ignem exprimitur ipsa Divinitas
(26).

Forse Dante conosceva gli scritti di Onorio. Ad ogni modo, va notato che questi autori non sono isolati. Amalario, ad esempio, ci rimanda ad uno scritto di una grande colonna della Chiesa, vale a dire alle Omilie di San Gregorio. Mi pare comunque che questi punti possano essere sufficienti per giustificare quell'accezione che Dante conferisce a cera, e non solo nel primo canto del Paradiso ma, e forse meglio, anche nel canto VIII, in cui si usa l'espressione cera mortale (v. 128) per indicare proprio gli uomini. Ovvero anche nel canto XIII (v. 67) dove cera, la materia elementare, è sotto l'influenza celeste che la plasma con la sua impronta.

Nel sonetto di Dante Di donne io vidi sembrerebbe quindi che l'espressione ne la sua cera non sia altro che una condensazione semantica – come si è accennato sopra – tra gli omografi cèra e céra; e che cera in questa condensazione oltrepassi la mera accezione di 'viso' e venga ad acquistare il significato di 'sembianza', 'aspetto esteriore', di un modello umano di perfezione, di una «cera mortale» che, tuttavia, nella gerarchia della creazione, si situa ad un livello sovrumano, e precisamente al livello angelico perché plasmato dal pollice invisibile della divinità per uno scopo prettamente salvifico: «Credo che de lo ciel fosse soprana, /
e venne in terra per nostra salute»(27).

Gino Casagrande

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N O T E

1. Come si sa, oggi i due termini sono non solo omografi, ma addirittura omofoni. Tuttavia nel corso di questo lavoro si manterrà – quando necessario – il discrimine all'antica con l'uso del segno diacritico sulla e: céra / cèra; inoltre si continuerà a chiamarli 'omografi'.

2. Isidoro, Etymologiae, ed. W. M. Lindsay, Oxford, Claredon Press 1911, XI 1, 33-34.

3. Cfr. S. Ambrogio, In Exameron, VI, 9 (PL, XIV, 266).

4. Chiaro Davanzati, Rime, a. c. di A. Menichetti (Bologna, Commissione per i testi di lingua, 1965), p. 78.

5. Secondo le Istituzioni di Prisciano: cfr. De arte grammatica, I, 543.

6. Cfr. Uguccione, Derivationes, s.v. sigillum ed anche cera. Cfr. anche Guillelmus Brito, Summa, ed. L. W. Daly e B. A. Daly, Padova, Editrice Antinore, 1975, s. v. similitudo.

7. «Considerando l'altera valenza», III, 49-51.

8. Le rime della scuola siciliana, a c. di B. Panvini, Firenze, Olschki 1962, I, 325. D'ora innanzi citato nel corpo del presente saggio come Rime.

9. Davanzati, 25 (vv.1-8), 243.

10. Davanzati, 32, 249-250.

11. Cesare de Lollis, Sul canzoniere di Chiaro Davanzati, in «Giornale storico della letteratura italiana», suppl. I, 1898, pp. 27-117.

12. Giovanni, I, 5.

13. Walter Pagani, Repertorio tematico della scuola poetica siciliana, Bari, Adriatica 1968.

14. Una sola occorrenza in Guido Guinizzelli, due in Cavalcanti, e ben undici in Cino da Pistoia. Cfr. Walter J. Centuori, A Concordance of the Poets of the Dolce Stil Novo, Lincoln (Nebraska), University of Nebraska Press ; Ann Arbor, Mich. : produced and distributed on demand by Xerox University Microfilms, 1977, 5 voll. Vedi s. v. cera, vol. I, pp. 264-65.

15. Si veda “Gentil donzella di pregio nomata” di Guinizzelli, e “Lasso! ch'amando la mia vita more” di Cino da Pistoia, in Poeti del dolce stil nuovo, a c. di Mario Marti, Firenze, Le Monnier 1969, pp. 80-81 e 597-98.

16. Dante Alighieri, Opere, testo critico della Società Dantesca Italiana, a c. di M. Barbi et al., vol. III: Rime della maturità e dell'esilio, a c. di Michele Barbi e Vincenzo Pernicone, Firenze, Le Monnier 1969, pp. 263-67; Dante Alighieri, Rime, a c. di Gianfranco Contini, Torino, Giulio Einaudi 19653, pp. 72-73.

17. Dante Alighieri, Opere, vol. III: Rime ..., cit., p. 263, note 7-8.

18. M. Marti, Poeti ..., cit., p. 450.

19. Dante Alighieri, Opere, vol. III: Rime ..., cit., LVI, v. 7.

20. Dante Alighieri, Opere, vol. III: Rime ..., cit., p. 263, note 7-8.

21. Dante Alighieri, Vita Nuova, a c. di N. Sapegno, Firenze, La Nuova Italia 1931, p. 127. E cfr. M. Barbi, cit. p. 257.

22. Dante Alighieri, Opere, vol. III: Rime ..., cit., p. 359.

23. Cfr. Guillelmus Brito, Summa, cit. s. v. similitudo. E si veda anche Papia, Vocabularium, Torino, Bottega d'Erasmo 1966 (ristampa anastatica dell'ed. di venezia, 1496), s. v. Si noti però che questa ed. di Papia non include tutta la definizione attribuita da Guglielmo Bretone al lessicografo italiano.

24. Il Grabher, ad esempio, nel suo commento si esprime in questo modo: «lucerna del mondo non solo nel senso materiale: quale viva immagine della luce di Dio. E, in particolare, sentiamo il Sommo Fattore nella virtù operativa del possente astro (cfr. Par., X, 28 sgg.)».

25. Cfr. PL, CV, col. 1033.

26. Cfr. PL, CLXXII, col. 649.

27. Questa accezione di cera che si è proposta per il sonettto di Dante sembra essere ancor più evidente in una canzone di Cino da Pistoia che s'intitola Sì mi stringe l'amore. Addurrò qui di seguito i versi che ci interessano poiché, se la canzone nella sua totalità è di gusto guittoniano ed arcaico, pur vi è questa parte di chiara tendenza stilnovistica: “‹45› tant'è miracol gente / veder voi, cosa di sovra virtute, / più che Natura puote; / ‹48› che mai non fur vedute / così nuove bellezze in donna adorna. / ‹50› Com'io credo di piana, / volesse Dio fra li angeli più bella, / e 'n far cosa novella / ‹53› prender vi fece condizione umana: / tanto siete sovrana / ‹55› e gentil creatur, che lo mondo / esser vi dee giocondo, / ‹57› sol che tra noi vostra cera soggiorna». (cfr. M. Marti, Poeti ..., cit. pp. 541-42). Mi sembra che anche qui cera sia a significare non il volto o il bel viso della donna, come anche intende il Marti ( pagina 542, nota 3), ma precisamente la sembianza, l'aspetto esteriore, quella condizione umana del v. 53, creata da Dio come cosa novella per soggiornare tra gli uomini.